Agosto, inizio d’inverno

Lentamente l’estate se ne va via, come le nubi che passano lasciando uno strascico di pioggia e qualche tuono.

“Agosto, inizio d’inverno” era l’osservazione benevola della nonna che giocava d’anticipo sul tempo: dalla sua parte aveva la forza dei proverbi, una statistica popolare tramandata di bocca in bocca, suffragata dai fatti, come in queste foto delle recenti estati:

 

 

Deflazione e concorrenza fiscale tra gli Stati

(dal sito dell'ISTAT)

(dal sito dell’ISTAT)

Di deflazione me ne sono occupato più volte, già quando c’erano i segnali ma non veniva ancora riconosciuta come tale. Oggi la bestia nera ci viene somministrata dai titoli di diversi giornali.  I prezzi scendono ed è un guaio, ma come dicono gli americani, prima di parlare di economia bisogna mettersi i soldi in bocca. In questo caso può essere salutare, si può vedere il bicchiere mezzo pieno mentre tutti lo vedono mezzo vuoto, il capovolgimento dei dogmi può essere d’aiuto.

Sappiamo tutti che quando i prezzi si mantengono stabili o con una rivalutazione dei prezzi sopra l’1% annuo e buone basi, un’economia  viene giudicata in crescita perché sono in crescita gli ordinativi. Viceversa quando  i prezzi scendono significa che gli ordinativi sono in calo e quel che si produce non ha acquirenti. Solo che questi ordinativi non riguardano beni di consumo ordinari, per capire occorre pensare a beni che consentono di produrre altri beni, come ad esempio torni industriali, gru, trattori, schiacciasassi, macchinari per la produzione di altri macchinari, ma anche infrastrutture e simili.

Tornando al concreto di tutti i giorni, occorre tener conto dell’esistente. In un commento al mio post dei giorni scorsi, Mariella mi chiede come sia andato il resto del mio viaggio in Sicilia dello scorso giugno. Ebbene quella vacanza non ha avuto niente di particolare se non una constatazione, quella di una regione che economicamente si sta avvitando su se stessa, con un forte divario tra detentori di capitali e produttori di reddito, con una forte connotazione di sudditanza (come la paura del barista di informarsi).

A rinforzare questa mia convinzione un articolo sul Sole 24 ore dell’11 agosto, dove tra l’altro si legge che in Sicilia il reddito medio è passato dai 9833 € annui del 2007 a 9009 € nel 2012, nello stesso periodo  i consumi sono passati da 13873 € annui pro capite a 12678 €., in queste cifre si può leggere che il reddito medio pro capite e i consumi hanno subito una diminuzione, come nel resto d’Italia.

Vi si legge pure che nel tempo il divario tra redditi e consumi è costante, con una forbice di oltre il 40%, mentre la media nazionale nello stesso periodo è stata di circa la metà. Per non destare polemiche mi limito al dato nazionale con il 20% di divario tra redditi e consumi: il che vuol dire che un bel 20% di reddito ha provenienza non identificata. Questo non vuol dire che non viene dichiarato, vuole anche dire che appartiene alla riserva di risparmio dei singoli (ma se tutti gli anni intacco i risparmi … ).

Ora lasciamo il carrello della spesa in un angolo, e diamo un’occhiata alle offerte di compravendita di case. Ho notato che anche al sud i prezzi dei beni durevoli come le case siano in calo. Una pacchia per chi ha risparmi da investire e sta al capezzale dell’economia aspettando che i prezzi scendano ancora, solo che quando l’agonia finisce il paziente muore. Occorre dargli ossigeno e vitalità prima che sia troppo tardi, occorrono capitali nuovi, da dove possono arrivare, visto che le risorse disponibili sono depauperate da anni di allegra spesa pubblica? Nel caso della Sicilia possono arrivare da quelli che si sono trasferiti altrove, che han messo da parte qualcosa ed hanno un qualche legame con il territorio. In questi mesi ad esempio ho appreso di conoscenti che vivono e lavorano in Lombardia e che nell’ultimo anno hanno acquistato una casa in Sicilia, niente male acquistare a meno di 700 € al mq, un buon affare per chi acquista ed anche per chi vende, considerando la rimessa in circolazione del capitale è una buona boccata d’ossigeno, che però deve essere accompagnata da nuovi investimenti e non da accumulo passivo, perché in un’operazione così semplice in cui c’è solo un trasferimento di proprietà, c’è anche una movimentazione di soldi nei confronti dello Stato (e quindi anche delle Regioni) rappresentata dalle varie imposte e balzelli che accompagnano una compravendita registrata. Torniamo ora ad allargare l’orizzonte dall’ambito regionale a quello nazionale e quindi europeo. Se due anni fa acquistare un immobile in Italia ad un londinese costava 100 oggi gli costa 80. 

