Mediterraneo, anticipo di 2012

In questi mesi ci hanno riempito di apocallitiche previsioni a proposito del  20/12/2012. Secondo alcune interpretazioni di una profezia maya si verificarà un evento, di natura imprecisata oltre che di proporzioni planetarie, che produrrà una strappo con il passato. I catastrofisti ipotizzano la fine del mondo.

Lo scorso giugno, ad una festa popolare (“Lo spirito del Pianeta”) ho seguito l’intervento di un teologo Maya che a proposito della profezia confermava che nel 2012 si ci saranno dei mutamenti che cambieranno il nostro modo di vivere e concepire il mondo, un nuovo equilibrio, che non ne segnerà la fine ma l’inizio di una nuova era. Sembra che il parere sia condiviso dalla maggioranza degli studiosi di storia e religione Maya.

La fine del mondo è una forzatura per fare cassetta. Colpisce pù la fantasia delle persone una scena apocalittica che non una paradisiaca.

Certo gli eventi che in questi giorni sconvolgono il tranquillo Mar Mediterraneo, fanno supporre che il mondo già nelle prossime settimane non sarà più come prima. La storia insegna che le date sono solo dei paletti per ricordare il passato. Gli eventi storici cominciano molto prima e finiscono dopo le date fissate sui libri.

Nord’Africa e Medio Oriete oggi sono scossi da un’ondata di cambiamenti rapidi e impensabili sino all’altro ieri. Se di Tunisia ed Egitto sembra che sappiamo ormai tutto, non direi lo stesso del Sudan, dove un referendum ha sancito la nascita di un nuovo stato che nel prossimo mese di luglio vedrà la luce. Aggiungiamo  il Marocco, dove ci sono state proteste per l’aumento del prezzo dei cereali e lo scorso 20 febbraio alcune decine di migliaia di persone sono scese in strada in varie città del paese, e  ad Al Hoceima cinque persone sono morte nell’incendio di una banca. In compenso la situazione sembra sia più tranquilla rispetto a quella dei vicini, grazie anche alla fama riformista del re.

Nella piccola Gibuti le proteste non sono mancate, la scorsa settimana durante scontri violenti, un poliziotto è morto e dieci persone sono rimaste ferite. Lo stesso dicasi dello Yemen, dove la povertà è diffusa e la protesta è alimentata dagli studenti.

Il Regno di Giordania da gennaio è scosso dalle proteste di piazza, particolarmente accese ogni venerdì, giorno della preghiera. Lo scorso 18 febbraio gli scontri tra manifestanti antigovernativi e lealisti sono stati particolarmente violenti e hanno causato una decina di feriti.

In Tunisia e Algeria il sommovimento politico sociale di questi giorni sembra che abbia dato una spinta positiva.  In Egitto la situazione è in mano ai militari, l’unica forma di potere,  al momento attuale in grado di garantire una pacifica convivenza.

La situazione invece è grave in Libia. Il coccodrillo Gheddafi sta meietendo vittime a migliaia. Abbiamo tutti sentito che sta usando un’aviazione mercenaria contro le città ribelli.  Stasera ascoltavo alla radio le testimonianze di diversi libici che raccontano le nefandezze di questi giorni. Si parla di genocidio.

Al di là della condanna umana di tale comportamento, da giorni mi chiedo come molti, quale sarà la configurazione geopolitica dopo che alcune dittature verranno spazzate via.

Non accettando personalmente l’idea di cedere alla bieca tentazione di dire “era meglio prima”, ne tantomeno di cedere ad un cieco “tanto peggio tanto meglio”, cerco di ragionarci un pò su.

Una cosa è certa, se una normalizzazione si sta facendo strada in Egitto e Tunisia,   la situazione in Libia sta precipitando verso una situazione di guerra civile.

In questi giorni tutti stiamo seguedo le notizie che ci giungono dalla Libia con trepidazione. Quando un potere si comporta nel modo in cui si sta comportando quello libico, è destinato a finire presto i suoi giorni, sono i caratteristici colpi di coda. Eppure non sarà così.

Gheddafi ha minacciato di incendiare i pozzi, ma non è una scelta che conduce alla vittoria. Di primo accito sembra solo una ripicca personale del rais verso la propria nazione. Io vi vedo più un avvertimento nei confronti di tutti i paesi del nord (stavo per dire occidentali, ma il confine del mondo si sposta sempre più sull’asse nord sud) che necessitano delle sue materie prime.

