Dopo

Tutto passa e ci si rimette a nuovo,
per nuotare in questo mare che ci avvolge e accarezza,
ma mai abbastanza stanchi
da non sentire
il mormorio lento delle  correnti                                                               che ci trasportano.

(Questo pensiero non è nato stasera, ma ieri in un commento  alla poesia “Vento per la vita” sul blog di Vera http://liberamentesemplice.wordpress.com/, la dedico a Mbj, a Elisa, a Bab e a quanti che stanno vivendo un momento intenso di questa cosa chiamata vita, se non fosse per loro non l’avrei riconosciuta tale).

Note spaziali

Ieri sui giornali la notizia che il Papa ha conversato con gli astronauti della Stazione spaziale internazionale a 400 km dalla Terra, e il titolone “Da lassù vedete l’assurdità delle guerre”.

Lo sapevamo già che dallo spazio i confini non si vedono. Un grazie al Papa per averlo ricordato. Poi come mio solito, davanti a un fatto inusuale, mi chiedo perché proprio il 21 maggio dell’anno domini 2011 il Papa si mette in contatto con gli astronauti? E perché quell’ovvia affermazione? In effetti non riesco a trovare una motivazione, eccetto che lo abbia fatto di sabato e i giornali ne han parlato ovviamente la domenica. Non c’erano notizie sportive di rilievo, che abbia influito quello?

Non importa, sta di fatto che non si è trattato di un’udienza spaziale, è stato il Papa a porre domande, quella in particolare riportata dai giornali, sul fatto che noi tutti viviamo su un unico pianeta e ci combattiamo e uccidiamo gli uni con gli altri per le risorse. Pare abbia anche chiesto se gli astronauti pregano. Da quel che dice il Corriere della sera, sembra che le preghiere siano reciproche.

Poi ho digitato sul motore google “fine del modo”, voilà il 21 maggio era stata annunciata un’altra delle fini del mondo. Tra le tante pagine leggo sul sito http://www.ansa.itDunque, calcoli alla mano – aveva predetto Camping, un ingegnere – oggi è il Giorno del Giudizio, il “Judgement Day”. Nessun dubbio. Così non è stato. Coloro che gli hanno creduto sono “in parte delusi e in parte no”, visto che sono ancora a questo mondo, ma intanto Family Radio ha raccolto nell’ultimo mese donazioni per milioni di dollari. Le 150 stazioni radiofoniche affiliate a Family Radio (che ha il suo quartier generale a Oakland, in California) avevano lanciato il messaggio per settimane.”

Valle a capire le coincidenze, che il collegamento del Papa con lo spazio volesse solo dire che va tutto bene? O è un invito a che la scienza si dia da fare per risolvere i problemi energetici che sono causa di guerre?

Il calendario di quest’anno, come del prossimo, è pieno di date che si prestano a calcoli ludici, forse è il caso di stare attenti nel fare testamento.

Il suicidio del cocchiere cieco

A ventiquattrore dall’apertura delle urne e dallo scrutinio delle schede c’è una sensazione di soddisfazione per lo scuotimento manifestato dall’elettorato che dopo aver subito l’assalto di una nefanda campagna elettorale, bene o male è riuscito ad esprimere attraverso il voto un segnale, quello che i bisogni veri sono diversi da quelli intesi da chi gestisce la cosa pubblica in confusione costante con la propria immagine.

L’elettorato non è un corpo unico, è composto da milioni di uomini e donne che han sentito di aderire ad un appello piuttosto di un altro, e se è vero che alla fine la maggioranza vince, i bisogni del singolo sono altrettanto importanti di quelli della collettività.

