IL CIMITERO DI PRAGA di U.Eco

Il cimitero di Praga

Come si esce da “Il Cimitero di Praga”? Indubbiamente vivi, ma profondamente cambiati. Ho decido di parlare del libro prima di finirne la lettura. Non so se, una volta girata l’ultima pagina, avrò ancora la voglia e la forza di scrivere qualcosa.

Allo scorrere dei fogli la certezza diventa impressione, sensazione; si sminuzza.  Il “così è se vi pare” di Pirandello acquista forma storica. L’amaro sforna pasti che avevan nutrito la fantasia silenziosamente, ma non tanto da farne storia.

Dalle prime pagine si capisce che il travaglio dell’uomo sta nella certezza che non è tanto quello che avviene realmente, quanto quello che viene percepito e accettato.

I dubbi storici si fanno romanzo con un crescendo di contorsionismi che lasciano spazio al dubbio.

Non ho incontrato sinora pagine emozionanti, tranne quelle sulla morte di Ippolito Nievo, caratterizzata da una narrazione da romanzo  noir che dovrebbe far felici i faziosi dei nazionalregionalismi. Non so se Eco ci gioca o altro ancora, io ci ho giocato a modo mio. Alla fine l’autore sembra accompagnare il lettore verso l’idea che la verità storica è solo quell’intrerpretazione che è utile al vincintore. E’ necessaria ai vivi per il mantenimento delle loro vite angustiate, nell’illusione che tutto sia preordinabile al bisogno dell’attimo. Perdonando e chiudendo gli occhi ad ogni evento, che si manifesta senza una premonizione accettabile, dalla propria etica morale. E’ pur vero che dietro ogni fatto storico ci si possono scrivere decine di storie dietro le quinte, poi è la nostra indole che le fa accettare o relegare nella  fantasia.

Il libro è condito da succulenti menù francesi. Sono l’unico vero amore del povero Simonini, che non sente il fascino femminile e vive la sua esistenza sessualmente amorfa, unico piacere il gusto del cibo. A ogni modo non sono riuscito ad apprezzarli, non conosco la lingua e non ho avuto voglia di tradurli con l’ausilio di google. Magari avrei dovuto leggerlo come l’Ulisse, con una guida accanto. Solo che l’Ulisse non l’ho mai finito e ne rimando sempre la lettura.

Oppure Eco ci parla dei giorni nostri, ci mette in guardia da tutti quei movimenti nell’ombra, che ci fanno apparire i fatti cosi come la distrazione di massa vuole che appaiano.

Balabiòtt!

L’appetito vien mangiando, dice il proverbio. Il miglior cibo per il pensiero è la fantasia, è la  mia ovvia conclusione visto che una volta tanto a tavola abbiamo riso. No non era nel piatto, era nei nostri volti nutriti dalle orecchie che  sentivano alcune riflessioni ammalianti di superstar della politica.

Siamo al tredicesimo giorno d’intervento umanitario nella Libia divisa dalla guerra civile e, come si sapeva, migliaia di persone, dopo aver attraversato via terra il confile libico tunisino, si affidano al mare per fuggire dall’inferno e approdare al primo scoglio accogliente del continente europeo.  Ora Lampedusa scoppia, la gente è stremata, troppi e tutti insieme fanno anche paura.

Bossi, che è il più intelligente della compagine g.over.nativa, con il sigaro virtuale in bocca, che gli fa scoppiare le bollicine, come sempre quando un pensiero diventa troppo complesso,  va fuori di testa e parla come pensa, cioè da sotto cinta.

