“Le intermittenze della morte”

“Le intermittenze della morte” sono quelle che che immagina  Jose Saramago in un libro del 2005. Da alcune  frasi scambiate con mia moglie, in quanto anni fa abbiamo letto insieme il racconto, apprezzandolo ma senza discuterne, dando per scontata una condi-visione, ho capito oltre alla diversità dell’interpretazione, quanto sia attuale il tema trattato da Saramago. Ad esempio a distanza di tempo abbiamo verificato che la visione di lettura era differente tra me e lei. Una prediligeva una visione surreale della storia narrata, l’altra una visione didascalica.

Ma di che parla il libro? Le intermittenze della Morte, nel racconto sono causate dalla scelta della signora Morte di sospendere le sue attività. Saramago, fedele nella sua ricerca di narrazione orale (è così che bisognerebbe leggere i suoi libri, a voce alta, per sentire nel fiato la punteggiatura), nella prima parte richiama addirittura Dario Fo. E’ tutto un arrampicarsi e saltare nelle situazioni più estreme, dove la non morte diventa emergenza nazionale, dagli ospedali che scoppiano di moribondi, ai servizi di pompe funebri che vedono crollare gli affari, all’inserirsi della maphia (con il ph) nel lucroso giro dell’esportazione dei moribondi oltre confine, dove si muore ancora liberamente. Entra in crisi anche la chiesa, poichè se non c’è morte non c’è nemmeno resurrezione. Poi il discorso si fa serio, e la morte decide di tornare a lavorare, ma consegnando ad ognuno degli interessati una comunicazione scritta, un preavviso di sette giorni, in modo da sbrigare le ultime faccende terrene. Solo uno resiste alla consegna del messaggio. Senza la notifica del preavviso  il patto fatto con l’umanità non verrebbe rispettato. No, non vi dico come finisce, dico solo che la lettura che ne ho dato io è che nella prima parte viene affrontato il tema dell’eutanasia, nella seconda quello del suicidio.

La recente morte di Lucio Magri, il suo suicidio assistito, mi hanno riportato in mente il libro, e il necessario diritto di poter decidere quando e come dimettersi dal mondo, il poter avere una morte dignitosa e possibilmente indolore senza che  si debbano varcare i confini clandestinamente, come nel libro di Saramago, in cui il soggetto nascosto è la libertà di scelta di vivere o morire. 

Consiglio anche la visione del video musicale ispirato al libro, che qui inserisco, e il link al blog “Col sole in fronte” che con i commenti ricevuti al post, ha avuto tanta parte nel farmi decidere questo post.

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Informazioni su paolo popof

Se fai un giro nel mio blog puoi apprendere qualcosa in più di quel che so io di me.

Pubblicato il 3 dicembre 2011 su Ambiente Umano, pensieri spaiati, Recensioni. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 8 commenti.

  1. Molto bello sicuramente, un tema sempre attuale che bisognerebbe che il governo si decidesse ad esaminare e a risolvere al più presto…..ma essendo in Italia il Papa dubito molto che questo possa mai avvenire. Ciao buon fine settimana!

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  2. il libro è lì nella mia libreria, ma non ho ancora avuto voglia di leggerlo. quel che dici di magri è anche il mio pensiero. la vita che ogni giorno viviamo è affar nostro, soprattutto quando facciamo fatica a starci dentro. nessuno è disponibile ad aiutarci se non lo facciamo da soli. nel momento in cui decidiamo che non possiamo e non vogliamo stare ad un gioco più grande di noi, qualcuno ci dice che questo non è possibile perchè quella vita, che fino ad allora abbiamo vissuto con disperazione e in solitudine, diventa appannaggio di tutti e tutti sono disposti a dire che togliersi di mezzo è immorale. lucio magri ha fatto una scelta dignitosa che anch’io avrei fatto al suo posto.

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  3. Il tema della morte mi appartiene, con gli anni non sono più spaventata da questo evento, lo metto in conto, può accadere in qualsiasi momento. Sicuramente lo spirito di sopravvivenza ci porta ad agire per la conservazione del corpo, ma spesso la mente, con passare degli anni si abitua e a volte desidera la morte, considerandola un evento naturale cui non si può sfuggire. Lucio Magri, uomo di successo e di grandi ideali, voleva cambiare il mondo, voleva volare e la storia degli ultimi anni gli è sembrata solo un racconto del fallimento di un’utopia. Così ha deciso di farla finita da sé. Resta l’esempio della forza di quegli ideali, una storia a sinistra, ma fuori dagli schemi.

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  4. Nessuno ha il diritto nè di interferire nè di giudicare, nè persone, nè chiese, nè, tanto meno, lo Stato, in una materia così intima come nessun’altra.
    Eppure, sulla tragedia di Lucio Magri che ha deciso di dimettersi dalla vita che, per lui e solo per lui, non aveva più senso, tanti speculatori hanno voluto, vergognosamente, intromettersi e disapprovare. Avrebbero fatto meglio a tacere!
    Per gli stessi che hanno giudicato immorale, Marco Travaglio compreso, le modalità con le quali Lucio ha scelto di allontanarsi dal mondo senza proclami, in silenzio, spesso dimostrano che la loro è una morale elastica, molto elastica, qualche volta, addirittura inesistente.
    Di Lucio Magri a me interessa non come sia mortol ma come sia vissuto: una vita politica di esemplare coerenza col concetto di libertà e di democrazia.