A questo punto non rimane che spiegare il titolo del post, perché le argomentazioni sembrano non coincidere. Come dicevo prima è costante nel tempo un divario tra quanto viene dichiarato e quanto viene speso, sappiamo tutti, o così ci raccontano e noi ci crediamo, che i soldi delle evasioni fiscali vanno all’estero. Perché ? La risposta più ovvia è che la tassazione all’estero è più conveniente che non in Italia, ovvero vi è concorrenza fiscale tra gli stati. Oggi cosa può rendere conveniente il rientro dei capitali dall’estero? A parte le agevolazioni elargite in questi anni dai condoni, che non si sa che benefici abbiano portato alla collettività, un buon incentivo al rientro di questi capitali potrebbe essere il mettere in evidenza la convenienza degli acquisti durevoli in coincidenza con il periodo deflattivo. Una ciambella di salvataggio da parte di chi di riffa o di raffa ha portato soldi all’estero. IMU, TASI, TARES permettendo.

Sicilia, dove sei?

Quasi due mesi fa ero armato delle migliori intenzioni sbarcando in Sicilia.  Una Sicilia irriconoscibile nel buio serale. Quello rimasto quasi uguale era l’aeroporto di Palermo che, con gli eterni lavori in corso,  mi dava il benvenuto con decine di vetrine vuote o spente, qualche bar, una cartoleria edicola, un ristorante, ancora un bar tavola calda di una multinazionale che pratica prezzi a 5 stelle e ½ offrendo un servizio da bettola di periferia. Ma si sa il problema è il traffico, come diceva Jonny Stecchino,  ovvero la mobilità: per farvi fronte ci sono gli autobus, tanti taxi, tanti noleggiatori. Io l’auto l’avevo prenotata e prepagata a Volagratis usando una  carta di credito ricaricabile di Poste Italiane, sufficiente per prenotare ed ottenere la conferma ma non per la consegna di un’auto, per quella serve la garanzia di una carta di credito. Ci ho rimesso dei soldi certo,  vattela a pescare Volagratis con sede amministrativa e legale a Chiasso – CH, che non sta per Chissà.dove  ma per Svizzera, ed è tutto dire, sono extraeuropei. L’auto poi mi è stata consegnata da un altro noleggiatore, la Sicily Rent Car che si è accontentata del triplo del prezzo civetta di Volaregratis e della garanzia della carta pregata (il riaccredito dell’importo messo a garanzia è arrivato pochi giorni fa, bizze contabili della VISAelettron).

Insomma niente male come inizio per una vacanza che è un momento in cui ci si separa dalle faccende usuali, ci si estranea da queste e si diventa stranieri. Forse è per questo che preferisco sempre luoghi nuovi, non visitati prima, in una sorta di nomadismo estivo. Ma come fai ad essere straniero in una terra dove sei nato e cresciuto? Dove risenti espressioni, rivedi cose e persone che ti hanno accompagnato per quattro lustri? Con tutta la buona volontà non riesci ad essere straniero. Non riesci a far finta di niente davanti ad un mondo che vive nel limbo. O forse no, quello che mi da il benvenuto in aeroporto è il volto bastonato della Sicilia, non sono le migliaia di persone che dentro centinaia di associazioni vivono, crescono, s’impegnano, lottano per un mondo migliore ed invisibile a chi arriva da fuori, sopraffatto dal suono del lamento.

