Halloween? No, meglio HalloQueen.

Non festeggio halloween, non mi appartiene, non mi sento parte integra di questa umanità in festa, figlia del consumo ad ogni costo, che cerca ogni occasione per illudersi di allontanare i suoi mali. Questa festa, celebrata mentre il mosto si trasforma in vino, non la sento mia. Ognissanti che è rimasta festa di calendario, celebrativa del matrimonio tra Stato e Chiesa, senza desiderio di emulare i Santi, si mantiene in vita grazie al fatto che è un volano per attività effimere. Quell’altra festa, quella dei morti (anonimi), che son passati ad altra vita, che appartengono alle nostre piccole radici e al ricordo personale, è stata cancellata da anni e solo la nostra memoria, quella dei momenti trascorsi insieme (ciao mamma), o concelebrati attraverso la televisione o  più recentemente attraverso il monitor del computer (ciao Antonio), ne perpetua il ricordo.

Quell’invenzione trecentesca, chiamata purgatorio, tesa a collegare il mondo dei vivi e quello dei morti, nata per necessità di cassa (indulgenze), si va sbiadendo. Dalle parti dove son nato, si festeggiano i morti, Tentativo di somatizzazione. Nella notte tra l’1 e il 2 novembre, i morti portano frutti di marzapane ai bambini buoni (buoni per cosa?). Non so se la tradizione resiste. E’ anche vero che la canzone popolare siciliana più celebre, canta di un teschio che dialoga coi vivi da sopra un cannone, che senz’altro non aveva seminato gioia. Ricordo che il cimitero di Messina si vestiva a festa con crisantemi, orchidee, dalie e rose in fiore, come dappertutto d’altronde.

“Acqua pèì fìori” gridava l’acquaiolo al cimitero.  Dalle piccole mance  avrebbe tratto sostentamento al proprio vivere quotidiano. Vita dall’acqua dei morti, come su Dune.

Ho scoperto di recente, che nella zona dei Nebrodi, per la commemorazione dei defunti, le tombe vengono addobbate come fossero presepi o alberi di natale. Un modo folcloristico, forse bizzarro, per celebrare chi è nato in quella terra di migranti, che dopo aver prodotto reddito alloctono, è ritornato per far riposare in pace le ossa.

Qualche anno fa scendevo dai denti del S.Martino, a Rancio Superiore, sopra Lecco, al tramontar del sole (senza viole). Era il primo novembre, in fondo al sentiero dove comincia l’asfalto della strada che s’incunea tra le case, c’è un piccolo cimitero. Era deserto, o meglio, disertato dai vivi. Solo una piccola figura nera, una suora, che girando tra le lapidi si soffermava a pregare al cospetto ora dell’una ora dell’altra tomba. Tra me e me un pensiero ritmato dai passi frenati della discesa, “non c’è più speranza per i vivi, non rimane che pregare per l’anima dei morti, sempre che la vita abbia un seguito, e perché no, è una speranza indolore e a costo zero”. Cinica sentenza sul finir del giorno.

Ma che bello quell’albero di vita che ha pensato e realizzato Shunrei per abbellire la stanza della sua Inquilina (In-queen-lina). La nascitura sta dentro un cuore al centro del tronco e a ogni ramo è appeso un passato o un presente. Le radici, affondate nella terra, non si vedono perché nascoste dall’erba che esce dal suolo e sembra tenere la pianta saldamente in piedi. Senza radici non starebbe dritta.

tratto dal blog "gite mentali"P.S.: Il filmato di Antonio (livornese con il cuore in Perù) è su youtube, spero non me ne si voglia se l’ho ricordato in quest’occasione.  Il video del collegamento ipertestuale di “Vitti nà crozza” è tratto da un film di Pietro Germi degli anni ’50 (sempre grazie youtubte). Ultima nota, a novembre inizia l’anno agrario contadino, è il momento in cui tutti i frutti sono stati raccolti e i semi seminati.