Indubbiamente il leader libico vuol restare al suo posto costi quel che costi, anche a prezzo di una guerra civile diffusa. Sarà una fine lenta che troverà tacitamente daccordo tutti quegli stati che dipendono dal gas e dal petrolio libico, a cui c’è da aggiungere lo stato di Israele, per un altro motivo.

Non dimentichiamo che sul mediterraneo si affacciano paesi e popoli che si riconoscono in una delle tre religioni rivelate, popoli che o convivono o cercano di eliminarsi a vicenda. Islaele è il più piccolo e si sente preso in una tenaglia.

Cerco di immaginare come reagirebbe Israele se in Libia prevalesse l’Islam. Se a questo ci sto pensando io, credo che altrettanto stiano pensando governanti e governati di mezzo mondo. La Libia non è la Tunisia, ce ne accorgiamo tutti. Una prevalenza islamica in Libia, magari con connotati fondamentalisti, significherebbe nel giro di poco un’esportazione anche al vicino Egitto. Di questo si rende conto Gheddafi, e difatti l’accusa ad Al Quaeda non è uno spaventapasseri nei confronti del popolo libico, ma un messaggio per i paesi al nord del Mediterraneo e per Israele in particolare.

L’evolversi della situazione in una sorta di Iraq mediterraneo, farà si che nevralgiche in cui ci sono i giacimenti minerari, verranno protette e custodite da forze di pace internazionali. Al tempo stesso la guerra civile terrà impegnate le forze interne per giungere infine a una occidentalizzazione democratica (sarebbe più giusto dire nordificazione).

L’Europa in questo frangente sta recitando un ruolo teatrale, prima tergiversa, sottovaluta la situazione, propone sanzioni. Invece Israele tace. Ha senso questo? Secondo me è un modo per far si che le cose possano essere guidate meglio nelle prossime fasi.

Perchè anzichè proporre sanzioni inverosimili, l’Europa non procede con il sequestro dei beni che la famiglia del rais detiene in Europa? Perchè non si propone il congelamento di tutte le azioni dello stato libico? Forse per far passare il tempo necessario affinchè le ricchezze possano essere celate in luoghi sicuri, e le azioni possano essere cedute a società prestanome.

Queste semplici supposizioni, anche se non da sole, sono quelle che faranno in modo che la tragedia libica si prolunghi per un pezzo.

Il 2012 sta già cominciando, anzi è già cominciato, non sarà la fine del mondo come ho detto all’inizio. Un nuovo mondo pian piano cresce sulle fertili ceneri del vecchio, tutto sta nell’utilizzo delle sementi giuste.

Mondo ladro!

(si consiglia, prima della lettura del post, di leggere “Più sani, più belli?”)

E se non ci fossero i ladri, che mondo sarebbe? Un sacco di disoccupati in più, sicuro.

(E dalla cò sti disoccupati, prima hai rotto con la sanità che si poggia sugli ammalati e non viceversa, e ora con i ladri? Dai arrampicati pure sugli specchi e poi finiscila qui.)

Dunque dicevo, prima di essere interrotto da quell’altra parte di me che pretende maggior coerenza e che ho riportato per il sacrosanto diritto di ascoltare anche se stessi, che fine farebbero i costruttori di casseforti e di serrature antiscasso se non ci fosse chi ruba? E tutti gli occupati nella produzione di porte blindate, di cancelli e inferriate? Per non dimenticarsi di tutti quelli che progettano e realizzano sistemi elettrici ed elettronici antintrusione. Senza ladri resisterebbero a malapena i produttori di lucchetti, finchè è in auge la moda di attaccarli ai parapetti dei ponti.

Ecco una professione utile alla società, non quella dei lucchettai, quella dei ladri. Per i greci pare che il primo sia stato Prometeo;  nei comandamenti, il non rubare,  Mosè lo ha messo all’ottavo posto, ma dal punto di vista economico sembra che la sua violazione faccia più occupati di quello che dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Senza contare l’indotto, vale a dire i tutori dell’ordine. Che ne sarebbe di loro se non ci fosse più nessuno da inseguire? E i giudici? Quante cause in meno dovrebbero presiedere. E gli avvocati? Lasciamo stare, quelli il cliente lo trovano sempre, mal che vada vanno in parlamento con una nuova formazione, il pdl (partito dei legali).

