Gestione familiare

Quando vediamo l’annuncio “Gestione Familiare” ci tuffiamo nell’hotel o nel ristorante confidando che il trattamento che ci verrà riservato sarà simile a quello che nostra moglie (parlo da marito) ci riserva nelle occasioni speciali. Spesso l’attesa non viene delusa e non ci sono da lavare i piatti, caricar la lavastoviglie, sparecchiare e spazzar per terra. Operazioni indispensabili in famiglia.

Ma che fai? Ci racconti la routine? No, questo post nasce dalla riflessione indotta da un altro post, quello della  Repubblica Indipendente di Piero Perrone, il suo proporre su proprio filmato una canzone di Lou Reed, mi ha fatto ricordare che, oltre le gestioni familiari di cui dicevo sopra, ci sono anche le gestioni familiari delle aziende a cui le famiglie restano col-legate, un vincolo che come il filo che si diparte dal fuso, diventa pian piano più sottile sino a spezzarsi, se dita esperte sono incapaci di riannodarlo.

Mi torna in mente il dato statististico che vede le aziende familiari scomparire nel giro di tre generazioni. Difatti la prima generazione, quella del fondatore, quello che gli ha dato anima e corpo, quello che l’ha fatta crescere e sviluppare, già alla seconda, quella del figlio, sopravvive per puro mantenimento, pochi cambiamenti e spesso treni persi per eccesso di conservazione o per mancanza di spirito innovativo. Tutto è stato predisposto perché funzionasse al meglio, meglio non far danni, almeno sinchè è in vita il vecchio. Chi lavora in una’azienda familiare sa che facendo il suo lavoro lo stipendio a fine mese c’è, spesso ha conosciuto il fondatore e si adopera per far funzionare al meglio l’azienda, dando anche consigli utili al successore generazionale. La terza generazione invece è quella del tutto pronto, quella che non sta a perder tempo nei CDA,  che delega a figure apicali l’azienda avuta in eredità. E l’azienda pian piano si dissolve, se va bene si  trasforma, altrimenti sparisce. Con essa scompare anche chi ci lavorava.

Giusto per fornire dei dati, dalla prima alla seconda generazione sopravvive solo il 20% delle aziende, alla terza il 10%. Le tante aree dismesse che ospitavano floride aziende sino a una decina d’anni fa, non sono una casualità. Sono l’umano divenire dell’uomo. L’ambiente che crea, si dissolve insieme a lui.  

Ecco noi siamo la terza generazione del tutto, sia dell’impresa sia del lavoro prestato. Il nostro genufletterci alla comoda finanza ha fatto si che il lavoro venisse gestito da altre mani, le imprese lo han chiamato decentramento, delocalizzazione, frutto della globalizzazione. Che interesse ho a far crescere una pianta da potare e innaffiare se gli stessi frutti, posso ottenerli senza alcuna fatica? Posso guadagnare e sopravvivere sottoscrivendo dei pezzi di carta. Che questi pezzi di carta siano cedole azionarie o schede elettorali fa poca differenza, delego. In definitiva ci trasformiamo volontariamente in figure interdette ( art. 414 e segg. del CC).

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Se fai un giro nel mio blog puoi apprendere qualcosa in più di quel che so io di me.

Pubblicato il 7 luglio 2012, in pensieri spaiati, sc-arti e mestieri con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 31 commenti.

  1. Buona domenica Paolo, un argomento su cui potrei scrivere trattati, sono testimone ogni giorno della rovina di fiorenti aziende famigliari, da noi si dice” Una generazione crea un’azienda, una la conserva, la terza la distrugge”, sacrosanta verità. Per ora scrivo queste due righe , ma torno su questo post….
    Con simpatia :-)

