Qualcuno volò sul nido del cuculo

Sto rivedendo per la quarta o quinta volta “Qualcuno volo sul nido del cuculo” di J. Forman e, inutile dirlo, con J. Nicolson, che con questo film si consacrò a quel ruolo di matto che ne ha fatto la sua fortuna. Quando uscì il film ero in quella fase di vita che mi faceva scartare tutto quello quello che riceveva un premio. Questo film ricevette 5 premi Oscar e altri 23 premi sparsi per il mondo, perciò l’ho accantonato in partenza. Ora ci pensa a Sky a farmelo rivedere ogni tanto. Forse ce l’ho anche in video cassetta o DVD, non importa, lo ripassano e me lo rivedo gustandomi la seria comicità delle situazioni che, per quanto drammatiche, il cinema riesce a tirar fuori.

Trovo che questo film ci ha insegnato, insieme a pochi altri, che “visto da vicino nessuno è normale”. Lo metto tra virgolette per rispetto a Franco Basaglia, e ai tanti gruppi di volontariato e associazioni che l’hanno adottato come motto.

In questo momento va in onda la scena in cui l’ex detenuto MacMaurphy/Nicolson, che si finge matto, introduce nel manicomio alcune prostitute. La scena è esilarante e non so perchè mi riporta in mente “Il grande cocomero” di U.Bellocchio, quando il neuropsichiatra porta fuori i ragazzi dal manicomio compiendo un gesto straordinariamente normale. Oppure come adesso che c’è la scena degli infermieri che riprendono il controllo della situazione, con la caposala che detta ordini, a me viene in mente Heidi che riesce a far alzare dalla sedia a rotelle l’amica Klara, e il grande disappunto della governate. Certo, quello è il ruolo dell’antagonista, figura fondamentale in questo tipo di film. Come è anche vero che se il malato guarisce qualcun altro diventa di troppo. Nel film di Forman, MacMurphy insegna ai malati a far valere i propri diritti, ovvero a riscoprirsi persone, e il momento in cui l’infermiera riaggancia il giovane Billy alla sua malattia dopo che aveva vissuto ore di normalità attraverso i pioaceri del sesso, è uno dei momenti più dolorosi del film che, in un crescendo di tensioni emotive, conduce all’irreparabile tragedia. MacMurphy rinuncia alla fuga per soccorrere l’amico ucciso da un poliziotto in un eccesso di legittima difesa, a sua volta si macchia di un altro crimine, tentato omicidio. Subito dopo l’amico indiano che lui voleva coinvolgere nell’evasione, lo aiuta a liberarsi da quella malattia chiamata vita.

Per chi non l’ha visto una trama la trova anche su wikipedia, basta cliccare qui ma senz’altro lo avete visto più volte di me. Se non avete ancora avuto occasione di vederlo vi consiglio di colmare la lacuna, contribuisce a migliorare la propria visione delle cose.

Basta stragi!

Proprio ieri sera ero finito con google in Danimarca, cercavo un paragone di ponte in quello che collega il Regno Danese al Regno di Svezia, oggi la notizia catastrofica della strage di giovani ragazzi.

Sempre ieri sera ero ad una festa, una serata dedicata ai giovani, ho ascoltato la loro musica mentre li osservavo danzare. Oggi penso alla danza spezzata dei loro coetanei ammazzati da un carnefice a loro sconosciuto. Al di la del dolore che sento per le vite spezzate, quello più grande è per i loro familiari e per i sopravvissuti feriti profondamente nel corpo e nell’anima. Porteranno a vita i segni dell’infausto giorno. Era questo che voleva il demone assassino?

Ma come è possibile che una mano si possa armare così facilmente? Chi lo ha permesso? Non ho mai posseduto armi da fuoco,  penso che procurarsela in ogni caso non sia come andare a far la spesa al supermercato. Se non lo sanno le forze dell’ordine, che uno ne acquista  una, lo sa chi la vende e il cerchio è chiuso. Nel secondo caso,  se acquistata illegalmente, l’acquirente è soggetto a ricatti. Qualsiasi sistema di potere, proprio per poter legittimare il monopolio della violenza, deve sapere e sa tutto sulle armi che girano, anche di quelle detenute illegalmente. Di questo ne sono convinto, probabile che il mio sia un eccesso di riconoscimenti a caratteristiche non possedute dagli organi di vigilanza e sicurezza. Magari è dettato dal bisogno di accrescere il mio senso di sicurezza e fiducia. Se pensassi diversamente avrei paura ad andare in giro, mi chiuderei in casa senza mai varcare la porta per accedere al mondo che, non si sa cosa mi riserva.