Gardaland: Senti quante campane suonano

Il 26 di gennaio di quest’anno, lo spettacolo/denuncia di Paolini, nella giornata della memoria, mi scosse non poco, un pezzo di storia che i libri di scuola ci raccontano male, perchè non scendono nella realtà del tempo. Allora come oggi, dal racconto al vissuto dei piccoli fatti quotidiani, tornano i brividi. Perchè sento un razzismo strisciante, rivolto verso  l’uomo diverso, perchè più debole e indifeso. E’ una battaglia che mi sento di appoggiare in pieno,   attraverso quest’iniziativa in cui ogni blogger inserisce la parola Gardaland nel titolo dell’articolo in modo da essere sempre più visibili nei motori di ricerca in questa lotta impari tra dignità e potere, che no sempre è quello delle poltrone o delle mostrine di una divisa, ma anche quello di decidere se su una giostra ci puoi salire o no se hai gli occhi a mandorla.

E’ al via l’iniziativa di discriminazione al contrario: se Gardaland non accetta le persone con sindrome di Down, noi blogger non accettiamo Gardaland. E spero lo facciano più persone; in particolare penso a tutti coloro che sono la fonte primaria dell’esistenza di un parco di divertimenti, i genitori e i bambini, inconsapevoli alimentatori di una ” mostruosità “! Agli amici frequentatori di questo blog la preghiera di diffondere il messaggio con l’accortezza, se fosse possibile, di utilizzare lo stesso titolo, per i post che verranno scritti dopo di questo. Il motivo è semplice: bisogna fare in modo che l’iniziativa compaia sulle prime pagine dei motori di ricerca. Essere sulla quindicesima, significa non avere visibilità. Buona scrittura e aggiungete man mano i link di coloro che aderiscono!

Blogger che hanno aderito all’iniziativa:

La bacchetta magica

Una pubblicità che ci bombarda almeno 100 volte al giorno dice “ci sono cose che non si possono comprare, per tutto il resto c’è ….” la bacchetta magica. In definitiva il messaggio è “realizza i tuoi desideri, non aspettare di avere i soldi in tasca, noi realizziamo i tuoi sogni, ti chiediamo solo di ipotecare il tuo futuro”.

La macchina del credito ad ogni costo corre veloce, all’aumentare delle frustrazioni quotidiane per i desideri insoddisfatti c’è la soluzione della plastica magnetica, che catalizza i desideri e li fa trasformare in oggetti appaganti. I metodi selettivi sono tanti, uno parte da lontano, attraverso le offerte da non farsi scappare.

Circa tre anni fa mi arrivò a casa l’ennesimo volantino pieghevole con le proposte del mega negozio xyztlwld, sedici pagine di aggeggi elettrici addomesticati e pronti all’uso, il tutto a rate, zero interessi e senza spese di gestione. Che senso aveva acquistare in contanti?  Mi trastullavo con il foglietto in mano e leggevo, “un televisore 240,00 €, ovvero 10 € al mese ed è tuo, presentati in negozio con l’ultima busta paga e…”, … via di questo passo. Ma figurarsi, indebitarsi per 240,00 €. Poi faccio un ragionamento e mi dico, chissà se fanno anche il cumulo? Così giusto per tenere occupato il pomeriggio di un sabato piangete, vado in negozio e dico che voglio un televisore ultrapiatto, un forno a micro onde, un frigorifero con congelatore classe A, una lavatrice da 8 kg, un dvd recorder, un deumidificatore e un ferro da stiro e vorrei pagarlo con l’accensiobe di un credito unico. Il commerciante quasi mi abbraccia “si, si può cumulare il tutto, ha una busta paga?”, certo che ce l’ho, “allora nessun problema, scelga pure”. Solo che non voglio 24 rate ma 12. La cosa viene superata in fretta con una telefonata. Ogni mio desiderio è soddisfatto, posso pagare in un anno anziché in due.

Continuavo però a chiedermi dove fosse la fregatura. Niente, nessuna fregatura. Così con uno scontrino da 2.500,00 € mi sono ritrovato con tutti i domestici elettrici nuovi, e senza tirare fuori un centesimo.  Dopo circa quattro mesi ho visto gli  effetti sulla bolletta elettrica che si era dimezzata (merito della classe A).