Ecco, ho trovato un’attività indispensabile alla sopravvivenza sociale  che da una mano sostanziosa al PIL.

In fondo chi porta via qualcosa ad un altro gli porta via solo quello che già sta fuori dalla persona, oggetti o soldi  che al momento non gli servono. Una regola dice: non portati mai appresso più di quanto puoi spendere. Comunque ci si può sempre ricomprare quello che ci viene portato via, è solo roba superflua.

E se ad essere rubato è un esemplare unico al mondo?

Se è unico al mondo non serve all’intera umanità, non serve al bene comune. Poi con le moderne tecniche qualsiasi cosa si può riprodurre fedelmente, anche un quadro d’autore. Sai quante copie finte si ammirano nei musei. A tutto si può rinunciare ed è possibile ricomprare tutto. Il ladro in questo senso da una mano all’economia nazionale (il famoso PIL che aumenta, citato prima).

E del dolore subito dal protagonista di “Ladri di biciclette” che dici? Pensa a quel frantumarsi di mille speranze davanti a un furto.

Da questo punto di vista allora la cosa cambia, l’attività del ladro è utile all’economia e dannosa per l’uomo?

O lo è per il fatto che ognuno di noi vede nelle cose che possiede un’estensione di se stesso e non ne sopporta la sottrazione perchè vive in simbiosi  con le cose che  immagina come parte di se?

Non dovrebbe esistere il possesso, senza possesso non ci sarebbe nemmeno il furto.

Ecco un’altra cosa inutile, il possesso e tutte le attività umane che ne garantiscono l’esistenza.

(2 Continua …)

Un’uggiosa giornata di fine inverno

23-01-2011-064

Passeggio sulla passerella che collega la mia sponda all’isola e sento il toc toc sordo dei miei passi come il rintocco del pedolo di casa.


Le mani in tasca e gli occhi a cercare qualche traccia del bel tempo che verrà. Le betulle già stendono gli amenti dai rami dove comincia a fluire la linfa e l’alicantus esala il profumo dei suoi fiori invernali.

Una bimba getta pezzi di pane a una coppia di cigni e un’anatra insegue sbattendo veloce le zampe palmate sott’acqua per catturare il grosso tocco conquistato. Non è il momento di spiegarle che il pane contiene sale e non fa bene ai pennuti che mangiano contenti. La bimba è felice di dargli nutrimento.

La pioggerellina è sottile e qualcuno chiacchera sotto un ombrello. In settanta metri di passerella riesci a intuire come siamo immersi in Europa. Polacco, rumeno, russo sono idiomi che intuisco, come intuisco l’anatrare o il cinguettio ma senza comprenderne il significato, affidandomi all’intuito, illudendomi di decifrare i suoni per percepire gioia, meraviglia, rabbia e nostalgia.

L’acqua scorre lenta nella lanca, e poco lontano il Salto del Gatto s’infrange come fosse una cascata vera e il suo suono rende l’aria fremente.

Una mano in tasca, nell’altra la pipa, il cappellaccio che mi ripara dalle gocce e il rientro a casa. Accendo il camino o affido il ricordo del pomeriggio alla tastiera?

boschi-e-canali-di-maggio-055(il Salto del Gatto)

La Cattedrale del Mare

Questa non è una recensione. O perlomeno è una recensione anomala. Parla di una tappa vacanziera, nata dalla lettura di un romanzo.

Altre volte mi è capitato di intraprendere un viaggio, o fare una vacanza, sulla scia di un libro, con il desiderio di ritrovare in un luogo le emozioni regalate dal testo. Così è stato per il viaggio a Barcellona l’estate scorsa. Eran trascorsi due o tre anni da quando avevo letto   “La cattedrale del mare” di Ildefonso Falcones.

Le emozioni delle prime righe di lettura, subito accompagnate da palpitante avidità, si sono ripetute per tutte le successive 640 pagine, e visto il successo di vendite, penso che sia un fatto condiviso. A volte l’emozione l’ho paragonata a quella della lettura dei Promessi Sposi, di Guerra e pace o il Conte di Montecristo. Ma tant’è che dopo aver letto anche il secondo libro di Falcones “La mano di Fatima”, avevo deciso per un viaggio in Spagna con tappa a Barcellona e Valencia, le due città o meglio le due zone della Spagna dove sono ambientati i due romanzi.

