Bergamo, bordo esterno dell’expo 2015

Bergamo è una città che non è la mia. Quale sia la mia non lo so più, no so se è quella in cui son nato o una di quelle in cui son vissuto per un po. Ma posso dire che Bergamo ricorda molto la città in cui ho trascorso i miei primi vent’anni. La parte bassa con le sue vie disegnate a pettine e la parte alta con ragnatele di vie che dovevano consentire il passaggio di due cavalli e in cui oggi a malapena ci passa una macchina soltanto, circolazione a sinistra un tempo, per consentire di sguainare un’arma con la destra libera, oggi rigorosamente a senso unico. Di contorno una ragnatela di scalette come fossero il merletto di una tovaglia che consentivano a chi vi abitava di raggiungere a dorso del cavallo di sant’Antonio la parte bassa.

131-DSC_0134Nella parte bassa c’era il posto in cui si lavorava.  Bergamo terra di lavoro, e quando questo non bastava si trasformava in terra che forniva mano d’opera a chi le richiedeva. Viaggi lunghi verso Svizzera, Germania, Stati Uniti o Australia, e viaggi meno lunghi, ma quotidiani, verso Milano e la pianura Padana, un pendolarismo fatto di sogni iniziati tra le lenzuola di un letto e terminati sui sedili della carrozza di un treno che finiva la sua corsa a Milano Lambrate. 

Per me Bergamo è anche barocca, un barocco nascosto da pietre squadrate sino a quando non si apre un portone, come la sua gente, chiusa come i sassi e poi ricca di sogni, bis-ogni e vita un po-lenta.

Un presepe in più, ascoltando e guardando il Fidelio.

(Immagine presa da "La repubblica dell'8/12/2014)

Immagine presa da “La repubblica” dell’8/12/2014

Sono usciti dalle scatole in silenzio, case e figure ormai vecchie, relegate per l’intero anno in quella periferia di casa che è il garage. Adesso eccoli li, sotto l’albero della cuccagna affaccendati nelle loro faccende: pecorai, fabbri, pescivendoli, falegnami, lavandaie, sfaccendati con cornamuse, pifferi e bombarde, ambulanti del vivere quotidiano, mendicanti, Re e giocolieri. I Re son tre e sono Magi-ci,  i mendicanti son tanti-ci e riempiono ogni angolo nascosto.

Mentre componevo la prima parte del presepe, la RAI trasmetteva il Fidelio dalla Scala di Milano, anche li in quella rappresentazione i derelitti uscivano dalla periferia del mondo, richiamati alla vita dall’amore di Leonora che non teme il Governatore e, pur di salvare il suo uomo, si traveste da maschio, Fidelio appunto. Una rappresentazione quella diretta dal Maestro Baremboin che si sovrapponeva alla mia sistemazione dei senza denti tra case e muschio. Eh si, gli ultimi di recente si chiamano anche così in quanto non hanno soldi superflui per le protesi dentali. Hollande sembra usasse il termine con disprezzo piuttosto che per una pura constatazione di fatto. Salvini & C. se ne rammaricano per non avere materiale da fare ingoiare.

Eppure a guardarli bene i miei pupazzetti sembrano felici di ritrovarsi in strada sotto un cielo in cui volteggiano gli Angeli (e le palline dell’albero). Magia del Natale, gli ultimi sono già primi, almeno per ora, nel Presepio e nel Fidelio, dove la gioia per la libertà ritrovata, esplode in un corale che avvince ed esalta.Cattura4 (800x372)

POLITICA CASTA

Qualche anno fa, ho consumato il libro di G.A.Stella e S.Rizzo “La casta”, con voracità e con dentro me la vocina che gridava “ecco uno che dice chiaro e tondo come stanno le cose”. Però non ho provato brividi a leggere quel libro, anzi come quando succede davanti ad un tragico evento, dentro me s’è fatto strada, un sorriso isterico, che cresceva dopo ogni pagina che leggevo.

Forse perché ero già abituato da altri articoli sul tema, forse perché decenni di sottomissione a quel parapotere che ci avvinghia sempre, e ci lascia lampi di libertà nei dopo cena sazianti, mi avevano incallito l’animo? E’ raro che a pancia piena ci si lamenti, paghiamo volentieri un conto anche se un po’ salato, basta che ci si alzi sazi dalla sedia, accompagnando con le mani la pancia o la schiena, nella ripresa della stazione eretta. Allo stesso modo, dopo averne sentite tante, come aver mangiato tanto, non ci fa rabbrividire quasi nulla, e ributtiamo in tasca le mani strette a pugno, sazi di parole.

Poi, arriva un giorno in cui succede che, mentre sei in attesa dal medico, ti trovi tra le mani una rivista che mai avresti comprato. Una rivista di stampo cattolico, di una casa editrice cattolica, di una redazione cattolica, che però ti fa riflettere.