Tutto bene dunque? Si tutto bene se non fosse stato che avevo lasciato una traccia, quella di buon pagatore. Infatti dopo sei mesi mi arriva a casa a mezzo raccomandata una carta di credito. Visto che l’emittente era la stessa società che aveva anticipato il pagamento di quello che io avevo acquistato, ho pensato  ci fosse una qualche clausola che mi era sfuggita. Niente di tutto questo, era solo una libera proposta commerciale, il mio assenso sarebbe scattato con l’uso della carta. Un bel colpo di forbice ed ho risolto il problema. Ma si vede che il sistema funziona, e l’illusione di essere maghi genera adepti a tutto spiano. Molto più faticoso riempire un secchio goccia a goccia per poi soddisfare un desiderio. Io, per dirla alla Bahuman,  sono un consumatore difettoso, mi piace riempire i secchi e poi fare i gavettoni, dove quando e come mi pare.

Oggi è la giornata del risparmio, sulle pagine dei giornali ho trovato ben poco, il risparmio soffre un po’, e a quanto pare la cosa non interessa molto, conta molto di più la sofferenza del credito che vive grazie agli interessi e alle spese di gestione che pagano i debitori.

A ogni costo vogliono trasformarci tutti in debitori piegati sotto quella spada di Damocle chiamata debito pubblico, e vorrei sapere chi ne ha autorizzato la sottoscrizione contrattuale.

Vite (che non possiamo permetterci)

Finalmente un libro che massaggia il cervello, che lascia fluire i ragionamenti complessi allo stesso modo come ci si confronta al bar o al mercato. Da qualche tempo la mia voglia di leggere e ragionare al tempo stesso si arenava nella noia, poi questo testo, una conversazione tra due menti quella di Zygumunt Bauman e Citlali Rovirosa Mandraso che è un vero massaggio mentale, per poter riuscire a disordinare e riordinare il proprio modo di vedere il mondo, confrontando quello che si vive giorno per giorno con quello che si è accumulato in mezzo secolo di vita.

Già i titoli dei capitoli, o meglio delle conversazioni, la dicono tutta, voglio citarli uno per uno.

– La crisi del credito è il risultato del fallimento della Banca o del suo straordinario successo?

– Il “welfare state” nell’epoca della globalizzazione economica. Sorvegliare i poveri o aiutarli?

– Quella cosa chiamata “Stato”: ripensando democrazia, sovranità e diritti umani

– Modernità, post-modernità e genicidio: dalla decimazione e annessione ai “danni collaterali”

– Popolazione e produzione e riproduzione di rifiuti umani: dalla contingenza e indeterminazione  all’inesorabilità della biotecnologia (oltre Wall Street)

– Fondamentalismo secolare e religioso: la corsa dei dogmi, ovvero la lotta per il potere nel XXI secolo

– Scrivere il Dna: nuova grammatologia per una nuova economia. L’avvento della “genetocrazia”, ovvero dagli “homines mortales” ai “post-umani” fai-da-te

– Utopia e amore: la generazione perduta.

Otto conversazioni che fanno il punto su quello che viviamo, sentiamo, condividiamo e no, che non sono esaustive o risolutive dei mali del mondo, ma che semplicemente danno una mano a riposizione al loro posto alcuni tasselli del vivere moderno.

Fiscalità, libero mercato … e il figliol prodigo (pensando ai condoni)

residui o resti?

In che modo sono stabilite le imposte sui redditi, sui beni mobili (titoli e azioni) e immobili (case)?

Immaginiamo una famiglia, magari di tipo patriarcale (ma soprattutto matriarcale, nascostamente più diffuso), in cui tutti i suoi componenti mettono a disposizione del gruppo i propri guadagni. Per mantenere l’aggregazione, chi gestisce la cassa deve fare in modo che ogni componente abbia a disposizione una somma sufficiente alla soddisfazione dei propri bisogni, fermo restando che una quota serve per il mantenimento della casa  e una parte per gli accantonamenti necessari a fronteggiare le spese straordinarie.