A Barcellona desideravo con trepidazione di recarmi in visita alla chiesa del racconto. Ci sono arrivato da solo, senza famiglia al seguito, erano in qualche bar per la colazione e io avevo fretta. Non avevo seguito nessuna indicazione per arrivare alla piazzetta dove sorge la cattedrale, sapevo solo che era li vicino e ci sono arrivato  percorrendo gli stretti vicoli del quartiere della Ribeira a naso.  Quando mi son trovato davanti la facciata ero già sicuro  che quelle mura erano quelle della chiesa che Arnau aveva tirato su masso dopo masso insieme ai bastaixon, scaricatoro di porto che non avendo altro da offrire per la costruzione del tempio, avevano messo a disposizione la loro forza lavoro.

In quelle pietre ho rivissuto l’immensa e orgogliosa fatica descritta nel libro. E a questo punto non dico altro, anche se son passati quattro anni dalla prima pubblicazione, ne consiglio la lettura, è un romanzo senza età che spero metta addosso a chi ha letto queste righe la voglia di un viaggio che partendo dal XIV secolo del libro finisca in una ramblas odierna.

La cattedrale del mare

Più sani, più belli?

Qual’è tra le attività umane quella più utile alla pacifica convivenza sociale?

E’ più importante il medico o il malato? Avrebbe motivo di esistere il primo se non ci fosse il secondo? Cosa sarebbe il mondo senza afflitti da malattie? Cosa ne sarebbe di medici, infermieri, tecnici di laboratorio, anestesisti, farmacisti? Forse troverebbero qualcosaltro da fare. Ma cosa?

Cosa accadrebbe se domani rispuntassero i denti a tutti noi? Denti belli bianchi, inossidabili al tempo e alla nicotina.

Per non parlare di altre parti del corpo perse strada facendo, che rispuntano come per incanto e perfettamente funzionanti.

Come saremmo oggi se tutti i mali tornassero come per incanto nel mitico vaso di Pandora? Niente malattie, niente mali e … un sacco di disoccupati.

Per gli addetti ai servizi sanitari non esiste cassa integrazione. Che fine farebbero quelle professionalità?

Daccordo che prima del luglio dello scorso anno la CIG non esisteva neanche per i piloti d’aereo come per tutto il comparto Alitalia. Che vuol dire che si potrebbe estenderla anche alla sanità? Forse occorrebbe inventare qualcosa d’altro per non svuotare le casse dell’INPS.

“Ma come noi abbiamo pagato per i piloti Alitalia e ora che tocca a noi, non ci sono soldi?” Dicono gli infermieri incavolati, mentre i loro pazienti festeggiano per la guarigione e quello a cui è ricresciuto il braccio monco, lo piega ad ombrello in italico gesto. L’altro si offende e gli tira un cazzotto.

Trasferendo il tutto dalle corsie alle piazze, vedo i camici bianchi inscenare proteste in mezzo mondo. L’altro mezzo festeggia, è guarito, non si ammala e mai più si ammalerà.

In tutto il bailamme che ne deriva, esultano pacatamente gli ortopedici e i traumatologi. A loro i clienti non mancheranno, tra quelli che si romperanno le ossa tra di loro e tutti gli altri che, finalmente non legati a letti e flebo, se ne andranno felici in giro, strombazzando i clacson e, dopo un bicchiere di troppo per la grazia ricevuta, resteranno con le ossa rotte per dar lavoro a chi si disperava per l’improvvisa inoperosità.

Ma no qui qualcosa non quadra, Pandora aprì il vaso che Zeus le aveva donato. Zeus era consapevole del fatto che lei lo avrebbe aperto. Così s’è vendicato del gesto di Prometeo di donare il fuoco agli uomini.

Se a questo punto le malattie rientrano nel vaso, non dovrebbe svanire per contro anche il fuoco? E che c’entra il fuoco? Non è stato dato in cambio, è stato trafugato.

Allora il nostro modo di vivere deriva dal furto?