Mi ha lasciato di sasso la domanda del barista di un autogrill appena fuori Palermo. Giocava l’Italia, la prima delle partite del mondiale di calcio e la domanda è stata “che fa l’Italia?”. Prima di rispondere mi son guardato in giro, non c’era anima viva eccetto noi due, nessuna televisione o una radio. Al sentire che l’Italia vinceva la sua mano destra ha fatto i complimenti alla sinistra. Naturalmente ho chiesto come mai non avesse una radio, una tv o un aggeggio qualsiasi per seguire l’evento. La risposta è stata che se avesse utilizzato un qualsiasi trasmettitore rischiava il posto di lavoro. Ma che razza di datori di lavoro esistono in Sicilia se un dipendente, nel momento in cui non ha niente da fare se non attendere che qualche turista si fermi per un caffè, non può nemmeno ascoltare una partita alla radio, pena il licenziamento? Ho tenuto la domanda tra me e me, considerando come lo schiavismo indossi abiti nuovi, da SpA. Dai diciamola tutta: informarsi fa male, si comincia con le partite e poi chissà come finisce, allora un bel divieto e tutto tace: i parametri di misurazione dell’efficienza sono duttili.

DSC_0271

Come si sprecano le occasioni di pace

Il Papa lo scorso 25 maggio, durante la visita in Terrasanta ha lanciato l’appello/proposta o comunque sia, ha invitato palestinesi ed israeliani in Vaticano per firmare la pace. Il giorno dopo entrando nella Cupola della Roccia, uno dei lughi sacri dell’Islam ha tolto le scarpe. Mastico poco di  riti e religioni, ma dal 1972 ad oggi ho notato un particolare: tutte le volte che si avvicina la via della pacificazione in quel territorio, avviene un attentato o un’azione che ha lo scopo di allontanare la pace.

Ci hanno provato in tanti a stilare trattati e accordi, senza un risultato durevole, ma sarà per il carisma di questo Papa, per le semplici parole con cui si è presentato al mondo, che qualche speranza in più nel mondo c’era, o almeno in me. Però, visto che mi piace pensare una cosa e il suo contrario, dopo le parole papali di quella fine di maggio, tra me e me ho detto “adesso avverrà ancora una volta qualcosa che rimescolerà le carte”. E difatti il 12 giugno sono stati rapiti e dopo 12 giorni uccisi, tre ragazzi  israeliani. Poi l’uccisione di un ragazzo palestinese e tutto quello che è avvenuto dopo è cronaca attuale.

In questo mese e mezzo mi son chiesto: ma chi può essere così pazzo da rapire tre ragazzi della parte avversa senza pensare che il nemico non reagisca? Far durare un rapimento 12 giorni ha avuto l’unico scopo di essere teatrale per essere certi che lo sguardo del mondo si focalizzasse sull’evento, delle parole del Papa oggi ci siamo dimenticati tutti, la tragedia del popolo di Gaza ha cancellato tutto. I pazzi che hanno orchestrato la tragedia possono festeggiare la loro vittoria. 

Certo che se dovessero dare il nobel dell’imbecillità sarebbe difficile scegliere tra palestinesi e israeliani: settantanni di carneficine senza rendersi conto che il nemico lo hanno entrambi al loro interno, un nemico fatto di rancore e odio, che si alimenta della paura che serpeggia tra le strade e la vita e che anche da noi trova sostenitori di una o dell’altra parte: a distanza di sicurezza è tutto più facile.

Certo non è cosa semplice scovare i nemici al proprio interno, poi una volta trovati che cosa se ne fa? Ci si trasforma in aguzzini o li si tiene in prigione con la speranza che nessuno li aiuti a fuggire? In Italia contro il terrorismo le cose han funzionato, probabilmente perhé si voleva arrivare a sconfiggere il nemico interno, è così difficile farlo anche altrove o qualche razzo, missile o cannone è più difficile da scovare di una pistola?