In questi anni abbiam parlato e dissertato a lungo di casta, intendendo quella politica, e non ci siamo posti una domanda su come sarebbero i nostri argomenti se anzichè parlare di “casta politica” parlassimo di “politica casta” e di cosa abbiamo realmente bisogno.

Una cosa da nulla, la differenza tra quello che è, e che avidamente leggiamo e discutiamo, e quello che forse vorremmo che fosse, specie in questo frangente in cui, chi più chi meno, incorre nel furto.

Si dirà che c’entra il furto? La mia estensione del  “Non rubare” è “non privare“, “non portare via agli altri“.  Alla fine dei conti è l’unico comandamento che sarebbe sufficiente rispettare in quanto raggruppa tutti gli altri di carattere non religioso.

Non rubare la libertà altrui.

Non rubare la dignità altrui.

Non rubare la sua buonafede.

Non rubare la sua vita

Non rubare la verità

Non rubare ……

serve ancora dire cosa non rubare?

E’ necessaria una precisazione: io la “roba” l’annovero tra il superfluo, perché non ha senso accumulare cose che non mi servono o che potrebbero servimi in futuro, se non ho alcuna garanzia che domani vedrò il sole.

Eppure è quest’ultimo bisogno alienato, l’accumulo di beni, che consente di privare gli altri (nostri contemporanei, detti anche “prossimo”) della vita.

Non si rubano solo i beni o le cose tangibili, ce ne sono di invisibili, molto più importati per l’animo di ogniuno di noi.

In fondo tutto il vivere in comune si basa sul non rubare agli altri le cose realmente importanti. Non rubargli la pace, la fraternità, l’amicizia, l’amore e la vita interiore, cose che una politica casta dovrebbe garantire. E sopratutto non rubare a se stessi: non rubare i sogni, non rubare il caldo dell’amore, non rubare il sole…. Ecco una delle cose che mai nessuno ci potrà portare via: il sole. Nessuno, che non sia una nube, può farlo: e la nube non è umana.

Allo stesso modo mai nessuno potrà rubarci l’intelletto, la conoscenza, le emozioni…al massimo potrà pilotarle.

Ma con i sensi allertati, e lo sguardo sempre oltre il futuro abbiamo il modo di ribadire la nosta identità.

Nessun furto all’orizzonte in questo campo: il pensiero non interessa chi occupa e gestisce il potere, tranne la manipolazione continua a piccoli tocchi per mantenere lo scranno in cui riposa, fagocitando gli animi della gente comune. E questo corrisponde a un furto, quello della buona fede.

trasparenze naturali

trasparenze naturali

EXPO MILANO CON VISTA LAGO

Manca poco alla manifestazione Expo Milano 2015, i lavori sono in corso, anche di notte. Qualche giorno fa transitavo sull’autostrada vicina all’area, le saldatrici distribuivano bagliori nel buio notturno, perché si è ancora a unire le solette alle pareti dei prefabbricati in cemento armato, dopo toccherà alle tubazioni  delle unità di trattamento aria (calda e fredda) ed agli infissi, se non si vuole fare un expo stile Colosseo. Poi sarà la volta degli allacciamenti alle reti di acqua, luce e gas, e le pavimentazioni. Per fortuna l’aera Fieristica di base è esistente da anni. Verrà piantato qualche albero vegetale o si ricorrerà al virtuale?

Dei ritardi nei lavori si sa già da tempo, anche dell’asta per la riqualificazione delle aree post expo andata deserta, ne han parlato, eppure la manifestazione, oltre che per la nazione Italia, potrebbe portare per la Lombardia una movimentazione di persone, capitali e merci, tale da incrementare da solo il PIL di almeno un punto.

La Lombardia è conosciuta ai più come area industriale, il fenomeno turistico o meglio l’industria turistica molto meno. Giusto per fare un esempio (e non me ne vogliano i romagnoli) la riviera romagnola vanta attrazioni turistiche lungo un mare buono per gli sbarchi militari, ma la gente del posto, lavorando di testa e gomito, negli anni ha trasformato le case in alberghi, le buche in piscine, i capannoni in discoteche, le cascine in agriturismi, i tratti di strada ferrata abbandonati, in percorsi ciclabili, la piatta riva del mare in box con sdraio ed ombrellone  a pagamento e nel mese di agosto le code per un posto al sole in riviera iniziano a  Milano, in quella Lombardia che può vantare bellezze naturali incredibili, dalle Alpi ai laghi alle oasi verdi dei parchi di pianura.