  2. Caro Paolo, piacere ecco uno della terza generazione. La mia famiglia ha vissuto per generazioni (ho qualche riferimento dal 1600) in riva al Lambro (una volta era realmente pulito rispetto allo scempio degli ultimi 50 anni) ed erano sostanzialmente mugnai.
    Poi a fine XIX secolo la mia bis-nonna fece un timido tentativo di avviare un’attività alternativa di lavanderia per patrizi della zona, persone che non avevano modo di lavare in proprio, prime locande, etc. Il primo strappo di sviluppo lo diede mio nonno allargando un po’ la clientela anche con i primi ristoranti che in zona prendevano piede, oltre che alberghi e qualche istituto religioso. Il boom venne con mio padre che si spostò dalla riva del Lambro (ormai anche avendo “meccanizzato” la lavorazione, l’ambiente non era dei migliori per lavorare…), allargò ulteriormente la clientela svincolandosi dai privati, migliorò la qualità dei detersivi.
    Chi ha stoppato il circolo virtuoso? Eccomi qui. Mia madre mi rese evidente fin da piccolo “Non ti azzardare a fare questo lavoro!”. Mio padre: “Paolo studia, dammi retta è meglio per te e per me”.
    Quando abbiamo raggiunto le età per cui mio padre poteva andare in pensione ed io subentrare nell’attività: il parco macchine sarebbe stato interamente da rinnovare, i locali del laboratorio inadeguati in caso di sostituzione (necessaria) delle macchine, e parco clienti diventato insufficiente per supportare tutti gli investimenti necessari (oltre al fatto che anche avendo fatto qualche tentativo non trovavo nessuna banca disposta a finanziare il mio rinnovo dell’attività, per cui avevo anche qualche idea interessante per rendere più efficiente il lavoro per me e per i clienti).
    Visto che per fortuna potevo “spendere” una buona laurea iniziai a lavorare come dipendente. Rimpianti? Pochini per dirla tutta. Confesso piuttosto un certo fastidio quando le sorelle di mio padre hanno provato a instigarmi il rimorso per la chiusura dell’attività (“La tradizione di famiglia…”) quando non ricordo di aver mai visto uno dei miei cugini passare per stirare anche solo un tovagliolo…

    • Più o meno storia comune. Non arrivo al 1600, la data più antica è dei bisnonni, 1880. Storia simile, con mia madre che non ha voluto che seguissi le orme di mio nonno e alla fine proprio mia madre quando ha cessato l’attività (a 74 anni) ne ha fatto una malattia, rinunciando anche a vivere, per lei il lavoro era tutto.
      E per quanto riguarda le banche altro tasto dolente. L’imprenditoria giovanile è la più sacrificata. Hai letto quel blog “se Steve Jobs fosse nato a Napoili”? Ti do il link

      http://www.napolitoday.it/cronaca/steve-jobs-nato-provincia-napoli-antonio-menna.html

      • grazie Paolo, ora me lo leggo, anche se con la dovuta e giusta modestia ti assicuro che non ho un’unghia della creatività di Steve Jobs (o Stefano Lavori :D )

      • Ho letto il commento dei “beati” paoli e mi chiedevo per quale ragione sembriamo venire dalla stessa famigliare e dalle stesse situazioni.rimane il fatto che a nessuno dei nostri genitori sarebbe venuto un mente di augurare ma vita di grandi sacrifici condotta da loro per anni.ad ogni modo c’è azienda e azienda.male che vada c’è sempre un dietro i’angolo! :-D

      • Scusa gli errori Paolo! Sto scrivendo con il cellulare e sono una “impedita”! :-( al commento di prima manca Marchionne! :-D

      • hai ragione ovviamente tutti i genitori augurano e si prodigano perchè i loro figli non debbano ripetere gli stessi sacrifici, quindi entrano in una modalità protettiva della prole.
        A me onestamente da fastidio sentirmi dire che non voglio fare sacrifici per rientrare nello schema generale da terza generazione.
        Probabilmente mi da maggiormente fastidio sentirmelo dire da chi non ha la più pallida idea di quali fossero i sacrifici che mi erano richiesti, quali ho accettato in alternativa, (mai preteso di vivere nella bambagia, e per conoscenze di altri da terze generazioni: non tutti quelli che chiudono l’azienda vivono di rendita…) e tutti i sacrifici di cui sono comunque disposto a farmi carico senza fare troppi problemi (non sono Superman, non ho pretese da supereroe, ma non sento il bisogno di far pesare sul mio prossimo quando mi scappa una goccia di sudore in più per qualcosa di utile per me o per gli altri).

  3. Allora possiamo arguire che trovarsi la pappa già bella pronta non fa bene a nessuno e che la pratica vale sempre più della teoria!!

  4. Mah, tema difficile, credo.
    Pensavo che studiare le materie di economia servisse a fare l’imprenditore, ma forse, evidentemente, non basta.
    Certo,ci vuole anche predisposizione al rischio, spirito di iniziativa.
    Forse, la prima generazione, quando mette su l’aziendina, ha poco da perdere, gioca in attacco, tanto se va va, altrimenti…
    La seconda generazione amministra il successo, è consapevole ma anche conservativa.
    La terza… ha solo da perdere, ha una grande dote in cassaforte, che pesa come una zavorra, alza oltremodo l’asticella del rischio…
    Immagino cosa voglia dire “temere” l’insuccesso, l’insicurezza, la paura di perdere tutto… ecco, tutto questo ti afferra alla gola, ti paralizza, ti … mette fuori mercato.

