Responsabilità sociale dell’impresa

Ha l’impresa una responsabilità sociale nei confronti del patrimonio umano in cui opera? Certamente lo ha. Un’impresa nasce e si sviluppa in un contesto territoriale e di conseguenza umano.

casa operaia

Basta pensare a quando vediamo sorgere una nuova struttura o un capannone nei paraggi di casa nostra. Il primo pensiero, se siamo in cerca di lavoro, è quello di farci avanti per avere un’occupazione. Ci informiamo con chi conosciamo per sapere di cosa si occuperà e se le nostre caratteristiche professionali sono idonee e sufficienti per migliorare uno status.

villa capi reparto

Nelle aspettative che vengono innescate c’è un coinvolgimento sociale. L’altra cosa che ci chiediamo, se un’occupazione stabile e soddisfacente l’abbiamo già, è cosa produrrà e se andrà ad intaccare il nostro modo di vita. Se quello che nasce è un panificio industriale, al massimo sentiremo odore di pane che cuoce, se invece è un’azienda chimica o che produce vernici, nel naso sentiremo ancor prima che si realizzi l’impianto, gli odori acri degli acidi di lavorazione. I più frettolosi o previdenti, se ne hanno la possibilità, cercheranno una nova sistemazione abitativa. La presenza della neonata influirà anche nella determinazione del prezzo della propria abitazione.

villa dirigenti

Eppure il fenomeno che si viveva nei primi anni dell’industrializzazione era inverso. Nasceva la fabbrica e come d’incanto sorgevano, intorno a lei, le strutture residenziali per chi operava nell’azienda. Alcuni imprenditori avevano un occhio attento affinché si desse una dimensione umana al tempo del lavoro, attraverso la vicinanza e alcuni servizi. Basta un’occhiata ad esempio a quel borgo chiamato Crespi D’adda, in cui intorno ad un linificio sono sorti i casermoni per gli operai, le case con giardino degli impiegati, le villette dei dirigenti, la chiesa, la scuola, l’ospedale, il dopolavoro, la cooperativa di consumo, il castello del padrone, e anche il cimitero, che rispecchiava la scala gerarchica aziendale. Il tutto in armonioso stile liberty, dalla culla alla tomba.

palazzo padronale

Come Crespi D’Adda tanti altri paesi, più o meno piccoli sono nati e cresciuti a questo modo, sviluppando quel mettere insieme le persone e coinvolgendole nell’attività (atto di vita?) dell’azienda. Ne ho visti sparsi dappertutto, sia in Italia che all’estero, a volte solo parti di città, vie o rioni, anche se non con lo stile e la completezza conservata di quel museo di archeologia industriale accoccolato sulle rive del fiume Adda.

Le case a schiera delle zone minerarie Bretoni ad esempio, con il loro bianco candore vergato qua e la dal rosso del mattone e il tetto nero d’ardesia, mi han fatto sentire anche la fatica umana del vivere comune. La silicosi era un male diffuso nelle zone minerarie. Le miniere erano un evento socio economico importante.

Sappiamo delle solfatare siciliane, dei bambini e adulti sfruttati all’inverosimile. Le testimonianze rischiano sempre di svanire risucchiate dal dimenticatoio umano, ma ogni tanto qualcuno che le tira fuori, lasciando che il cervello lavori oltre che a divertirsi, c’è. E’ stato questo il contributo più vistoso che mi è rimasto dello spettacolo musicale di un variopinto gruppo musicale bergamasco, i Folk Stone che hanno coniugato zampogne, bombarde, arpe, armonium e altri ammennicoli di archeologia musicale, a un hard rock metallico, e un loro brano in particolare, Frerì, che vuol dire scimmie, dedicato ai bambini sfruttati nelle miniere del ferro orobico, che come le scimmie scendevano nei cunicoli della montagna, mi ha fatto ripensare allo sfruttamento della forza lavoro debole e indifesa in Italia. Questo sfruttamento che pensiamo relegato al passato, ha unificato l’edogonismo* nazionale più di qualsiasi bandiera o sbarco. Lo sfruttamento spietato delle risorse umane ha fatto si che madri tremanti d’ansia slacciassero le braccia dai loro figli, dal Veneto alla Sicilia, affinché prendessero il largo per attraversare quello stesso oceano che oggi altri percorrono all’inverso, inseguendo il sogno o diritto a una vita migliore.