Se uno sbotta a quel modo dalle sue parti viene subito battezzato “balabiott”. Ha bisogno di traduzione? Questo di seguito è il testo tradotto del brano che la Famiglia Rossi gli ha dedicato qualche anno fa, ma è sempre attuale. Per chi vuole l’originale in bergamasco, con tanto di accordi musicali e note a margine questo è il link http://www.lafamigliarossi.com/testi/discorsi_da_bar/balabiott.pdf

Buffone

Cos’hai da gridare, idiota
Piantala, imbecille
smetti di far casino!
E lascia stare la Croce, che non sei il prevosto;
continua a fare il pagliaccio
e prega il tuo dio Po
Buffone, che parli per niente,
che prendi per il culo la gente,
prima o poi troverai chi ti darà il fatto tuo!
Buffone, anche l’ultimo dei marocchini
che spaccia alla stazione
ha capito meglio di te la vita
Adesso hai ottenuto il posto al sole,
con le tue quattro poltrone per appoggiarci il culo;
finiscila, almeno, imbroglione
merda salita al trono
tu ed il tuo amico mafioso
Buffone, che parli per niente,
che prendi per il culo la gente,
prima o poi troverai chi ti darà il fatto tuo!
Impostore, che dici “Io ce l’ho duro!”,
che di duro hai soltanto la testa
parla quando piscerà la gallina!
sei il re della gente che si vanta,
che si vanta di essere ignorante;
lo sanno tutti, quando il sole tramonta
l’asino si fa vedere, e sei tu, proprio tu…
Buffone, etc.

Migrazioni umane (1)

Quanti saremmo, se avessimo mantenuto costantemente,  nel corso dei nostri 150 anni di unità nazionale, il tasso di crescita demografico dei primi 50 anni di storia unitaria?File:Mediterranian Sea 16.61811E 38.99124N.jpg

Considerando che nel 1861 si era in 22.000.000 e 50 anni dopo quasi 37.000.000, a occhio e croce oggi saremmo non meno di 95-100.000.000. Cosa farebbe quel 30.000.000 di persone in più in giro per la penisola? Ci sarebbero molti più vecchi e di sicuro molti più giovani senza occupazione, e tanta gente che, dopo essere stata svezzata e cresciuta, con i costi relativi, prenderebbe la via della migrazione.

Di sicuro se non avessimo avuto le due guerre che han decimato i giovani in età da moglie e, dopo il miracolo economico degli anni 60, lo sgonfiamento demografico deli anni 80, oggi avremmo una situazione molto simile a quella verificatesi tra la fine degli anni 60 e gli inizi dei primi anni 70 quando, come se ci fossimo dati appuntamento, migliaia di giovani under 30 e tutti insieme, ci siamo ritrovati nelle strade e nelle piazze, a rivendicare uno spazio decisionale sino ad allora precluso.

In quegli anni a 18 anni si poteva prendere la patente, a 19 si partiva per la leva obbligatoria, ma sino a 20 anni 11 mesi e 29 giorni (trenta per i più sfigati), non si poteva votare e, se si frequentavano le superiori, in caso di assenza bisognava portare la giustificazione firmata dalla mamma o dal papà. Senza parlare del peso della famiglia. Se si lavorava vigeva ancora un tacito accordo patriarcale in cui tutto confluiva nella cassa famigliare.

Oggi in quell’area cuscinetto, tra il nord e sud del mondo, rappresentata dal nord africa e dal medio oriente, sta succedendo qualcosa di simile. Milioni di giovani, sopravvissuti alla penuria di risorse del terzo mondo, bersagliati dalle tv prima e da internet poi, vedono uno spiraglio in una possibilità di vita che li vede partecipi delle loro scelte. In massima parte si erano fermati nei paesi che oggi sono attraversati da rivolte, altri proseguono verso l’Europa.

Questo ci fa paura, almeno quanto le barricate di Parigi del 1968/1969, gli scontri di piazza a Roma, Milano o Bologna, per non dimenticare le università tedesche e inglesi o la primavera di Praga. Poi tutto è rientrato, si sa, chi nasce incendiario muore pompiere e uno stato deve essere sempre in grado di assordire le pulsioni sociali e reindirizzarle, tranquillizzando chi sta ai margini di un conflitto, facendogli capire che lo status quo viene garantito.