Le bellezze naturali purtroppo hanno un basso richiamo turistico nazionale, le foreste Lombarde son poco conosciute, il tesoro dei suoi laghi ha più clienti in Germania che non in Veneto,  sulle Alpi è più facile incontrare un giapponese che non un francese, e le città di confine, cresciute e sviluppatesi grazie alla divisione degli Stati, ai dazi e alle dogane (e relativo aggiramento), sono perle benedette dalla defiscalizzazione.

Lungo il lago di Como si respira un’aria cheta, la cornice delle Alpi Lepontine delimita gli spazi, aiuta a raccogliere il pensiero e ad ascoltare i passi sulla strada, e lontani appaiono i suoni di auto, di sirene e lo sferragliare dei tram cittadini. Se expo Milano 2015 aprisse una finestra con vista lago non sarebbe poi male, potrebbe offrire questo panorama:

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Memoria fotografica

Una delle caratteristiche della nostra mente sembra sia la memoria fotografica. Uso il condizionale per non incappare in qualche collezionista di scheletri che in nome di una qualche Laurea (inoccupata) conferita dall’Università della Pennichella, specifichi un’inesattezza. Fatta la premessa torno a ruota. Stavo dicendo della memoria fotografica del nostro cervello, che non è freddo come la memory card della macchina fotografica, il cervello si porta appresso oltre al ricordo delle immagini anche gli odori, i sapori, i suoni e via discorrendo in un cocktail di emozioni.

Cosi stamattina, sfogliando il giornale mi è capitato di imbattermi in una iniziativa del FAI (Fonfo Ambiente Italiano), dedicata ai luoghi del Cuore. e andando a cercare su internet il sito, di cui ho messo il link, tra i vari luoghi del cuore ho trovato l’immagine dell’edicola di piazza Lionardo Vigo ad Acireale. L’edicola l’ho riconosciuta subito, ci son passato a fianco solo una volta e l’ho tirata dentro l’obiettivo, anzi l’ho ripresa anche dal ristorante in cui ho pranzato quel giorno visto che mi piace cercare più visuali di una stessa immagine. In ogni caso per salvare quest’edicola dal degrado la via più facile è cliccare su qyesto link ed esprimere un voto, e non importa se son votate l’edicola di piazza L. Vigo, magari trovate un vostro angolo che avevate dimenticato e che vorrete contribuire a salvare. Basta cercare per far tornare a galla piccole parti piacevoli di vita dimenticata. 

Botti e spari a tutela della salute pubblica

1-_DSC0658_663Un pomeriggio estivo come tanti, improvvisi due botti che sembrano due spari. Impossibile è estate non siamo a carnevale o a capodanno quando i ragazzi giocano con i petardi.

Mentre esco coi cani sento ancora due botti. Il pensiero va ai miei compagni, avranno paura? No, si, forse, chissà, comunque andiamo, il capo branco sono io, devo dare fiducia.

Cento metri e siamo in campagna, il canale di fianco alla stradina scorre silenzioso portando acqua ai campi.
E’ estate, le edere stanno avvinghiate ai tronchi di robinia mentre un caprifoglio si fa spazio tra i rovi  spandendo il suo profumo.
Sul prato fiori selvaggi dai nomi a me sconosciuti, di cui riconosco solo i colori, con lo sfondo verde del mais che ogni due giorni raddoppia in altezza e tra le cui file trovano riparo anche fagiani, e qualche coniglio liberato dalla cattività di un allevamento, ha scavato la sua tana.
Due botti ancora. Comincio a pensare che stiano macellando mucche e maiali.
Illy, uno dei due cani che finalmente ho liberato dal guinzaglio, al nuovo rumore degli spari si ferma e scappa per far ritorno a casa.
L’altro cane, giovane e con qualche gene da caccia, corre contento per tuffarsi in acqua. Andiamo verso le cascine, le mucche sono tutte nelle stalle e i botti, a coppie, continuano.
Poi incontro uno dei miei vicini di casa, anche lui a spasso per prati con i suoi cani e mi dice di aver incontrato Illy lungo la strada. Rispondo che sa dove andare, ha avuto paura degli spari.
Mi informa che sono le guardie venatorie del corpo forestale della provincia. Sparano ai piccioni che invadono le zone intorno alle stalle sino a spingervisi dentro e nidificare negli anfratti dei tetti, piccioni che portano malattie alle mucche. Insomma è un’azione preventiva per il bene della salute pubblica.

Oggi è il il giorno dopo, sono uscito per un altro giro con i cani ma in campagna ogni tanto ho incontrato ciuffi di piume e nessuna carcassa dei piccioni abbattuti. Di sicuro durante la notte altri animali hanno approfittato dell’improvvisa abbondanza di cibo, un banchetto per cornacchie e nutrie.