DSC_0037

La musica del circo sale sul palco con i Figli di Madre Ignota

Una tiepida sera d’estate da riempire con un poco di musica. Scartati richiami altisonanti come Morgan (chi?) al Filagosto, e il Power Sound Festival dell’orobico Ubiale, in cui due sere fa ho vissuto il tripudio di un enorme successo agli autoctoni Folk Stone, approdo al Parco Rock di Ghisalba (altra cittadina della bassa pianura bergamasca). Poca gente. Tanti son partiti per le ferie mettendosi in coda all’aeroporto, o visti i richiami del circondario, hanno scelto altri lidi musicali. Ma gli artisti sul palco suonano e sanno suonare.  Già il nome Figli di Madre Ignota, annunciato sui manifesti con l’acronimo FDMI (e una grafica che ricorda Rino Gaetano), richiama alla mente un’allegra comitiva, cosa confermata dal sound. Una loro piccola autobiografia riporta:  “La musica che facciamo assomiglia sciaguratamente alla musica che ci piace: le atmosfere retro’, lo swing e le canzoni rumbate, la musica balcanica, il klezmer e la musica con tanti ottoni dentro. Non sappiamo deciderci, e allora buttiamo tutto dentro un pentolone mischiando tutto a base di surf, ska e, potendo, anche rocksteady. Il nostro live show è una miscela di musica per ballare, show da guardare, …….. è tutto uno spasso.”

La mia prima sensazione è stata quella di ritrovare su un palco la musica del circo, quella eseguita daI clown pluristrumentisti d’altri tempi, gente girovaga che dal Mare Mediterraneo pescava la musica più allegra che fioriva sulle sue sponde, a cui si è unito il ricordo di quella che si improvvisava per strada nel breve periodo in cui ho suonato in banda. Ecco questi sono i FDMI, dei bravi musici che fondono i ritmi balcanici con altre melodie in cui gli ottoni predominano, che invitano il pubblico, anche se sparuto, a partecipare al divertimento usando la testa, perché i versi delle loro canzoni miscelano con l’ironia la vita quotidiana, generando un sound che ricorda una ricetta presa a prestito dalla cucina, in cui gli strumenti sostituiscono gli ingredienti,  il fuoco si alimenta con la voglia di suonare sciogliendo il sale della vita.  

Viti maritate, viti vedove e Terra orfana

“Quand’ero bambina qui era tutto un filare di viti e peschi”. Una frase dentro una discussione mentre sei in attesa del tuo turno, una frase che è un flash di ricordi, di viti maritate all’olmo e al pero oltre che al pesco.

Il maritare la vite agli alberi era qualcosa di consueto ancora a metà degli anni ’70, lo si studiava anche a scuola, un metodo secolare per consentire alla fragile vite di stare in piedi avvinghiandosi alle piante da fusto. Poi la rivoluzione dell’agricoltura intensiva, i filari appoggiati ai pali, possibilmente bassi, ad una distanza tale da consentire il passaggio dei mezzi meccanici. Non si è pensato di adattare i mezzi alla necessità, si è sostituito un tipo di agricoltura con un’altra più intensiva e redditizia. Nel nostro vivere tutto deve essere fatto rapidamente e con meno braccia possibili, se domani il vento soffia forte e la pioggia batte intensa strappando tutto, c’è un’assicurazione che paga o l’Amministrazione Pubblica che riconosce lo stato di calamità.

vigneto collinare (immagine web)

vigneto collinare (immagine web)

L’immagine sopra, presa a caso tra le tante disponibili sul web, è un tipico esempio di tutte le zone collinari e alto collinari, adibite alla viticoltura intensiva: nessuna resistenza all’acqua. Dal Trentino alla Sicilia, nessuna regione esclusa, l’oro biancorosso deve essere prodotto massimizzando il profitto e collettivizzando le perdite, i greti dei ruscelli pulirli costa: ci pensa la pioggia a portar via sterpaglie e sassi che ostruiscono, a volte diventa tragedia e per coltivare intensamente la vite ci si rimette la vita.