    Un abbraccione, Popof!

    Piero

    • Ma Piero non è la paura dell’insucesso che manda l’azienda in rovina, è il poco impegno dei giovani che prendono in mano le redini, che non si sacrificano, che pensano di avere tutto e subito. Ora i tempi sono difficili, su questo non si discute, ma la serietà e l’impegno dei padri non si ritrova quasi mai nei figli, di chi è la colpa?
      Un saluto
      Lucia

      • Penso che la colpa sia di tutti noi che abbiamo fatto credere (involontariamente) alle nuove generazionie che il pratico “tutto e subito” fosse un verità di questo mondo.

        Invece una verità del mondo è che per raggiungere un obiettivo, per quanto minimo, bisogna faticare e non averne paura.

        Scusa se rimango nell’ambito del mio blog (montagna…) ma ti proporrei un esempio di come era una volta.

        Un certo Antonio Tonini, prima di diventare direttore del Catasto di Susa, (siamo nella seconda metà del 1800), spese 5 anni della sua vita come volontario, conquistando le cime più elevate della Valli di Lanzo per effettuare i rilievi tecnici (ai primordi sulle vette ci si saliva per scopi prevalentemente scientifici). Questo signore era un ingegnere (diploma con lode) e viveva con niente.

        Oggi siamo convinti di sapere tutto quando ci troviamo con un pezzo di carta in mano. Non è così.
        Ci sono esempi famosi di figli di papà che, prima di comandare le aziende, hanno fatto la gavetta nelle catene di montaggio, sebbene avessero fior di lauree.

        Purtroppo mi sembra che sia diffusa la convinzione che oggi è tutto facile e veloce.

        Faremo una brutta fine se non accantoniamo questa malsana idea su come approciarsi al nostro avvenire specialmente se pensiamo che nel mondo ci sono persone molto “affamete” di futuro.

  5. ci sono molte cose vere in tutto questo, Lucia e Belleley.
    I giovani con poco spirito di sacrificio e poca voglia di applicarsi.
    Ma io vedo che un pò in tutte le generazioni, in Italia, sono stati tirati i remiin barca, altrimenti non saprei spiegare meglio la regressione nazionale di questi ultimi venti anni.
    I giovani di oggi, vent’anni fa, però, non c’erano ancora,oppure li stavamo già educando che le scorciatoie più corte erano senz’altro le migliori.
    E noi, e loro insieme, abbiamo scelto le vie più semplici… che alla fine ci hanno portato alla disfatta di oggi: penso, per fare un esempio, che i genitori della famosa Noemi, quella che chiamava Papy il vecchio premier vizioso, erano consenzienti; penso che dietro le Olgettine, le Minetti, Le Carfagna, c’erano gli stessi ideali di semplificazione della realtà che tanto stiamo criticando.
    Era tutta colpa di quei giovani?
    E per quale strana tara ereditaria, per favore?
    No, cari amici, cerchiamo di prenderci delle responsabilità: dico un plurale che riguarda tutta intera una generazione, ma poi, all’interno di quel plurale, ci sono migliaia di singolari che non hanno responsabilità uguali agli altri, non portano altrettanta croce sulle spalle!

    Un’altra cosa: alla particolarità tutta italiana aggiungerei uno sguardo verso l’estero.
    Ma, scusatemi, vi pare che negli USA stiamo tanto meglio?
    E ve lo siete scordato il soldatino Bush, alcolista pentito che pensava di esportare la democrazia a suon di bombe? E tutti i patrioti americani ‘mbocconi, dietro, con le bandierine in mano e le pistole ad Abu Ghraib e Guantanamo.
    E i Merkozy?
    Coniugi sorridenti arrivati inadeguati di fronte al peso della storia che gli grava(va) sulle spalle?
    E Blair, il belgiovane inglese di belle speranze, che oggi trova sollievo nella riconquuistata fede cristiana, lui, che è stato il premier del capo della fede anglicana?
    E lo stesso papa tedesco, con i suoi giannizzeri, i corvi, i pedofili, i banchieri di dio…
    eccetera eccetera…

    Insomma, forse siamo un pò regrediti da tutte le parti, dobbiamo ammetterlo.
    non diamo però la croce solo a quei poveri disgraziati a cui non abbiamo saputo insegnare altro che stare a guardare come gira un mondo troppo complicato per noi e troppo pesante solo per le loro spalle.