La storia delle stragi avvenute insegna che ad un certo punto intervengono i segreti di stato, spero che vengano chiariti totalmente tutti i passaggi e che una verità adeguata veda la luce nel modo più rapido possibile.

Nati con la valigia?

C’è un paese, una delle tante porte che dal Mar Tirreno consentono l’accesso ai Monti Nebrodi, dove una stradina sale ripida e stretta, talmente stretta che ha un unico senso di marcia, quello in salita. Collega l’ultima piazza del paese alla strada provinciale. Misura cinquecento metri, sbuca nei pressi del cimitero e, come se il progettista ne avesse previsto l’uso affettivo, ha pensato bene di costruirci vicino l’imbocco autostradale. Un accoppiamento forse casualmente ironico, ma vero. Il forse è dettato dal fatto che non è l’unico ingresso autostradale nelle vicinanze di un cimitero, anche lo svincolo di via Rombon della tangenziale di Milano è attiguo al cimitero di Lambrate, e tanti altri ancora (facciamo una lista nei commenti?), variante sul tema quello di S.Alessio S. attraversato da una galleria, ma i miei trisavoli in sogno non se ne sono mai lamentati.

Ogni volta che in macchina passo davanti a quello siciliano mi segno come d’abitudine, solo che prima di arrivare al “così sia” sono già nei pressi dello svincolo, e non so se la benedizione del casellante abbia lo stesso valore di quella dei defunti, in ogni caso poi lascio un obolo per la Società Autostrade ritirando l’immaginetta di transito. Certo che l‘accoppiata in quell’angolo d’Italia depauperato dalla secolare emigrazione, è come se rappresentasse da una parte la tomba dei desideri e dall’altra la strada che ti porta lontano a liberarti dal fardello del vivere, o sopravvivere. Certamente è una casualità dettata dalle caratteristiche morfologiche del terreno. Basta girarsi, e in lontananza si vede l’irregolare arco delle sette sorelle che ospitarono Eolo. Si sente forte nel naso l’odore del mare e l’acre respiro della terra asciutta che partorisce limoni e figli con la valigia che, quando viene portata appresso, fa sembrare chi la trasporta, una lumaca sghemba. In quella valigia pesante ci stanno i bis-sogni e prima di metterla nel bagagliaio uno deve riempire ben bene i polmoni per prepararsi allo sforzo di sollevarla, gli aromi arrivano forti in gola e senti raschiare l’aria mentre gli abbracci con chi resta si slegano in un arrivederci.

Intanto cimitero e autostrada son sempre li, come il rosso e il nero sul panno verde, dove scegli il colore e poi la pallina decide (se non c’è il trucco sotto il tavolo).

Il tempo in ogni caso passa, e più passa più ti senti estraneo, turista casuale nel posto in cui sei nato. E magari ti arriva uno che ti dice che quelli che sono andati via sono diventati i nemici più accesi del meridione e come fosse vento d’Aprile rispolvera i fasti dei Borboni che tanto bene han fatto ai bambini delle solfatare e ai contadini schiavi non dichiarati nei latifondi degli incappelati. Chi sono gli incappellati? Lo capite da soli se dico che gli altri sono gli imberettati, (era un preludio di Dario Fo quando portò in Sicilia negli anni ’70 “Mistero buffo”).

Uno dei miei insegnanti a scuola era un amante di storia risorgimentale. Ci narrava a volte di fatti antecedenti allo sbarco dei mille. Un giorno ci parlò dei fucili ritrovati tra la sabbia di una spiaggia messinese, e di un gruppo di giovani studenti che sfidando i borbonici si buttò in un pozzo che dovrebbe ancora essere lì, vicino alla casa dello studente. Visto che avevano usato il pozzo come nascondiglio, delicatamente i solerti soldati borbonici scaricarono loro addosso le indigeste caramelle di piombo. Non c’è da meravigliarsi, il re borbonico era anche detto il re bomba, un paio di secoli prima, proprio come Gheddafi in Libia l’altro ieri, ordinò il bombardamento di Messina. In compenso c’era la prima ferrovia, eh si, gran bella cosa per chi si spostava con l’asino o a piedi e vedeva “un treno pieno di signori”, certo non era la stazione di Bologna, ma la storia ci si potrebbe adattare, Tropea o Catania metricamente vanno bene. I treni venivano fabbricati sul posto, come le navi, l’industria ferveva, mancavano gli imprenditori. Si sa le imprese familiari sopravvivono mediamente per tre generazioni, poi collassano. Un conoscente, ingegnere appassionato di nautica investi negli anni ’80, la liquidazione in titoli Cantieri Rodriguez, erano passati tre anni e il titolo era ancora sospeso, non per eccesso di bassa marea.