Tra me e me una domanda che appare retorica. Come mai, mi chiedo, ci sono così tanti piccioni e colombacci? Risposta semplice: abbondanza di cibo prima di tutto, poi la progressiva diminuzione della presenza dell’uomo ormai sostituito dalle innocue macchine.

Eppure colombi e piccioni sono stati portatori di buone notizie: Mosè sull’arca lesse la fine del diluvio nel becco di un piccione; degli uccelli annunciarono a Colombo la vicinanza della terra. Anche la nascita di Roma è legata ad un volo di uccelli. Oggi ci danno fastidio, sono un pericolo, anche se qualcuno ne raccoglie il guano in isole lontane per ricavarne profumi.

A ognuno le proprie considerazioni, questa è una metafora del nostro vivere quotidiano. Solo un ultimo appunto in questa storia: com’è naturale i piccioni sono volati via, ma anche gli uccelli insettivori risparmiati dai colpi diretti, ma spaventati agli spari, han cambiato aria e, come c’era da immaginarsi, mosche e zanzare ci han preso d’assalto.

Castello Visconteo di Pagazzano

1-Castello di Pagazzano

In genere i castelli siamo abituati a vederli sui colli, eppure nascosti tra le brume della pianura ce ne sono decine. Le loro torri furono costruite per consentire un’ampia visione del territorio, le mura e i fossati furono costruiti per proteggere.

Con questo post voglio iniziare un viaggio disordinato in alcuni di questi castelli. Questo di Pagazzano è in fase di avanzato recupero, il Comune che ne è proprietario ne consente la fruizione, oltre che per visite guidate, anche per manifestazioni, come si può leggere nella tabella del tariffario.

Per la presentazione fotografica ho scelto l’immagine a mosaico che si vede, basta un click e si viene portati su   onedrive dove dove è visionabile l’intera cartella potendo anche scegliere il tipo di presentazione: sto esaurendo lo spazio su word press e adotto altre soluzioni.

Se invece si vuol conoscere un po di storia del castello e del luogo, basta cliccare qui e si va su wikipedia, dove come al solito si trova ogni notizia su qualsiasi cosa.

 

Caldo d’autunno

Per una visione completa occorre cliccare in uno dei cerchi. 

Uno sguardo all’indietro

Lei: Ma che fai? Stai con l’occhio attaccato allo specchietto? Guarda avanti, piuttosto.

Lui: Ma non vedi che siamo in coda? Siamo fermi, colgo l’attimo che passa attraverso quello che mi restituisce lo specchietto ;)

 

SACRIFICIO E RINUNCIA

Ci sono parole che accompagnano la nostra esistenza in maniera errata, perché allontanate dal loro significato primordiale. Una di queste parole è sacrificio. Viene usato ed abusato in ogni luogo, confondendolo con la rinuncia a fare qualcosa o a compiere una determinata scelta.

Al sacrificio si attribuisce un ruolo di scambio per le rinunce sopportate e le frasi diventano “ho realizzato tutto questo a suon di sacrifici”, mentre sarebbe più opportuno dire che lo si è fatto a suon di rinunce. Già la parola di per se è composta da due parole: sacro e fare, che capovolte rendono meglio l’idea delle radici latine, ovvero fare sacro, far diventare sacro qualcosa di materiale. Non a caso agli dei venivano sacrificati agnelli e colombe. Poi si è arrivati ad accompagnae la parola sacrificio all’aggettivo estremo, tipico dei gesti eroici. Estremo sacrificio che comunque sottintende il plauso divino, anche se in sua assenza ci si accontenta di quello istituzionale o di vicinato umano.

A questo punto è palese la dicotomia dei due termini, la loro netta separazione: il sacrificio ha carattere divino, la rinuncia ha carattere materiale, come tutto ciò che facciamo e possediamo. E’ nel momento in cui il nostro ego si esalta, attraverso gli atti o al suo opposto la rinuncia a compierli, che ci fa sentire immensi, come fossimo il penitente che si infligge il supplizio del cilicio. In quest’ultimo caso il senso di sacrificio è tale in quanto il penitente entra in comunione con l’umanità che soffre, messaggio insito nella fede cristiana, in quanto nella crocifissione di Cristo, Dio si fa carne per capire la sofferenza degli uomini e quindi se sono penitente e soffro, comunico con Dio attraverso il dolore, magari per chiedergli una grazia.

Aver sostituito il termine rinuncia con sacrificio fa subire all’atto della rinuncia un salto di qualità divina. Ma la rinuncia a qualcosa di materiale è solo un atto materiale, anche l’atto di sacrificare la vita di un agnellino (tanto soffre solo lui, povera bestia) è un atto materiale, ciò non toglie che rinunciare è una scelta e come tale può diventare uno scudo di difesa, ma anche causa di conflittualità interiore.

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