(1 continua…)

Non tutto ha un prezzo… (di Lucia Baciocchi e Popof)

Nella società odierna, più che nel passato, il denaro sta assumendo una dimensione enorme, perché sta diventando un mezzo che provoca danni nell’individuo. Il denaro è la CIFRA dell’uomo, non più degli oggetti, l’individuo è ridotto al denaro che ha, e usa il denaro come mezzo per arrivare al potere attraverso la compravendita delle persone che lo circondano. Rischia di sostituire definitivamente gli ideali, di trasformare i bisogni degli altri in mezzi per scalare i gradini sociali con l’ascensore monetario. E tutti vogliono le chiavi della cabina di comando. Tanto più gli altri han necessità di qualcosa, tanto più dipendono da chi gestisce i soldi. Basta creare costantemente nuovi bisogni secondari e avere sempre nuovi denaro dipendenti.

Non occorre che i bisogni siano reali o primari, come la casa o il cibo, è più importante convincere la massa anonima che con i soldi si può acquistare un’artificiosa visibilità. Il denaro può far diventare giovani. Se uno è vecchio può avere la possibilità di un amore giovane. A che gli serva poi non si sa, probabilmente è l’illusione di eternizzare se stessi, come se la parola fine non dovesse arrivare mai. Appena qualche decennio fa avere i capelli bianchi, o non averceli, era sinonimo di saggezza, oggi ci se li tinge  e trapianta sia maschi che femmine, parrucchieri e centri estetici proliferano.

Non è facile trovare un arrotino, ma quanto è facile trovare un bisturi, con dottore annesso,  che elimina cellulite e rughe. Basta metter mano al portafoglio e ti ritrovi trent’anni di meno. Forse non è così da oggi se il tormento dell’eterna giovinezza ispirò Goethe  a scrivere il Faust. Ma Faust aspira all’infinito e viene salvato. Sarà cosi per la nostra società in cui tutti siamo dimensionati dal denaro? Non conta altro, non conta la condotta di vita, la saggezza viene cancellata. Oggi il denaro ha risolto tutti i problemi filosofici. L’uomo è la QUANTITA’ del denaro che possiede, creando una dipendenza avida. C’è l’ossesione di comprare di tutto per sentirsi vivi.  Il possesso di un oggetto diventa quasi feticistico. Tanto più futili e alla portata di tutti, tanto più inutili e desiderati.

“Consumo, dunque sono” ha scritto Bauman, mettendo a fuoco il comportamento contemporaneo. Senza denaro ci si sente SACCHI VUOTI…, si diventa invisibili.

Il pane e le rose

Nel titolo parafraso volutamente i supplementi dei “Quaderni Picentini” che nella prima metà degli anni settanta, riprendevano a loro volta una frase di Karl Marx: “Il comunismo è pane e rose, il necessario e il superfluo…”.

Pane, perchè nei paesi del nordafrica le proteste e le rivolte sono nate per il costo dei cereali, elemento base dell’alimentazione umana, che è aumentato oltre il limite di sopportazione economica di popolazioni che sopravvivono alla quotidianità con fatica.

Rose, non superflue, ma solo colore che le contraddistingue, perchè in Italia le piazze sono tornate a riempirsi di donne, e non per lo sconsiderato modo del premier di gestire il paese e il suo tempo libero, quanto per rispondere all’attacco delle gallinelle di corte e polli di stato, che  complici microfoni unti di servilismo, hanno avuto in diverse occasioni parole  offensive nei confronti di tutte le donne, e peggio se lavoratrici o madri.

Chi lo avrebbe mai detto che in questo inizio secolo, il Lago Mediterraneo si sarebbe caratterizzato per la vasta eco di riscatto che sale dai cori nelle piazze delle città che vi si affacciano.

Forse il calendario maia che preannuncia cambiamenti epocali per il 20.12.2012  non si sbaglia, che giorni fantastici stiamo vivendo, questo è un anticipo di primavera.

Da quasi vent’anni, il Lago è scosso da ondate varie anche nelle sue insenature Adriatiche, dove ha cambiato i confini geopolitici di tutta la sponda est. Ora è come se si fosse scatenato uno tsunami che ridà fiato a interi popoli che sino a ieri hanno remato in silenzio.

E non è finita, tra meno di un mese è l’otto marzo, se son rose torneranno a dar colore e vita alle nostre piazze.

GRAZIE LEGA

Dalle news odierne arriva questa perlina:

QUOTE LATTE – Ancora un rinvio per il pagamento delle multe che sono tenuti a versare gli allevatori che hanno splafonato le quote latte. La norma, sollecitata dalla Lega, prevede lo slittameo di sei mesi per l’inizio dei versamenti, che vengono spostati dal 31 dicembre 2010 al 30 giugno 2011. Gli oneri, valutati in 30 milioni di euro per il 2011, vengono coperti attraverso tagli lineari del 3% alla tabella C.