Una filastrocca, ascoltata una sola volta anni fa (cantata da Giuni Russo) e completata in stato ipnologico, quello in cui il sonno ancora non è sonno e i sogni sono giochi mentali in attesa di Morfeo, recitava:

 talè talè talè c’era nu nidu

talè talè talè ci sunnu l’ova

talè talè talè stannu cuvannu

talè talè talè cuvati sunnu

talè talè talè stannu schiuvannu

talè talè talè schiuvati sunnu

talè talè talè stannu niscennu

talè talè talè nisciuti sunnu

talè talè talè stannu mpinnannu

talè talè talè mpinnati sunnu

talè talè tale stannu vulannu

tale talè talè vulati sunnu

Passi semplici che in do/sol7, descrivono il corso della vita dal nido al volo (talè/guarda c’è un nido, ci son le uova, stanno covando, son covate, si schiudono, escono i pulcini, metton le piume, completano la crescita imparando a volare e volano via). Chi si affaccia alla vita, così si prepara ad una lunga serie di arrivi e partenze? No, non si nasce con la valigia, si nasce con le ali e le devi sbattere sempre più forte se dopo il decollo vuoi artigliare i sogni.

 

Responsabilità sociale dell’impresa

Ha l’impresa una responsabilità sociale nei confronti del patrimonio umano in cui opera? Certamente lo ha. Un’impresa nasce e si sviluppa in un contesto territoriale e di conseguenza umano.

casa operaia

Basta pensare a quando vediamo sorgere una nuova struttura o un capannone nei paraggi di casa nostra. Il primo pensiero, se siamo in cerca di lavoro, è quello di farci avanti per avere un’occupazione. Ci informiamo con chi conosciamo per sapere di cosa si occuperà e se le nostre caratteristiche professionali sono idonee e sufficienti per migliorare uno status.

villa capi reparto

Nelle aspettative che vengono innescate c’è un coinvolgimento sociale. L’altra cosa che ci chiediamo, se un’occupazione stabile e soddisfacente l’abbiamo già, è cosa produrrà e se andrà ad intaccare il nostro modo di vita. Se quello che nasce è un panificio industriale, al massimo sentiremo odore di pane che cuoce, se invece è un’azienda chimica o che produce vernici, nel naso sentiremo ancor prima che si realizzi l’impianto, gli odori acri degli acidi di lavorazione. I più frettolosi o previdenti, se ne hanno la possibilità, cercheranno una nova sistemazione abitativa. La presenza della neonata influirà anche nella determinazione del prezzo della propria abitazione.

villa dirigenti

Eppure il fenomeno che si viveva nei primi anni dell’industrializzazione era inverso. Nasceva la fabbrica e come d’incanto sorgevano, intorno a lei, le strutture residenziali per chi operava nell’azienda. Alcuni imprenditori avevano un occhio attento affinché si desse una dimensione umana al tempo del lavoro, attraverso la vicinanza e alcuni servizi. Basta un’occhiata ad esempio a quel borgo chiamato Crespi D’adda, in cui intorno ad un linificio sono sorti i casermoni per gli operai, le case con giardino degli impiegati, le villette dei dirigenti, la chiesa, la scuola, l’ospedale, il dopolavoro, la cooperativa di consumo, il castello del padrone, e anche il cimitero, che rispecchiava la scala gerarchica aziendale. Il tutto in armonioso stile liberty, dalla culla alla tomba.

palazzo padronale

Come Crespi D’Adda tanti altri paesi, più o meno piccoli sono nati e cresciuti a questo modo, sviluppando quel mettere insieme le persone e coinvolgendole nell’attività (atto di vita?) dell’azienda. Ne ho visti sparsi dappertutto, sia in Italia che all’estero, a volte solo parti di città, vie o rioni, anche se non con lo stile e la completezza conservata di quel museo di archeologia industriale accoccolato sulle rive del fiume Adda.