Quando chi guida il carro perde l’orientamento è bene che lasci le briglie ad altri e non conduca carrozza e passeggeri verso il dirupo. Nel concetto di democrazia che noi abbiamo in testa il cambiamento è la base portante, il potere viene dato e tolto col voto, ed è anche per questo che l’astensionismo è l’arma vincente di chi ha bisogno di consensi limitati ai fedeli. Negli oppositori, specie i più accesi e caldi, viene instillata la sfiducia attraverso la tolleranza degli arraffoni, così alla fine diventa opinione comune che tanto son tutti uguali, e quelli che meno tollerano le storture politico-sociali si tengono la protesta in pancia e rinunciano al voto pensando di fare un gesto di protesta. Comportamento che consente a chi sta a cassetta di restare al suo posto di cocchiere, cieco e distratto quanto vuoi, ma che imperterrito va per la sua strada suicida.

Mi chiedo a voce alta cosa accadrebbe se la nostra democrazia fosse il consiglio di amministrazione di un’azienda? Qual’è quella azienda che manterrebbe, non dico un AD ma un qualsiasi consigliere, al suo posto dopo archiviazioni e amnistie camuffate? Che resta in piedi per mezzo di quelle stesse leggi democratiche contro cui combatte? Qual è quell’azienda che non lo avrebbe già messo alla porta?

Ragazza mia hai 150 anni, saranno ben portati ma datti una svegliata, hai fatto un passo, ora togli le briglie dalle mani del cocchiere cieco e torna sulla strada.

Monopolio della violenza, preambolo dittatoriale (2)

Giusto un anno fa scrivero questo post. Era appena stato denunciato il pestaggio da parte della polizia, di Stefano Gugliotta. Sono andato a riprenderlo in quanto ieri sera avevo sentito in TV la notizia del processo di appello per il decesso di Federico Aldrovandi. Era il 25 settembre del 2005. Una prima sentenza con condanna degli indiziati e un silenzio di tomba nella stampa troppo presa a narrare storie di dame e cavalieri.

Scrivevo allora:

“Anche stasera giunge la notizia di un uomo picchiato dalla polizia.

Dopo i casi precedenti, dalla Diaz del dopo il G8, con il giovane Carlo Giuliani spiaccicato sul selciato, dopo il povero Stefano Cucchi morto in carcere, e tralasciando tutti gli altri grani di un rosario di vite spente con violenza, non posso non prendere la tastiera e dare corpo a parole che esprimano l’allarmato disagio che avverto.

Sia ben chiaro che nutro il massimo apprezzamento per chi lavora nel rispetto delle leggi, e altrettanto all’etica morale  necessaria a chi opera al servizio dello Stato, ma alcune mele marce rischiano di far andare a male la raccolta.

Le notizie di pestaggi e malvessazioni varie, ad opera di alcuni uomini in divisa negli ultimi tempi si stanno susseguendo a più stretta distanza gli uni dagli altri.

Ritengo che il momento di fare alcune considerazioni sia importante.

Una domanda che mi sono posto è “cosa può far credere ad un uomo in divisa di poter passare impunito?”

Analizzando il momento attuale, in cui ripetutamente il sospetto di malaffare si adombra su membri istituzionali dello Stato (e non solo), non posso non concludere che se un poliziotto, magari un po stressato, eccede nei compiti repressivi che gli conferisce la divisa, può ben sperare di ottenere tutta la clemenza che vuole, in quanto, lui che si è macchiato di un reato, al tempo stesso deve dare protezione a chi gli ha concesso di far parte degli organi di vigilanza.

In questo modo lo Stato diventa succube di se stesso e degli uomini che dovrebbero garantirne l’ordine.

Con questo meccanismo inevitabilmente si innescano le dittature, dove il monopolio della violenza, che appartiene allo Stato, consente ai suoi guardiani di reprimere tutto quel che è critico nei suoi confronti e, al tempo stesso, permette ai suoi vertici di poter contare su un’impunità che, a cascata, ricade sui suoi protettori.

Non è possibile vivere con la paura di non poter chiedere aiuto a chi dovrebbe garantire la sicurezza, il passo successivo ad un passaggio simile sarebbe il cadere trappola di facili soluzioni che portano all’antistato (alias mafie).