Indubbiamente nei paesi del nord Africa e del medio oriente, che per anni hanno fatto da cuscinetto alle spinte migratorie che arrivavano dai paesi del sud, qualcosa è venuto meno o non sono stati in grado di dare le risposte adeguate alle istanze sociali emergenti. Un mutamento in quei paesi è necessario, anche per riportare a un livello di sopportabilità le migrazioni umane sul pianeta.

I vertici politici dei vari paesi sono in grado di soddisfare sempre una tale richiesta? Certo che no, se le rivolte dei giorni nostri, nate come forma di protesta per l’aumento dei prezzi dei cereali, là dove non sono rientrate, sono sfociate in guerra civile, e qui penso alla Libia, dove ufficialmente questo termine non viene usato, ma cosa è una guerra tra opposte fazioni all’interno di una stessa nazione? Chiamarla con il suo vero nome porterebbe a dover concludere che in questo momento ci sia un’ingerenza straniera in fatti nazionali. Ma si vede che alle diplomazie fa piacere giocare sui termini, rendere manifesta un’indecisione sull’esito e affidarsi ai comunicati che arrivano  da fonti diverse.

Uno dei primi annunci di ieri è stato che i due poli petroliferi di Brega e Ras Lanuf sono in mano ai rivoltosi. Chi sono i destinatari della notizia? Il primo è il popolo libico, a cui in questo modo si dice che il rais sta per essere sconfitto. Il secondo destinatario è l’opinione pubblica mediterranea, ed è da leggersi come un messaggio che tranquillizzi sulla fornitura di petrolio e gas. Il terzo è il mercato, ma quello ragiona con la pancia, si adatta all’occasione e crea le condizioni affinché i fatti gli si adattino. Un quarto destinatario è l’alleanza che sta combattendo a fianco degli insorti, e a cui si dice che la guerra si combatte si tra le dune di sabbia e nelle città per la loro conquista. Al tempo stesso il messaggio, non detto, è che c’è un governo dell’energia, in grado di prendere le redini del paese, c’è e decide nei consigli d’amministrazione, altrimenti come si fa a promettere la ripresa delle forniture? Con la conclusione relativa: abbiamo il controllo di petrolio e gas, dateci armi.

Portate pazienza ancora un po’ e Lampedusa verrà restituita alla sua gente, male che vada la si può cedere alla Tunisia, tanto non ci sono ospedali, la scuola è garantita solo sino alla terza media, il resto mancia. Chissà com’è che la Lega non ci abbia ancora pensato.

OBAMA HA FATTO CENTRO!

Gheddafi tenta di accelerare perché sa che ha solo 48 ore di tempo

L’altro ieri ho scritto il post “Spartacus, o della fine di un sogno”, preso dallo sconforto delle notizie che arrivavano dalla Libia. Oggi, dopo la risoluzione dell’ONU, sembra che le cose prendano una piega diversa, voglio cercare di capire come mai ci sia voluto un mese per giungerci.

La mia analisi parte dall’apparente assenza sulla scena di due paesi: gli USA e Israele. Dato per scontato che Israele non può avere un ruolo apertamente schierato in questo frangente, restano gli Stati Uniti.

Ben ricordo che dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, in considerazione della grave crisi economica che imperversava, Barack Obama ha mandato un’indicazione precisa agli alleati NATO. Il messaggio era che gli USA non potevano essere gli unici a impegnarsi sul fronte estero contro il terrorismo internazionale, ovvero anche gli altri paesi NATO avrebbero dovuto farsi carico del prorpio fardello di costi, anche militari, per risolvere le varie crisi. Questo le varie diplomazie lo hanno percepito subito chiaro e forte.

Nel programma di Obama c’era anche il ritiro progressivo dall’Iraq e il necessario maggior impegno degli alleati. Poi in effetti pare che il numero di militari americani impegnati in Iraq sia più che raddoppiato.

Il 17 febbraio, dopo che i governi d’Egitto e Tunisia avevan dovuto cedere alle pressioni delle piazze, e appena  le prime proteste si sono avute a Tripoli, di sicuro gli Stati Uniti avranno pensato che fosse giunto il momento di uscire di scena anche per Gheddafi, da trentanni gianburrasca petrolifero.