* mi si passi il neologismo, parto di edonismo ed egoismo.

Le immagini di Crespi d’Adda  sono tratte dal sito http://www.crespidadda.com

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9 risposte a Responsabilità sociale dell’impresa

  1. Mery ha detto:

    Mi piacerebbe che la responsabilità sociale dell’impresa fosse quella di far sorgere strutture nei paraggi di casa di tutti, altrimenti che responsabilità è?
    Le città del nord sono piene di case a schiera abitate da lavoratori che arrivano da ogni dove (me compresa) … si possono chiamare accampamenti per gli schiavi del lavoro?

    Mi piace molto il neologismo “edogonismo” 🙂

    • popof1955 ha detto:

      Le periferie delle grandi città sono omogenee in bruttezza, son d’accordo. Le verticalità nello sfruttamento degli spazi fa perdere contatto con il territorio e crescendo in fretta l’occhio non fa in tempo ad abituarsi ai cambiamenti architettonici e per di più spesso mancano spazi socializzanti. In qualche caso sono veri e propri quartieri dormitorio. Anche la semplice organizzazione di spazi sociali, quali biblioteche, chiese o sedi associative di vario tipo, non trova lo spazio e il nutrimento umano di cui necessitano, e anche il clima fa la sua parte.

  2. luciabaciocchi ha detto:

    Vivo da molti anni a Terni, definita una delle città industriali più note degli anni 60-90, ora tutto è in crisi e l’appellativo industriale è stato tolto. Ricordo molto bene il villaggio sorto intorno alla Montedison dove Angelo ha lavorato una vita, la scuola , la chiesa, il campo da tennis, il circolo ricreativo, quasi a dimensione d’uomo, le famiglie provenienti dalle zone vicine, familiarizzavano e riuscivano a creare un loro mondo. Oggi questo non è più pensabile, la crisi ha spazzato tutto, la società ha chiuso i battenti ed ha lincenziato una gran parte dei dipendenti, le famiglie sono sul l’orlo del collasso, non c’è più solidarietà e i rapporti tra loro sono quasi assenti. Le scelte fatte non tengono conto dei diritti umani che vengono continuamente capestati da chi pone profitto prima di ogni altra cosa.

    • popof1955 ha detto:

      Si Lucia il lavoro ha la peculiarità di aggregare quando c’è e disgregare quando diventa precario, come se poi le conseguenze sociali fossero esenti da ricadute,
      Il passaggio dall’agricoltura all’industria è stato rapido, come se una mongolfiera si fosse levata in volo e poi è tornata giù a precipizio, non rimangono altro che brandelli sparsi.

  3. ili6 ha detto:

    Pur sforzandomi di ricordare e collegare, non riesco a trovare nella mia zona un solo esempio di azienda con annesso complesso residenziale per i dipendenti; l’unico che so è Sigonella, base aerea militare, col suo villaggio residenziale per i soldati americani che vi lavorano.
    ma anche nei grandi condomini o complessi residenziali non esiste più l’appartamentino del sottoscala destinato al custode e alla sua famiglia, nemmeno più il posto di guardiola del custode, o il custode stesso. E quando ancora c’è un custode di fabbriche o magazzini, di solito la notte dorme in automobile…. Altro che chiesetta, centri di aggregazione, spazi liberi per i figlioletti dei dipendenti…l’hinterland delle grandi città industriali e non sta diventando un grande dormitorio e rischia di snaturare la vita quieta dei paesini.

    • popof1955 ha detto:

      Quello che cito nel post, Crespi d’Adda, è di sicuro l’esempio migliore, eppure confesso che la prima volta che ci misi piede fui infastidito da quelle case che ripetevano la gerarchia aziendale, poi gli anni mi han fatto capire che in ogni città dal centro alla periferia vengono rispecchiate delle gerarchie sociali, e oggi nei centri storici, principalmente si trovano solo banche, uffici, negozi, ristoranti e locali che aprono alle 22,00. Gli abitanti pian piano vengono allontanati dai prezzi esorbitanti delle case.
      Bella la figura del custode che aveva un ruolo sociale importante. Ora si chiama custode sociale, come se fosse un’invenzione moderna.

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