Dice poco a chi legge solo il nero dei caratteri dell’inchiostro, occorre leggere negli spazi bianchi e si capisce un’altra cosa: che in italia ci sono poco più di 39.000 aziende che producono latte. Che di queste solo 558 non hanno versato un centesimo per le multe ricevute per la mancata ottemperenza all’ordinamento comunitario (il paese dei balocchi se non evade cerca di sottrarsi al giudizio). Gli altri hanno scelto di pagare anche in maniera differenziata (in 14 anni). Le 558 aziende morose sono quasi tutte del nord. I 30 milioni di € verranno prelevati dalla tabella C, quella che riguarda i contributi ai servizi diretti ai diversamente abili e alle loro famiglie, ai servizi essenziali.

Grazie Lega, il tuo emendamento con voto relativo è stato determinante in commissione bilancio, salvi il re e intanto ti scopi la regina, a buon alleato poche parole.

Canale Mussolini (recensione di Lucia Baciocchi e Popof)

Una pubblicità recita così:

Leggere ti fa crescere, ti fa vedere, ti fa scegliere; è il cibo per la mente.

Sul finire dell’anno, poco più di un  mese fa, Lucia mi inviava una sua recensione su “Canale Mussoli” di Antonio Pennacchi, incuriosito ho comprato il libro.

Non ho inserito la recensione subito nel blog, anche se il libro mi incuriosiva, prima volevo leggerlo.

Lei scriveva che mentre si legge questo romanzo diversi sono gli aspetti che contribuiscono a rendere familiare il racconto: il linguaggio semplice pieno di diverse sfumature dialettali, il protagonista che si rivolge ad un interlocutore (in cui è facile identificarsi) per narrare  la sua storia,  e per effettuare criticamente confronti con l’attualità e, infine, il punto di vista scevro da condizionamenti e preconcetti con cui l’autore guarda e rappresenta i grandi personaggi della nostra storia recente.

Si la lettura è piacevole, al punto di far placare il mio antifascismo.

Ho ritrovato eventi narrati dai miei nonni che al fascismo avevano aderito. Ho ripensato alle discussioni accese col nonno, sino al suo “vattene ti diseredo”, e a quasi mezzo secolo di distanza ho accettato la non storia, che nel quotidiano ha avuto aspetti tanto diversi  da richiamare alla mente quasi dei Peppone e Don Camillo, degli anni ’30 o ’40.

Lucia diceva, questo è a tutti gli effetti un romanzo storico in cui le vicende familiari  si tessono in modo  naturale con i grandi eventi  che campeggiano sui tutti i libri di storia del Novecento. Dalle prime esperienze sindacali del Mussolini socialista alla sua ascesa politica, dall’epica bonifica dell’Agro Pontino (da cui il titolo), evento centrale del romanzo e dei piani fascisti che influì in modo significativo sull’economia, la mobilità demografica e la crescita urbana, fino alla caduta del leader e la successiva liberazione: questo è lo sfondo che si intreccia con il destino della  caleidoscopica famiglia di Pennacchi. Da questo magico filò (racconto orale con cui, come spiega l’autore, i più anziani intrattenevano al termine del lavoro quotidiano tutta la comunità) emerge l’idea che la storia non è fatta solo di grandi eventi o personaggi, che la ragione non sta da un’unica parte.

Chiuso il libro e ripostolo nello scaffale, ho ripesato ancora al nonno, anzi ai nonni, uno miliziano e l’altro antifascista. E all’odio per le camicie nere di mio suocero, che deportato nei campi di prigionia dopo la campagna greca, rifiutò a vita qualsiasi divisa, anche quella di ferroviere. M’è tornato in mente anche “Fontamara” di Silone la bonifica del Fucino. Inut5ile dire del paragone con le immagini di “Novecento” di Bertolucci.

Ora il libro dorme nello scaffale in attesa che qualcuno torni a far respirare i suoi personaggi attraverso l’aria che filtra dalle pagine che scorrono. E se qualcuno mi chiede un parere ne consiglio la lettura.

Scritto tra il 29/12/2010 e il 06/02/2011 da Lucia Baciocchi e Paolo Popof.