Ma avrebbero gli USA potuto affrontare l’impegno di un altro fronte? La società civile avrebbe appoggiato un altro sacrificio economico e militare in un paese  già impegnato militarmente nell’area del Golfo Persico? Avrebbe potuto appoggiare apertamente un’azione militare il Premio Nobel per la Pace 2009?

Nessuna delle tre domande conquista un si. Eppure  tra tutti i paesi al mondo, visto che l’ex colonizzatore Italia aveva raggiunto un accordo per la soddisfazione dei “danni di guerra e coloniali”, restano gli Stati Uniti che, viste le considerazioni fatte, non possono impegnarsi direttamente. Però possono farlo gli alleati Gran Bretagna e Francia. L’UK ha sempre cercato di mantenere un piedino nel Mediterraneo, e ogni occasione è buona. La Francia può tirarsi indietro? No, e mentre scrivo pare che dei caccia francesi stiano sorvolando il territorio libico a scopi ricognitivi.

Senza fare altre analisi a mio parere basta questo per capire come all’ONU siano stati necessari 30 giorni per arrivare a definire ed approvare una risoluzione presentata dal Libano.

Fatte queste considerazioni non rimane che sperare nella rapida uscita di scena di un dittatore, senza che il tutto si trasformi in un Iraq Mediterraneo, che veda coinvolte anche truppe di terra. Questo dipende dalla tenuta psichica del rais e dei suoi seguaci.

SPARTACUS, O DELLA FINE DI UN SOGNO

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Che tristezza vedere i sogni infrangersi sugli scogli della realtà. Ho creduto che nella Libia odierna il sogno di liberazione di Spartacus potesse essere realizzato. Vedere per diversi giorni che Gheddafi arretrava,  mentre  il popolo libico conquistava non solo piazze e intere citta, ma zone apparentemente strategiche, ha illuso me e chi sogna il mondo libero da tutti i tiranni, che il trace coronasse finalmente il sogno.

Eppure i segnali che sarebbe finita come finirà, c’erano. Di sicuro il potere libico ha saputo leggerli, come ad esempio la distruzione di alcune dimore del colonnello,   o il non riuscire ad esprimere un coordinamento tra le forze che si stavano opponendo al regime.  Che senso ha distruggere dimore o edifici che rappresentano le Istituzioni? Prima o poi una rivolta ha fine e allora occorre che qualcuno governi, e avrà bisogno di una sede idonea. La mera distruzione di un edificio serve unicamente a chi ne è uscito, in quanto con la sua distruzione, si eliminano documenti che possono essere utili a chi subentra per allestire un processo.

Poi il ruolo dell’Europa è stato tentennatamente determinante. Europa così attenta a stabilire quanto deve essere il diametro di una pizza, ma incapace a decidere una no flay zone che impedisse, attraverso l’accecamento dei sistemi di volo, il bombardamento delle città. L’aspettare infine tre settimane per bloccare i beni esteri del regime, giusto il tempo per consentirgli di spostarli in lidi ameni è stata la ciliegina sulla torta.

Quando ho visto in tv una dimora del rais presa d’assalto e distrutta dai ribelli, ho capito che non ci sarebbe stato un dopo, ho capito che la rivoluzione non era tale e che stava per svuotarsi della spinta iniziale, inoltre non c’erano dei capi con idonee capacità organizzative. In quarant’anni chi stava al potere ha eliminato ogni lievito unitario e nessuno dice una parola della diaspora dei Tuareg.

L’ho capito anche dalle cronache dei reportage. I giornalisti, sia della carta stampata che delle tv, dall’inizio non da ieri, quando parlano delle forze che si sono opposte al regime, parlano di rivoltosi e non di rivoluzionari, la differenza non è da poco. Una rivolta è effimera, una rivoluzione è duratura.