Cattura

dalla home page del Sole 24 ore

PS: S. Ambrogio scrisse ( I sei giorni della creazione, 3,17,72):

“Chi non proverebbe meraviglia al vedere che dal vinacciolo di un acino la vite prorompe fino alla sommità dell’albero che protegge come con un amplesso e avvince tra le sue braccia e circonda in una stretta vigorosa, riveste di pampini e cinge di una corona di grappoli. Essa affonda dapprima la sua radice viva nel terreno; poi, siccome per sua natura è flessibile e non sta ritta, stringe tutto ciò che riesce ad afferrare con i suoi  viticci, quasi fossero braccia, e, reggendosi per mezzo di questi, sale in alto.”

Psiche sociale

Freud ebbe il grande merito di saper riconoscere la psiche umana. Altri ricercatori fissarono i termini di psiche sociale in quanto l’uomo è un essere sociale che entra in relazione con gli altri simili: empatie, simpatie, antipatie, odio, intolleranza e via dicendo, tutte manifestazioni individuali che si ritrovano anche nella vita sociale, vuoi per scacciare le paure, vuoi per difendersi o per offendere. In questo aspetto collettivo dell’individuo, si può ottenere anche una manipolazione psicosociale. Il così è se vi pare di Pirandello, nel mondo attuale viene utilizzato ampiamente.

Non ci sogneremmo mai di mettere a rischio le nostre esistenze e le nostre sicurezze se ci fossero solo delle beghe di confine tra israeliani e palestinesi, ma con una strategia giusta si riesce a far accettare a una buona fetta del pianeta l’idea che gli altri (non importa quali altri) siano dei carnefici, dei terroristi o degli aguzzini, e se gli altri non lo sono, o lo sono diventati grazie ad una manipolazione mirata, fanno di tutto per farli apparire tali, complice l’amplificazione della comunicazione di massa senza veli, in cui la coscienza si ribella ed affida ad internet la rabbia, dimenticando il problema della terra e dell’elemento acqua.

Non penseremmo mai di schierarci per gli ucraini o i russi se non ci fossero mostrati i soprusi che quelli della parte opposta compiono (da che parte non importa) dimenticando il gas ed il petrolio, e non ci ci schiereremmo mai dalla parte del popolo libico, 5 o 6 milioni in un territorio immenso imbevuto di petrolio e tribù,  se non sapessimo dei bombardamenti nelle città e delle proteste sedate nel sangue e di quelli che fuggono via mare e che bussano alla porta di casa.

Così dimentichiamo i monaci tibetani, dimentichiamo la guerra tra Somalia ed Eritrea e tutte quelle che la manipolazione di massa non ci fa vedere, manipolazione tanto più forte quanto più forte è la libertà di parola, come fosse un verbo divino, che trova linfa vitale nel proprio essere, nel proprio pensiero. Verbo e pensiero  che si diffondono senza paura di sbagliare o di essere stati manipolati, riportando per sentito dire, diffondendo immagini dolorose e raccapriccianti in cui qualcuno ha immortalato quello che qualcun altro ha commesso e un altro ha subito.

Qual è la risposta più giusta che posso darmi dopo aver ascoltato tutto quello che il mio pensiero può formulare? Non lo saprò mai sin tanto che accetterò che il mio pensiero sia il frutto del massimo sforzo che posso fare, Umilmente dubito, ergo sum.

equilibrio instabile

equilibrio instabile

… e continuiamo a contare i morti

Nel nostro vivere, nei comportamenti del nostro vivere, come durante e dopo una guerra, commettiamo un errore perpetuo: continuiamo a contare i morti piuttosto che i vivi. Se dopo ogni tragedia voluta dall’homo sapiens  non vedessimo il bicchiere un po’ più vuoto, il nostro rancore di sicuro diminuirebbe. I morti in una guerra alla fin fine servono solo ad alimentare odio, nient’altro, perché pensiamo di essere eterni, ci illudiamo di essere eterni pensando che tutto sia scritto in spermatozoi, ovuli, dna e bibbie varie, non riusciamo a cogliere l’essenza del semplice fatto di vivere.