Le case a schiera delle zone minerarie Bretoni ad esempio, con il loro bianco candore vergato qua e la dal rosso del mattone e il tetto nero d’ardesia, mi han fatto sentire anche la fatica umana del vivere comune. La silicosi era un male diffuso nelle zone minerarie. Le miniere erano un evento socio economico importante.

Sappiamo delle solfatare siciliane, dei bambini e adulti sfruttati all’inverosimile. Le testimonianze rischiano sempre di svanire risucchiate dal dimenticatoio umano, ma ogni tanto qualcuno che le tira fuori, lasciando che il cervello lavori oltre che a divertirsi, c’è. E’ stato questo il contributo più vistoso che mi è rimasto dello spettacolo musicale di un variopinto gruppo musicale bergamasco, i Folk Stone che hanno coniugato zampogne, bombarde, arpe, armonium e altri ammennicoli di archeologia musicale, a un hard rock metallico, e un loro brano in particolare, Frerì, che vuol dire scimmie, dedicato ai bambini sfruttati nelle miniere del ferro orobico, che come le scimmie scendevano nei cunicoli della montagna, mi ha fatto ripensare allo sfruttamento della forza lavoro debole e indifesa in Italia. Questo sfruttamento che pensiamo relegato al passato, ha unificato l’edogonismo* nazionale più di qualsiasi bandiera o sbarco. Lo sfruttamento spietato delle risorse umane ha fatto si che madri tremanti d’ansia slacciassero le braccia dai loro figli, dal Veneto alla Sicilia, affinché prendessero il largo per attraversare quello stesso oceano che oggi altri percorrono all’inverso, inseguendo il sogno o diritto a una vita migliore.

* mi si passi il neologismo, parto di edonismo ed egoismo.

Le immagini di Crespi d’Adda  sono tratte dal sito http://www.crespidadda.com

Caro limone

Scrive Giuseppe Frangi su Vita di questa settimana“In questi giorni sono accaduti due casi emblematici. Da una parte il governo ha fatto una piccola mossa per contenere la spesa delle pensioni, resa sempre più ingestibile dallo squilibrio demografico e dall’allungarsi dell’attesa di vita: sono state limate le rivalutazioni per le pensioni al di sopra dei 1.428 euro. Una misura che peserà 8 euro l’anno alla prima fascia di cittadini “colpiti” dal provvedimento e 150 euro alla fascia più alta: infatti la rivalutazione viene limata solo nella parte della pensione che supera la base di 1.428 euro. Il giorno dopo, apriti cielo. I sindacati sono scesi subito in campo («una patrimoniale per i poveri»). I partiti anche: l’opposizione non si è risparmiata ma anche la Lega si è defilata con imbarazzo, scoprendosi una volta di più partito della terza età. Ognuno ha suoi interessi da difendere, a cominciare dal fatto che i pensionati votano e i pensionati sono 17 milioni…

Questa parte dell’articolo mi trova molto d’accordo, e faccio le mie considerazioni. Un po sono le stesse ragioni che mi han portato a scrivere su questo blog che agli ultimi referendum è stato come se i giovani Qui Quo Qua, avendo a cuore il loro futuro, tutti insieme si fossero decisi ad andare a votare e gli zii De Paperoni, tesi a godersi la vita, fossero rimasti a casa. Certo non è semplificabile in questo modo, è solo una delle mie opinabili chiavi di lettura.

Tornando al provvedimento che prevedeva o prevede il taglio della rivalutazione, la considerazione che faccio è che il taglio è di un importo esiguo, non andrà ad intaccare quella babele di sussidi al minimo e medio bassi che sono maggioranza, quindi è sopportabile.

Non sono mai stato tenero nei confronti del Governo attuale, e quando avevo letto i primi strilli di stampa mi ero chiesto se mister B e mister T stessero bene, sembrava un decreto, almeno in quella parte, redatto da una mano sconosciuta o sott’effetto di un colpo di sole, però quel giorno pioveva. Ora i casi sono due, o sono valide le ragioni di chi dice che la situazione è talmente drammatica che occorre dare una frenata alla spesa, o è un’invenzione. L’azione speculativa abbattutasi sull’Italia però mi fa anche pensare che gli investitori percepiscano una situazione in cui i bilanci reali siano ben diversi da quelli ufficiali, ovvero che le società di rating ti certificano, chiudono un occhio, e poi ti affondano.