Quindi, ora che Spartacus sta per essere ancora una volta crocifisso, prepariamoci a godere del gas e del petrolio che il colonnello ci fornirà. L’acqua calda di cui potremo godere laverà ogni fatica, anche mentale. Il Sindaco si Roma si prepari a rimettere a disposizione il prato utile per piantar la tenda, il Premier a ripetere il gesto guascone del baciamano, e il Ministro dell’Interno organizzi in fretta i voli charter Lampedusa – Tripoli, per la gioia delle truppe padane che potranno tornare alle amate salamelle con polenta e una goccia di succo di sole alpino (che per me resta sempre marjane stilizzata),  con con buona pace di chi come me ha pensato che una rondine potesse far primavera. La storia infine, non riporterà che qualche riga per ricordare che il 17 febbraio del 2011, ovvero 14 Rabì’ I, secondo il calendario Islamico (salvo errori), c’è stata una rivolta per il caro pane.

Trema, trema ancora la Terra, come sempre

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Ancora una volta ha tremato, come a scollarsi di dosso qualcosa. A ben vedere non ha mai smesso. Noi costruiamo le nostre certezze, chiamate case e affetti che poi un whuuumm travolge.

Il mio bisnonno, alla ricerca di un posto sicuro arrivò con la famiglia sino in Tunisia, per poi tornare a quella contrada ballerina che da giovane lo aveva visto sopravvivere ai tanti sepolti o schiacciati da macerie che  sino al giorno prima erano state amiche.

Ho convissuto con i terremoti sino a riderci su. Ricordo la nonna che con voce acuta strillava: “Paulino suggiti, c’è u terremoto suggiti e scappa” (Paolino c’è il terremoto, alzati e scappa) e il nonno, dal letto in cui schiacciava una penichella pomeridina rispondeva: “stà tranquilla passau, eppoi sugnu già sdraiatu, sàvi a esseri u me ionnu, mi trova prontu, poi mannu sulu vestiri” (stai tranquilla è passato, poi sono già sdraito, se deve essere la mia ora, mi trova pronto, poi mi devono solo vestire).

Io invece me la prendevo comoda, la sedia era appoggiata al muro con solo due gambe che toccavano a terra; le ginocchia stavano appoggiate al tavolo sorreggendo il sussidiario. La casupola aveva vibrato, mi ero alzato di botto a scacciare i gatti che sembrava  ruzzolassero sul tetto, mentre la voce della nonna mi richiamava alla realtà. La gente era in strada e c’eran donne che piangevano istericamente dalla paura. Infastidito ho compreso il nonno e sono tornato ad appoggiare la sedia alla parete per proseguire la lettura.

Qualche anno prima, dopo una scossa le suore dell’asilo ci avevan portato in chiesa e la mamma arrivata di corsa, ci aveva portati via, me e mia sorella, non biasimando nemmeno quelle tonache nere che avevan pensato alle nostre anime prima che ai nostri corpi.

E nel ’69, che fascino quel palazzo che si spostava ondulando mentre gli americani passeggiavano sulla luna, l’uomo conquistava lo spazio malgrado la precarietà terrena. A tutte le longi-latitudini siamo nomadi alla ricerca di angoli sicuri.

Tante altre scosse, e tante altre che verranno, han scrollato la Terra, è la vita, è il pianeta che, come tutti i corpi celesti, ha un cuore pulsante di magma che a volte erutta, altre scava. Possiamo costruire case sicure alle vibrate, me se si avventa anche l’acqua…il morbido spezza il duro, come recita un indovinello.

A volte penso ai bisnonni che a diciotto o vent’anni si son visti portar via cose ed affetti in quel dicembre del 1908 che, più che fine anno sembrava fosse la fine del modo. Poi attraversare il tempo con il ricordo indelebile della vita che strappa via la vita, rimboccarsi le maniche anche se non ci sono, e ricominciare da capo, lasciando i ricordi a se stessi.

Non tutti c’è l’han fatta, ho conosciuto chi non è più riuscito a dimenticare la tragica notte di Gemona, e sentire il whuuum sempre nella testa, sino a confonderlo con il rumore dei calci dati dai nazitedeschi che sfondavano le porte e le pareti di legno, trent’anni prima, alla ricerca di partigiani. Menti sconvolte prima dalla guerra e poi dal terremoto.