    Un abbraccio a tutti.
    Piero

  6. io mi chiedo se non siamo prossimi a ricominciare tutto da capo. Vedo giovani che prendono appezzamenti di terra e si mettono a coltivare e ad allevare animali.. E’ uno dei pochi modi che è restato per lavorare. Corsi e ricordi storici.. Giambattista Vico :-)

  7. Credo che Paolino abbia spiegato bene come si possono trovare i giovani alla terza generazione, con tutto da sistemare ed ammodernare e con capitali da trovare solo Dio sa come.
    Non colpiamo con la scure i giovani; se molti son pigri e poco propensi al sacrificio, la responsabilità è anche dell’educazione che hanno ricevuto dai genitori del boom economico. Oggi trovano lavoro solo i ragazzi che hanno dei genitori con attività già ben avviate: dal supermercato al negozio di abbigliamento, dall’officina allo studio ingegneristico o legale. Nessuno si chiede se a quei giovani quel tipo di lavoro piace, se la conduzione famigliare gli pesa o li soddisfa. Non è tempo di porsi queste domande : sono dei fortunati e loro lo sanno bene perchè l’alternativa sarebbe la disoccupazione o l’espatrio (a far che non si sa proprio).
    Il mio dentista ha due figlie: la minore si è laureata in odontoiatria e lavora col padre nel suo studio, la maggiore, laureata in lettere, dopo vari ed inutili tentativi di inserimento nel mondo del lavoro, a 28 anni si è iscritta in odontoiatria…sarà lei tra qualche anno a farmi la pulizia ai denti? Penso di sì e magari lo farà recitando una poesia di Leopardi o discutendo di Manzoni. Mica male, eh!

    • Cara Marirò, sapessi quanti giovani conosco che hanno ereditato attività commerciali fiorenti, studi tecnici con una clientela da far invidia, studi notarili di notevole importanza. La maggior parte non ha saputo gestire le attività, altri non hanno superato l’esame di stato, altri ancora, come nel mio caso, non hanno saputo seguire i lavori di ristrutturazione della casa, lasciandoci in mezzo un mare di guai…Riconosco in parte le colpe dei genitori, come ha detto Beppeley, ma vedo tanta poca volonta e spirito di sacrificio!
      Un saluto :-P

      • Forse quei giovani non sarebbero dovuti diventare notai o ingegneri per costrizione di eredità o di mancata alternativa di lavoro, bensì per convinzione e per passione. Perchè il lavoro che ami lo fai in un modo completamente diverso. Ma oggi un giovane difficilmente può scegliere.
        Ciao, sorrisi :-)

      • Scusami Lucia…se mi permetto! Ma non pensi che tutti questi giovani…non sanno prendere il volo, proprio perchè troppo vincolati dalle aspettative dei genitori…o peggio, dalle necessità di qualcosa che si trovano appiccicato addosso?
        Non pensi al disagio che vivono…nel combattimento intimo, tra i propri desideri di realizzazione personale… e sensi di colpa, verso realtà già esistenti, che non sentono proprie?

        Conosco giovani che si trovano a lavorare per il loro papà….. e come vuole il loro papà!
        Aspiravano di lavorare nel sociale, e si sono formati, per lavorare nel sociale!
        Purtroppo, per non dar dolore ai genitori…lavorano…….tristemente e pesantemente, nel settore commerciale.

        Credo che, un fattore determinante il successo…sia l’entusiasmo, la libertà, la creatività, la ricerca intima della propria essenzialità.