Tornando al nodo pensioni, certo i soldi si potrebbero prendere altrove, ma dei giovani che lavorano ad intermittenza, o di quelli che lavorano regolarmente e sanno che la loro pensione sarà da fame, o di chi come me deve continuare a lavorare dopo 36 anni di lavoro, giusto per consentire gradini e dilazioni varie saltando i grani di un rosario che prima o poi bisognerà recitare, per di più sapendo (sia i giovani che quelli come me) che non andremo in pensione con le percentuali di chi c’è andato negli anni scorsi o ci andrà a breve, dicevo di noi limoni chi si occupa? Non voglio fare il lamento da dietrologo, voglio essere buono, è estate. Probabilmente la presa di posizione delle parti sociali in difesa delle pensioni sopra i 1.428 € (tra cui la mia, quando sarà ora) è in previsione di venti inflattivi che, in assenza di altre forme di difesa economico sociale, potrebbero presto far sentire i loro effetti, ovvero in previsione di tali ventate è rischioso eliminare alcuni automatismi rimasti ancora attivi per difendere il potere d’acquisto, potrebbe scatenare anche forme speculative che darebbero il la a un’inflazione non contenibile. L’altro rischio che si corre lasciando le cose come stanno, e se stanno peggio di quel che dicono è da criminali, è il pericolo deflattivo.

A scanso di equivoci ricordo che il nostro sistema pensionistico è di forma retributivo-solidaristico (aggiungo: in evoluzione), ovvero è un sistema che garantisce una pensione a chi ha lavorato calcolata sulla base degli ultimi stipendi. Le pensioni vengono erogate attraverso i contributi versati da chi lavora. Sarà solo dal 2023 circa che le pensioni saranno interamente calcolate con il sistema contributivo, nel frattempo si andrà assottigliando la base retributiva valida, con buona pace per tutti, limoni compresi.

Occupazione al femminile

Il 23 maggio, solo 45 giorni fa, l’ISTAT pubblicava “La situazione del paese nel 2010” con l’obiettivo puntato all’occupazione femminile e un giornale che leggo abitualmente ne riportava il sunto.

E’ tempo di vacanze, tranne per chi lavora, purtroppo o per fortuna, ma visto che mentre una fetta di popolazione è in vacanza qualcun altro deve lavorare o adoperarsi per far funzione le cose, non mi sento asincrono.

Dicevo che l’ISTAT con la sua fotografia ha determinato che il tasso di occupazione femminile in Italia confrontata con il mercato del lavoro femminile del resto d’Europa si è attestata al 12% in meno della media europea, ovvero un 46,1 nella media nazionale. Si parla di occupazione non di ore o reddito prodotto. Difatti vengono messi in evidenza anche altri fattori, non ultimo la qualità del lavoro e la disparità salariale, stimata in almeno un 20% in meno rispetto a noi maschietti e tartufo sull’uovo (sono stufo di ciliegine sulle torte), cresce il part time involontario e aumentano i licenziamenti per gravidanza.

Sto cercando di dare un’interpretazione al part time involontario, l’immagine più solidale e reale che mi viene in soccorso è del tipo “se prima facevi il tuo lavoro in 8 ore, d’ora in poi lo farai in 3 – 4 – 5 o al massimo 6 ore. (n.b. Part time non significa metà tempo, ma tempo parziale, quindi tutto ciò che sta tra 1 e il tempo pieno) e le attività sono concentrate nel settore dei servizi (alberghieri, di ristorazione, alla persona).

A parte la divagazione, un’altra nota dolorosa sono i licenziamenti per gravidanza. Circa 800 mila nel 2010. Ma come non erano roba da medioevo? Si lo stavano per diventare, difatti per eliminare la piaga delle dimissioni firmate in bianco, un ex governo dettò norme che consentissero le dimissioni solo online, in cui la data di immissione dei dati era certificata. Qualcun altro di recente (non faccio nomi) ha pensato bene di eliminare l’obbligo. Fate la prova digitando sul motore di ricerca “dimissioni volontarie” vi vengono fuori solo riferimenti ante 2008. Siate felici, se le nostre metà del cielo potranno dedicarsi al 100% alle faccende domestiche possiamo risparmiare sulla baby sitter, la tata o l’asilo nido.