Eppure ogni volta il dramma è diverso, oggi in Giappone come nella guerra, il dramma è nucleare. Mi verrebbe voglia di andare a vedere cosa sta scritto sul sito http://infonucleare@enel.com, il dvd che mi son trovato omaggio non l’ho ancora aperto, ma immagino il contenuto lavacervello. In ogni caso non fa per me, non ho tempo da perdere se non fissare i ricordi e somatizzare. Meglio far proprio il dramma di oggi come ha fatto nel suo blog lo sconosciuto amico all’indirizzo http://thethoughtstree.wordpress.com/2011/03/12/8-9-tokyo-giappone/, e lasciare che quest’alito scorra in noi come fosse un girotondo.

Milano, 4 gennaio 1979 – De Andrè + PFM in concerto

Quella sera passammo tra due file di pugni alzati e bocche che cantavano Addio Lugano Bella. Erano quelli di autonomia operaia che protestavano  per il pedaggio. Si era negli anni delle autoriduzioni proletarie e pagare un biglietto d’ingresso era considerto un insulto. Ma non potevo perdere l’occasione di ascoltare dal vivo la coniugazione delle due anime che convivevano in me dall’autunno del 1972, quando Aldo aveva proposto alle mie orecchie rock “La buona novella”.

Agli inizi degli anni ’70 amavo l’hard e il progressive rock. Quel disco dalla copertina in bianco e nero semisolarizzata, che girava sul piatto del giradischi, era un pò squallido, eppure qualcosa dentro me era rimasto. Qualche mese dopo tornavo a casa con “Non al denaro, non all’amore ne al cielo” appena pubblicato, l’avevo acquistato perchè sapevo che c’era la collaborazione musicale dei New Trolls. Poi l’ascolto, la lettura delle strofe, della presentazione a margine di copertina di Fernanda Pivano, l’approfondimento attraverso la lettura di Edgar Lee Master, avevano fatto si che m’immergessi nel poetico mondo deandreiano e non perdessi l’appuntamento con nessuna delle sue opere.

Ed ora eccomi li a Milano con la possibilità di ascoltare  le amate strofe, finalmente con un accompagnamento musicale degno del nome.

Eravamo in ritardo, avevo sbagliato uscita sulla tangenziale, complice una leggera pioggia, e mi ero ritrovato prima a  Melegnano e poi al casello di Lodi dove ho invertito il senso di marcia. La cara 850Special del nonno era stata un’eroina a portarci al Palalido in tempo per veder salire sul palco Fabrizio con l’amata PFM (mi ero perso Davide Riondino, pazienza).

Il concerto era stata una magia, quando attaccavano un brano diecimila occhi e diecimila orecchie annaspavano per riconoscere i brani riarrangiati dalla band, poi quando Fabrizio iniziava ad unire la sua voce agli strumenti, diecimila mani apllaudivano e cinquemila voci cantavano in coro. Quella sera “Un giudice” venne dedicato a … (no, non lui, non c’era ancora).

Son passati 32 anni, alcune iniziative editoriali e una mostra hanno riportato a galla i ricordi che affido a questa tastiera sconosciuta che possiede la chiave di farmeli ritrovare. Poi sotto sotto spero anche di ritrovare qualcuno che quella sera di tanti anni fa c’era e vuole aggiungere i suoi ai miei ricordi.

Il prezzo della libertà

Cosa insegnano gli eventi che si susseguono in questi giorni?

Ho notato anche in persone vitali e all’apparenza con un’ampia apertura di idee, una sottile paura per quanto accade sull’altra riva del Mare Mediterraneo. Paura di nuovi sbarchi di profughi, paura di violenze e quant’altro. O meglio il governo italiano, attraverso i suoi mass media, fa passare raso terra un sottile filo di paura dove inciampano le idee dell’uomo della strada, quegli stessi street men che esistono senza la consapevolezza di esistere e che determinano la vita degli altri.