        Ai miei figli, ho consegnato questo nelle loro mani…fin dalla scelta dell’indirizzo delle medie. E’ stata per loro, una scelta libera, ponderata, consapevole….e se ne dovevano assumere le responsabilità.
        Il figlio maggiore ha 40 anni e l’anno scorso ha ricevuto la medaglia d’oro dalle Assicurazioni Generali, per i primi 20 anni di lavoro. A 19 anni aveva presentato domanda di assunzione, come lavavetri….perchè voleva comprarsi la moto e iscriversi all’Università. Era ed è appassionato d’informatica! E’ stato assunto per merito… ha frequentato l’Università…ora è funzionario e…continua a giocare, ad elaborare e divertirsi con i programmi del PC.
        La figlia, ha appena compiuto 37 anni. Amava ed ama le culture del mondo! Ha scelto l’indirizzo turistico e dopo la maturità…il suo entusiasmo, curiosità, disponibilità e solarità…l’ha resa responsabile della reception del Gran Canal, in Piazza S.Marco a Venezia….Ma solo fino alla prima gravidanza. Poi ha lasciato e c’è stata la seconda gravidanza!…Ha voluto viversi intensamente come mamma, fino all’età dei 8/9 dei figli. Ora organizza Congressi ed Eventi in Ville venete, lavorando da casa, pur curando amorevolmente la famiglia.
        Il figlio piccolo, compie 32 anni il mese prossimo. E’ stato il più fortunato, perchè…ha potuto frequentare l’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Aveva scelto l’indirizzo
        artistico…perchè amava disegnare. Dopo aver fatto lo stage all’IBM a Milano, ha avuto una proposta di lavoro da un’Agenzia WEB di Design, sempre di Milano. E’ partito come…Lorenzo Tramaglino! Solo e Povero, ma ricco del suo entusiasmo e passione. Ha
        dormito negli ostelli…con sconosciuti. Ha fatto tutto da solo, e per creatività e umiltà…ha avuto incarichi di responsabilità. Ha assunto per l’Agenzia, 4 suoi amici di scuola, un ragazzo indiano, uno brasiliano, uno svedese. Poi ha avuto un’alletante proposta da
        un’Agenzia di Sydney. Da un anno vive e lavora in Australia. Continua a creare siti WEB
        e ad essere richiesto a livello internazionale.

        Cara Lucia…sarà anche per fortuna che, i miei figli, possono dire di non conoscere la crisi
        mondiale in atto. Sarà stata, anche fortuna…non aver fortuna!
        Ristretezze economiche, gravi lutti, problemi miei di salute…ecc
        Ma penso che, come dice Popof….i più bei fiori nascono dal fango. E aggiungo…sopratutto se sono accolti e amati per quello che sono in verità.
        Al di là e al di sopra di ogni ….IMPRESA FAMIGLIARE!

        Non sei d’accordo?

        Un caro abbraccio

    • Mia nipote, figlia di una prof di scienze e di un chimico ambientale avrebbe amato frequentare il liceo artistico e invece sta completando il quinquennio in scienze ambientali ed è anche iscritta all’albo come perito chimico. Comincia a frequentare lo studio del padre con occhi poco curiosi.
      l’altra sera si è seduta nel mio terrazzo con fogli e pennelli ed ha dipinto un colibrì in volo : mi beavo solo a vedere i suoi occhi sereni.
      La pittura resterà un hobby: così vuole la tradizione e così vogliono le esigenze di lavoro e familiari.

  8. Paolo ,lo faresti un salto nel mio blog? Ciaooooooooo

    http://strangethelost.wordpress.com/2012/07/10/the-winner-is/

  9. Mamma e papà hanno sudato e costruito! E dal niente del dopoguerra…hanno lasciato anche a me una rendita…utilissima, per poter crescere in prima persona, i miei figli!
    Anch’io, come figlia, ho sudato con loro nell’edificarla! Purtroppo però, a causa di forze maggiori, ho potuto solo conservarla!
    Un giorno passerà ai miei figli! Come dono dei nonni materni!
    Ma fino a quel giorno…potranno dire di avere, solo la presenza diretta della loro mamma! Che, grazie a quella rendita, ha potuto rimanere a casa dal lavoro, dedicarsi completamente al miglior bene della famiglia e accompagnarli passo dopo passo, nelle loro realizzazioni e conquiste…anche economiche!
    Sono molto fiera dei miei figli e del loro successo!

    Con simpatia

    Nives

  10. Sei la terza generazione che si riaggancia alla prima e viole diventarlo :) Non mollare.

  11. i padri faticano per far soldi e i figli se li spendono…

  12. avevo visto questo post, ma ancora dovevo fermarmi a leggere…. adesso ci son tornata… forse perché oggi la commercialista ci ha comunicato la cifra delle tasse? forse… forse perché c’è tanto sconforto e pochissima voglia di continuare un lavoro che ti toglie tanto e ti da sempre meno….
    l’attività è iniziata con me e i miei fratelli, ma spero ardentemente che i miei nipoti imbocchino una strada diversa….