Viene poi evidenziato il fenomeno della sovraistruzione. Non di rado mi capita di interloquire con donne architetto che fanno l’impiegato, lo capisco perché antepongono il titolo nelle comunicazioni, poi per qualsiasi decisione devono sentire il funzionario. Per quanto ne capisco le uniche che vengono inquadrate al loro livello di preparazione, sono le infermiere, con la penuria che c’è sono una rarità e portano in su gli indici ISTAT. Senza parlare del lavoro temporaneo o precario (14,3% delle femmine contro il 9,3% dei maschi).

Sorridendo e cantando vedrete che il prossimo numero di qualche rivista di regime metterà in copertina l’immagine di una donna con pargoletto al seguito che prende il sole in una spiaggia di grido, così cancelleremo del tutto le statistiche che son costate soldi, fatica e qualcosa avrebbero dovuto farci capire.

E COSI’ SIAMO AL 6 LUGLIO: GIORNO DI RIVINCITA DI AGCOM E COMPARI..

E COSI’ SIAMO AL 6 LUGLIO: GIORNO DI RIVINCITA DI AGCOM E COMPARI...

Ho messo questo collegamento al post di Xena5/Mariella in quanto il tema è da me condiviso e il post merita di essere segnalato per il pericoloso attentato che sta subendo la nostra Libertà.

Se brucia la stalla …

Ieri all’apparenza ero fuori dal mondo, niente clacson, semafori, sferragliare di treni o di tram. In lontananza solo il fragore delle cascate del Monte Rutor. Lo so bene che le cascate le genera l’omonimo ghiacciaio e non il monte, mi concedo la libertà e dico che il Rutor da bravo dirimpettaio della catena del Monte Bianco, si mostra svettante e silenzioso, tendendo il suo velo di ghiaccio come uno scialle le cui frange sono le cascate che si sviluppano dalla corsa dei suoi torrenti. Mentre salivo guardavo le vacche pascolare e tra me e me facevo alcune considerazioni sulla sudditanza del settore primario e produttivo, da quello industriale o secondario.       una delle cascate del Rutor

Chi legge dirà, “ma questo anche quando è in paradiso pensa ai risvolti economici delle cose?” E certo che ci penso, è una delle chiavi di lettura per capire.

Dicevo che stavo guardando i manzi pascolare, notavo come saggiamente l’allevatore avesse diviso le zone di pascolo, perché l’allevamento all’aperto è diverso da quello in stalla. In stalla alle bestie si da fieno e alimenti vari, gli animali stanno fermi e si ingrassano. All’aperto mangiano quello che trovano e ruminano tutto quello che è di loro gusto. Se vuoi lasciarle libere devi suddividere il territorio per consentire una rotazione e una costante alimentazione.

Praticamente dall’erba si crea ricchezza. Non pensate all’erba di Grace, fate i bravi. Come dire che il buon Dio ci ha dato i pascoli, le mucche e alla fine l’industria le trasforma in formaggi, bistecche e scatolette. Il valore dell’erba è talmente basso che il pascolo non viene quotato in borsa, ma con la trasformazione umana acquista valore economico. Alla base di tutto resta l’erba e il pascolo. Il bravo allevatore divide il territorio per garantire sufficiente nutrimento per tutta la stagione, e le fa spostare di conseguenza. Se le lasciasse pascolare liberamente nel giro di una decina di giorni i suoi poderi sarebbero solo zolle di terra impastata. Posso dire che il pastore sa che deve diversificare l’uso del territorio per avere un buon risultato?

Con questa considerazione il suggerimento ai piccoli risparmiatori è di diversificare l’investimento dei risparmi. Un tot in

Ghiacciaio del Rutor

obbligazioni, un tot in titoli di stato, un tot in azioni. Diciamo pure che chi vuole conservarsi qualcosa per il “non si sa mai”, qualche BOT, CCT o obbligazione prima o poi l’acquista. Ma il titolo non può portarlo a casa e farlo pascolare dove vuole, deve tenerlo in un conto titoli (la stalla, come fosse sempre inverno). A questo punto il gran ciambellano che fa? Visto che imporre una tassa sugli interessi da capitale farebbe aumentare gli interessi sui titoli emessi dallo Stato e di conseguenza il debito pubblico, si propone di imporre una tassa sul possesso di un portafoglio titoli, concepita in modo tale da diventare un peso solo per i piccoli risparmiatori, il che corrisponde all’incendio della stalla.