L’indignazione non basta, occorre la vigilanza attenta e la denuncia, di chi crede che democrazia sia anche rispetto della persona in ogni contesto. **  E mentre è in atto lo spoglio delle schede elettorali che ha coinvolto la responsabilità di circa 13 milioni di Italiani, c’è da chiedersi se gli elettori, soprattutto quelli milanesi, prima di votare, abbiano riflettuto sulla situazione del nostro Paese e siano stati in grado di dare una sicura risposta che contenga una richiesta di cambiamento e di desiderio di democrazia, libertà e legalità di cui avvertiamo largamente carenza. **

Io ci credo.

Nota: la parte tra gli ** l’ho copiata dal blog di Osvaldo http://cordialdo.wordpress.com/, che partendo da un rapporto di Amnesty International ricorda anche lui questo pezzo di vita.

Il mercatino dei sogni usati

Da Portobello road (Londra) a Porta Portese (Roma), passando da Porta Ticinese (Milano) tanti mercatini dell’usato nascono la domenica mattina, e per un giorno ridanno vita a cose finite anzitempo in cantina o in soffitta.

In tante cittadine all’alba della domenica entrano auto e furgoncini carichi di sogni usati. Gente che mette in mostra su banchetti colorati e spesso improvvisati cose raccolte qua e là, con una loro storia che, fermandosi ad ascoltare, si può udire o, cercandoci dentro, riportare nel passato vissuto.

Storie che vengono raccontate, magari inventate dagli espositori, gente qualunque che impreziosisce la giornata stando in piazza ad offrire a basso costo o barattando, cose usate, amate, desiderate e dimenticate.

Andavo spesso per mercatini la domenica mattina, mi fermavo a parlare con i venditori che, ho scoperto, in molti casi sono pensionati che escono dall’APE (Aspettativa Permanente Effettiva)(1) e da avanziani (2) ridiventano persone protagoniste che han trovato un modo di stare ancora attivamente tra la gente. Ho finito per improvvisare anch’io un banchetto per il gusto di conoscere da dentro un mondo apparentemente sconosciuto. Tante piccole storie che nella loro normalità hanno dell’eccezionale. Perchè quando diventi vecchio e scopri che un tappeto, una raccolta di dischi o di libri, non interesserà nessuno dei familiari ti dici “al diavolo, li do ad un estimatore e mi ci faccio una vacanza”. Poi c’è chi offre cose ancora in buono stato e non più utilizzate da chi le aveva prima. Cose che mani esperte riparano o restaurano, rimettendole in grado di funzionare.

Perchè buttare via una vecchia macchina da cucire che può raccontare a un bambino come i pantaloni, o una gonna, una volta crescevano insieme a chi li indossava? O un’ingranditore fotografico, un grammofono, un proiettore, una macchina da scrivere? Ora tutti sostituiti dal computer.

Quadri che per anni hanno scaldato case infreddolite. Arnesi sconosciuti, strumenti di lavoro che parlano da soli della fatica di tirare avanti, tutti con un storia dentro che bisbiglia.

Bottoni, spille, bicchieri e tazze che attraverso la loro fattura ti dicono come ci si vestiva, come si stava insieme. Servizi di piatti che ti dicono in quanti ci si trovava intorno a un tavolo, in case in cui la cucina era il luogo di ritrovo preferito.

Sedie, letti, armadi, ogni sorta di cose passate in casa. Vecchi giochi, giornali, libri, telefoni e dischi. Condimenti di arredo del vivere quotidiano che ricordano un viaggio, un giorno di pioggia, un amore, un viso cancellato dal tempo.

E trovi pure il rispetto per il pianeta che gratuitamente ci ospita, perchè nel riutilizzo delle cose, nel prolungare loro la vita, si evita di aumentare il volume delle discariche e il lavoro degli inceneritori che per un pò viene ritardato e infine scopri che fai beneficenza in quanto in molti casi il ricavato dei posteggi negli spazi, viene devoluto dai volontari ad associazioni caritatevoli.