Eppure qualcosa di positivo in tutto questo c’è. E’ la consapevolezza che le masse possono ribellarsi, riempire le piazze e cambiare il corso della storia del paese in cui vivono.

Dopo Egitto e Tunisia la lezione libica è molto istruttiva.

La protesta, nata per il soddisfacimento di quel bisogno primario che è il cibo,  si è coniugata con una richiesta di libertà, che visto il tenore dittatoriale, o dittatorialmente democratico, per dirla con Gheddafi, non può non passare attraverso le piazze. Sono convinto che se anzicchè sedare le proteste con le armi, avesse accettato la sfida di elezioni, oggi sarebbe ancora al suo posto.

Conclusione amara: un regime, per quanto antidemocratico non si elimina con libere elezioni, un regime i voti li acquista al supermercato delle necessità umane (n.d.r.: ogni somiglianza è puramente casuale).

Direi che il non aver interloquito con le controparti sociali (inesistenti o non riconosciute) ha facilitato la rivoluzione.

Gli attacchi cruenti del regime totalitario di Gheddafi nei primi giorni della protesta, non hanno sortito gli effetti che sperava di ottenere. La Gente non è tornata silenziosamente tra le quattro pareti di casa.

Da quanto ho letto sui giornali, i fatti si prestano a questa mia interpretazione: la prova di forza del regime o è stata scomposta e scoordinata, ovvero carente di quella scientificità che ha consentito di restare in sella ai governati cinesi dopo i fatti di piazza Tiananmen, o Gheddafi ha creduto sino ad oggi di avere un seguito in realtà inesistente, che nello scontro di piazza,  è uscito non solo sconfitto ma ha anche innestato un coinvolgimento emotivo nel resto del mondo. Senza contare che sta trascinando il paese verso una guerra civile, situazione che fa comodo ai paesi confinati in quanto limita la possibilià di scambio dialettico e lascia che le sorti vengano decise dalle diplomazie armate ed invisibili.

Il ruolo più complesso riguarda l’Italia che ha una discreta dipendenza energetica, ha stipulato tanti accordi commerciali ed economici, ha diverse aziende di stato compartecipate dal regime libico e ha siglato un accordo che mettesse fine alle controversie con la Libia dopo l’occupazione coloniale.

Per quanto riguarda i gasdotti e il petrolio stiamo vedendo gli effetti alla pompa di benzina dove, maldrado il petrolio costi circa 72 € al barile contro i 90 € al barile del 2008, il prezzo è aumentato (I° Mistero dei prezzi alla pompa, il 2° è quello delle accise e il 3° quello dell’IVA evasa).

Per gli accordi commerciali ed economici si cercherà di mantener fede a quel detto che vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Se la manodopera costa meno in certi paesi un motivo c’è sempre  e alla fine tutti i nodi vengono al pettine (non parliamo di gatte e lardo che poi diventa un romanzo).

Per le aziende statali o parastatali compartecipate, la cosa più carina è giunta dal premier italiano, “prima di agire sul blocco dei titoli bisogna distinguere quanto appartiene a Gheddafi e quanto al popolo libico”. Una sola considerazione: la tenda che lo ha ospitato a Roma a chi apparteneva? Il baciamano era solo nei confronti del rais o di tutto il popolo libico? Ahimè, il nanismo è gigantesco! Diamo tempo ai buoi di scappare poi chiudiamo la stalla.

Infine l’accordo sui danni dell’occupazione. Ricordo che quando fu siglato, venne detto e ripetuto che era un accordo di fatto a costo zero, in quanto se i soldi uscivano per un verso dall’Italia, dall’altra rientravano attraverso le aziende italiane che avrebbero costruito la famosa Autostrada del Mediterraneo.

Ancora una cosa di positivo (poi smetto): con tutto quel che accade mancheranno i soldi per completare lo scempio dello Stretto di Messina. (Calma! Han solo posato la prima pietra, il resto lo han fatto  col fuoco).