Oh se contassimo i vivi come sarebbe diverso, rideremmo in faccia a carnefici ed aguzzini: sappiamo sin dalla nascita di dover morire, perché non gioire di essere vivi?  Invece no piangiamo i morti e ne cerchiamo vendetta. I morti in guerra sono necessari per alimentare la guerra successiva, per garantire che altri uomini ubbidiscano all’ordine di imbracciare le armi o di premere un bottone. 

Quando i morti mancano e l’odio diminuisce nel tentativo di scatenare la pace, entrano in ballo i folli, quelli che procurano un dolore nella parte avversa, e anche i folli che se li procurano per risvegliare l’odio della propria parte verso il nemico. Gli arei cominciano a volare basso e a sganciare bombe, perché i saggi e i giusti sanno come vendicarsi, sanno che dall’altra parte conteranno i morti e non i vivi.

Ai morti in guerra si erigono monumenti con tanto di elenco, come se l’anima di chi è stato ammazzato  passasse tutta l’eternità crogiolandosi  a leggere il proprio nome su una lapide. Invece no, ci passano i vivi alimentando il dolore, l’astio e il rancore, e se non si sa di chi siano i resti mortali  trovati in un campo di battaglia, per placare il dolore dei vivi si è inventato il milite ignoto: ignoto a chi, ai vivi o ai morti? Ai vivi, per ricordargli che quello che posseggono lo devono al sacrificio vitale di altri, perciò devono proteggere quel che possiedono.

Eppure basterebbe che ogni monumento ai caduti avesse altri numeri quello dei rimasti in vita e che vogliono continuare a vivere e possibilmente invecchiare, un monumento ai rimasti in vita e che non cadranno nel tranello dell’odio, dell’amor patrio, della terra natia da proteggere, della pancia gonfia e della bocca piena da mantenere sazie.sicilia di febbraio 116

Alpe Andolla – Valle Antrona

Non pensavo che dei sassi, per quanto secolari, fossero tanto apprezzati e mi riferisco ai commenti del post precedente, quello dei Fiori di Morena, Si vede che non solo la vita ma anche il web, prima li fa e poi li accoppia (passatemi la battuta, tanto siamo in pochi).

Allora qualche altra foto devo pubblicarla qui. Visto che si tratta di sassi, ci tengo a dire che questa è stata anche la prima volta che non ne ho portato a casa nemmeno uno, con gli anni sono andati via via rimpicciolendo, e visto che delle montagne ossolane un ricordo di pietra già lo ho, ho evitato pesi superflui.

Questo secondo post nasce per pigrizia. Vorrei rispondere a tutti quelli che hanno commentato, ma visto che nel frattempo ho scoperto che skydrive è condivisibile sia con google sia con fb ecc., aggiungo altre immagini in una nuova slide in cui cliccandoci sopra se si vuole si va a vedere l’album intero in skydrive o altrimenti cliccando qui.

Questo slideshow richiede JavaScript.

I FIORI DI MORENA

Mentre salivo su quei sassi ogni tanto mi fermavo per qualche scatto e per recuperare il fiato. Ogni scatto 12″ e 12 passi persi dai compagni d’escursione, un ritardo di circa 30′ accumulato in due ore di camminata, ma certe immagini non si possono perdere, il peso sulle gambe a volte si sente e recuperare diventa faticoso, specie quando si superano i 1800 mt. Non è una regola, è il limite da dove comincio a sentire la fatica. La poesia così diventa rifugio defaticante (con la “c”), gocciolii  d’acqua che accarezzano l’aria nel coro delle cascatelle, borbottii sotto i sassi prodotti dai rivoli che giocano a nascondino. Così quei fiori tra i sassi  li ho battezzati “fiori di morena” non conoscendone il nome e senza voler passare oltre lasciandoli nell’anonimato. Perché tra i sassi freddi, venuti a galla dalle glaciazioni, quei piccoli fiori e l’erba rada che ci sta intorno, danno un tocco di colore e di vita.

Poi la sorpresa: al rifugio CAI dell’Alpe Andolla scopro che la moglie del rifugista si chiama Morena, sui tavoli e davanzali mette vasetti di fiori, come per dare un tocco di colore a quei sassi che si confondono con il grigio variopinto delle nubi.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 296 follower