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  5. Lucia Magri ha raggiunto il risultato che si eraprefisso. Far parlare della scelta della morte. E immagino sapeva bene che la sua scelta, le sue modalità, avrebbero sollevato, nell’Italia bacchettona e baciapianelle che conosceva bene, polemiche e moralismi di ognii tipo. Tutti falsi ed ipocriti, comunque.
    Quindi… Lucio Magri ha vinto?
    Da questo punto di vista senz’altro si.
    Io, molto più sommessamente, laicamente, se mi si passa il termine, dico che ha scelto lui di andarsene. Ogni uomo conserva la libertà, quotidianamente, di quella selta. E pochi scelgono quella strada.
    Bene, male?
    Ad ognuno, nel silenzio della propria coscienza, della propria anima (per chi ci crede), del proprio animo (che quello, credo, ce lo devono avere tutti) la risposta.
    Io però, sarà che sono un ottimista/razionalista (categoria rara e fortunata, mi dico io) penso che si deve vivere.
    Il “deve”, però, non implica nessuna morale esportabile, nè tantomeno un obbligo collettivo, un’etica della vita.
    Il “deve” sta a significare solo che la vita è più forte di tutto.
    Nei momenti belli, felici, entusiasmanti della vita è facile lasciarsi cullare dalle onde e trasportare dalla corrente. Il successo, o la gioia o la fortuna sono facili … da sopportare (magari potrebbero, ad un più attento esame, riservare anche qualche strana ed imprevedibile sorpresa… ma qui, adesso, trascuriamolo).
    Il difficile è nei momenti bui, brutti, infelici.
    Ma anche in quei momenti la vita ha in sè qualcosa di misteriosamente potente, magico, lubruco, peccaminoso, inquietante, misterioso…
    La lotta che si instaura, in quei momenti, è terribile, può essere sconvolgente, dolorosa senz’altro.
    Ma … quasi sempre il balsamo della vita … produce proprio in quei momenti i suoi più potenti e misteriosi effetti.
    Tutto ciò ognuno di noi adulti lo sa molto bene.
    Certo, ci sono casi in cui quella lotta è dolore puro, casi in cui la vita non sa, non riesce, non può vincere.
    In quei casi estremi nessuno può imporre una verità, una legge che valga per tutti.
    Ma anche in quei casi estremi si scatena, forse proprio in quei casi estremi si scatena la lotta fra il Bene ed il Male.
    Lotta che genera e sorregge il mondo, potrei dire. Nel senso che l’equilibrio fra quei due elementi è la vera essenza del mondo, della vita, dell’esistenza (un mondo tutto di Bene neanche potrebbe esistere, perchè quello, senza il Male, non sarebbe nemmeno definibile, come non scorgeremmo la luce se non conoscessimo il buio).
    Quando quella lotta diventa critica, quando si svolge troppovicino a noi, quando ci usa come strumenti, come mezzi o come fini, allora diventa difficile, per un uomo scegliere.
    Ma credo che in quei casi si debba avere rispetto per le scelte che vengono fatte. Anche se dovessero essere errori.
    Come si scusa la scelta di un vero eroe.
    Anche se si dovesse trattare di un errore.
    Perchè, eroi, in quei momenti estremi, lo siamo veramente (sia che vinciamo sia che perdiamo. E questo nessuno lo può sapere prima).

    Ma io volevo parlare del libro.
    Mi sono prolungato troppo, adesso.
    Il libro l’ho letto.
    Uno dei più belli, in assoluto.
    Non tanto per la forma scritta usata, che forse Saramago non era un … vero esteta della parola scritta (hai ragione, Popof, andrebbero letti ad alta voce, i suoi scritti, non ci avevo bene pensato a questo, ma è così).
    Ma per la storia.
    Profonda e bellissima.
    Ma ci tornerò un’altra volta.
    In un altro commento.
    Intanto, un saluto carissimo.
    Piero

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  6. Mah! So solo dire che la vita è sacra.. e bisogna averne rispetto e gratitudine anche nelle peggiori delle situazioni. Ma la mente a volte è così “debole”, “fragile” influendo di molto nella persona malata di depressione da farle vedere che non c’è una via di uscita, non c’è più una speranza che le cose migliorino.. e di conseguenza la persona si abbandona a se stessa e si lascia morire in tutti i sensi.. anche fisicamente. Triste..

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  7. Io sono una sostenitrice del “suicidio” se questa è l’unica via d’uscita da questo mondo. Credo che chiunque lo affronti e lo metta in atto abbia già provato in molti modi di trovar “ragion di vivere”. Io so già che morirò così, l’ho sempre saputo, fin da bambina e lo dico senza vergogna e senza remore. Spesso dico che Perla, la mia gatta, è il mio “salvavita” ed è la verità…

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