 
(1) APE: acronimo incontrato in “Chi è il mio prossimo” (pag. 254) di AdrianoSofri

(2) al di là degli usi fatti sinora, avanziano lo uso per indicare lo stato di chi è messo da parte dal sistema produttivo, sia esso scolaro o pensionanato.

Pensierino della sera.

Nel mettere a punto la qualificazione qualitativa di un’azienda, è prassi comune storpiare dall’inglese all’italiano termini mutuati dall’idioma aziendale per rendere più efficace un metodo distogliendo l’attenzione dal fulcro di un progetto.

Se c’è un termine che detesto è proprio “non conforme” e il suo derivato “non conformità”.

Nella nostra lingua per definire qualcosa che non risponde ai requisiti richiesti si  può  dire difforme, diverso, inadeguato. Invece in tutte le procedure che dovrebbero fissare la qualità delle operazioni all’interno di un’azienda certificata di qualità (buona o cattiva non importa, si presuppone alta), si prende in prestito un termine straniero e storpiandolo lo si adatta all’uso quotidiano. Che passi per la necessità di sintesi di definire  qualcosa che ha  forma diversa,  ma a questa stregua l’opposto di legale non sarebbe altro che non legale. Sembra di primo acchito che non cambi tanto il succo delle cose. Ma vuoi mettere la differenza tra non legale e illegale?
A me sembra che serva soltanto per diminuire la portata annichilente per poi dare la mazzata. Ovvero si usa l’avverbio “non” con  lo scopo di condizionare in partenza una decisione senza farlo capire al colpevole.

Questa è ipocrisia deontologica. Dare lo zuccherino per addolcire la pillola letale.

Mamma mia … che sprechi! (di Franco Muzzioli)

Come in una favola mi viene in mente  mia nonna che diceva ” non si butta via neppure una briciola di pane” …..era solo una cinquantina di anni fa!

Il Preside della facoltà di Agraria di Bologna  ha stilato un “libro nero” con i dati sul cibo che ogni anno dai campi, dai supermercati e dalle nostre case finisce nei rifiuti.

Numeri impressionanti…pensate ventimilioni di tonnellate  vale a dire trentasette miliardi di euro, il 3% del PIL ! Avrebbero potuto mangiarci (tre pasti completi al giorno) 44.472.914 persone , quasi una seconda Italia.  Tra quello che rimane sui campi, tra i prodotti scaduti e avanzati nei negozi alimentari e nei supermercati, tra i prodotti sprecati e lasciati scadere nelle nostre case si arriva a queste cifre, come dire spremiamo la Terra, ne estraiamo i frutti e poi felici e contenti scaviamo una buca, ce li buttiamo dentro e la ricopriamo. Credo serva a far crescere l’albero del PIL.

E non parliamo di quello che si getta nei ristoranti, pizzerie, navi da crociera ecc., li non conta quel che si mangia ma solo quel che si consuma, e paga.

E la famiglia? Quella che deve fare i conti con le entrate per arrivare a fine mese?

Pensate che ogni anno “mediamente” , una famiglia italiana butta via sull’acquistato: il 37% dei prodotto freschi, il 19% del pane, il 17% della frutta e  della verdura, il 9% degli affettati, l’8% dei prodotti in busta, il 4% della pasta, il 3% degli scatolami  e il 3% dei surgelati. Il conto penso sia al netto di quanto recuperato dai pensionati al minimo che alla fine del mercato fanno a gara con i netturbini.

I prodotti ortofrutticoli lasciati sui nostri campi sono equivalenti al fabbisogno annuale della Spagna, da dove importiamo gran parte dei prodotti che poi buttiamo via dopo avergli fatto fare una crociera. Come siamo generosi.

                                                                                                                      (Franco Muzzioli)