    • Eppure io penso che speri così perché ami il tuo lavoro, se vuoi la tua creatura.
      Ecco tu sei una prima generazione. L’incertezza oggi la senti tutta, forse più che non quando hai iniziato. Vediamo la cosa da punto di vista del contadino-raccoglitore. Lui sa che la terra ad ogni stagione da i suoi frutti. E’ giusto accontentarsi dell’ultimo raccolto, tenendo i figli al caldo, sapendo che ad ogni inverno segue una primavera?

      • secondo me è giustissimo rendere partecipi da subito i figli… già da piccoli, ma se poi hanno sogni diversi non bisogna costringerli a continuare un’attività che non hanno scelto loro…. nessuna cosa fatta controvoglia funzionerà mai al meglio…

  13. Abbiamo un problema di selezione del personale: si viaggia solo per raccomandazione e clientelismo. Non sarebbe mica niente in sé, ma purtroppo a fare così abbiamo riempito le posizione chiave di perfetti incapaci. Se sei figlio di un atleta che ha vinto gare di maratona, questo non fa di te un buon maratoneta, e la regola vale anche per gli amici.

    L’Italia in generale è davvero una “nazione alla terza generazione”, come direbbero alla Cna. E d’altro canto chi avrà il coraggio di andare a dire ai primari ospedalieri che i loro figli, nella maggior parte dei casi, non sono adatti a fare i medici? E chi riuscirà a spiegare ai nostri amici imprenditori che le loro aziende potrebbero esser meglio guidate da qualsiasi lavandaia piuttosto che dai loro nipoti?

    Personalmente non credo che riusciremo a superare lo scoglio, in questa antitesi della meritocrazia che è l’Italia. L’ultima volta che abbiamo cambiato le cose, è stato in mezzo alle macerie della guerra. E allora viva l’Italia, e io speriamo che me la cavo….

    • Benvenuto Fausto, ho visto il tuo blog, ben argomentato e curato.
      La selezione del personale nelle aziende familiari la si fa per conoscenza diretta, ha una sua normalità quando le caratteristiche del lavoro non richiedono particolari doti, purtroppo il meccanismo è stato importato nelle grandi aziende, che crescendo, si son trasformate in strutture parcheggio.

  14. Tre generazioni, se penso a molti esempi che vedo qua in giro, sono addirittura una stima ottimistica… Il lavoro per “diritto ereditario” spesso è deleterio per tutti: chi si trova “costretto” ad assumere un ruolo che gli sta stretto o per cui magari non è tagliato, chi dovrebbe riceverne i servizi, gli eventuali dipendenti della ditta.

    Ad esempio, la ditta dove lavora il Consorte (che per quasi 20 anni è stato l’unico dipendente): i due soci fondatori sono ormai entrambi in pensione, uno (senza figli) fatica a trovare qualcuno che gli subentri comprando la sua quota, soprattutto perchè… il figlio dell’altro (che è subentrato al padre) lavora lì praticamente solo per “diritto ereditario”. Dopo oltre 20 anni ancora non sa fare metà delle lavorazioni (dell’altra metà si riserva le cose semplici, e spesso le sbaglia comunque), e per quanto riguarda la “gestione aziendale” caliamo un velo pietoso perchè essendosi sempre trovato la pappa pronta, non ha la minima idea di come sia il mondo reale. Il Consorte m’ha confidato che più “aspiranti” si sono lasciati scoraggiare nell’investimento proprio dal genere di socio con cui si sarebbero trovati a che fare.

    Altro esempio: una ditta cliente di uno degli avvocati dello studio dove lavoravo. Una volta subentrati i due figli alla gestione del padre fondatore, i dipendenti storici (e parlo di gente che lavorava lì dalla nascita dell’azienda) hanno iniziato a licenziarsi… l’ambientino di lavoro era diventato talmente “vivibile” da creare un esodo di massa (e dire che il “buon esempio” su come si interagisce con i propri dipendenti pensandoli persone e non attrezzature, il padre l’aveva dato… quel genere di superiore che in caso di ricoveri non manca di andare a trovare i dipendenti in ospedale, o che non rifiutava mai un’ora di permesso senza preavviso se c’era qualche emergenza a casa). Quanto potrà andare avanti, una realtà del genere?

    Fortunatamente ci sono anche esempi contrari a questi… ma non so se siano la maggioranza.

    • Ogni generazione dovrebbe essere sempre la prima, se non si sente il lavoro dei padri come proprio, è meglio ascoltare il cuore e scegliere altre strade, partendo da zero e non da un traguardo che è un muro. Questo anche per rispetto di chi aderisce ad un progetto che, pur se da dipendente, merita di poter vivere il lavoro come qualcosa di suo.

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