Come determinare in maniera equa il contributo che ogni membro della famiglia deve dare? Una cifra uguale per tutti? Se il reddito fosse uguale per ogni componente potrebbe essere un sistema ecquo. Ma se Andrea guadagna 1.000 € al mese, Bartolo 9.00, Camilla 1.500, la mamma 850 € e il papà 1.200 €, le cose si complicano. Il buon senso del capo famiglia potrebbe portare a decidere per un contributo proporzionale alle entrate di ogni componente, magari fissando un minimo di 200 € per chi guadagna sino a 900 € e poi il 30% per la parte eccedente. Quella che pagherebbe più di tutti sarebbe Camilla che verserebbe 430 €. In totale per le spese vive la cifra mensile a disposizione sarebbe di 1.300 €. Supponiamo che per 48 pasti mensili e 30 colazioni dei 5 componenti, a cui aggiungo una bolletta al mese, tra cui l’ICI (presto sostituita dalla patrimoniale), potrebbero bastare  per avere un avanzo di cassa di 100 € mensili.

Fatto salvo questo principio è evidente che chi non si trova d’accordo con il sistema adottato ha almeno due possibilità: nascondere una parte delle proprie entrate o uscire dal gruppo familiare. Il primo comportamento lo giudichiamo certamente scorretto, il secondo lo accettiamo. Così il membro che si allontana, diciamo Camilla, che è quella che ha un reddito individuale più alto, va a vivere per fatti propri, magari dividerà un monolocale da 600 € al mese comprese le spese, con un’amica e contribuirà solo per il 50% alle spese di affitto, pari a 300 €.  Così risparmia 130 € sul contributo familiare, ha una maggior cifra a disposizione e si sente appagata.

Possiamo concludere che è una legge del libero mercato  decidere dove andare a spendere i propri soldi? Però la famiglia di cui faceva inizialmente parte non ha più 1.300 € a disposizione ma 870 €, e se la media disponibile pro capite era di 260 €, ora è di  217,50 facile concludere che se si rompe la lavatrice non rimane che alzare l’importo da lasciare in casa o ricorrere a un prestito.

Intanto Camilla continua a vivere nel suo paradiso economico, e il suo risparmio lo mette in un deposito bancario che frutta interessi. Guarda caso la famiglia d’origine decide di chiedere un prestito alla banca dove Camilla ha il conto. Risultato indiretto, la famiglia d’origine paga degli interessi a Camilla.

A  un certo punto la famiglia d’origine si rivolge direttamente a Camilla, e le dice “se torni con noi abbassiamo la quota con cui devi contribuire”.

Camilla accetta, torna a casa e versa 300 € al mese. 

Da li a qualche mese si scopre che Camilla ha bisogno di cure mediche, e la famiglia le si stringe attorno aiutandola, ma i soldi non bastano e Camilla allora confessa di avere un conto cospicuo in banca.

Il seguito lo lascio immaginare a chi ha letto sin qui.

Ottocento brividi da De Andrè

OTTOCENTO IN CONCERTO

Leggendo un post in  uno dei blog che seguo si è risvegliato, in questo tiepido autunno che finalmente comincia a rinfrescare, il ricordo di una sera dell’estate appena trascorsa e di una cover band di qualità, gli Ottocento, un gruppo di giovani musicisti che, con attenta cura, e senza nulla togliere ad altri, ripropone nelle loro serate musicali i brani del magico Faber.

Quella non era la prima volta che  li sentivo suonare (quello sotto è un filmato di qualche anno fa recuperato da youtube) ma tutte le volte che ritrovo questo gruppo sulla mia strada mi fermo, i testi e le musiche, ben eseguiti, non lasciano addosso un pizzico d’illusione, ma fanno godere ancora una volta della musica che Fabrizio ci ha regalato.

Sciopero Wikipedia

Francamente al post non mi sarei aspettato commenti, infatti pensavo di eliminarlo in quanto era solo un’adesione allo sciopero di Wikipedia. Invece buon segno, i commenti  ci sono, e a me non va di eliminare qualcosa che è la traccia tangibile della condivisione. Al tempo stesso voglio che chi accede al mio blog possa avere una buona visione del suo contenuto, perciò faccio solo un aggiornamento del post di ieri,  che di mio diceva solo:  “Non so voi, ma io a Wikipedia ci sono affezionato, le sue informazioni  sono essenziali e quasi mai sbagliate.”

Pertanto i commenti antecedenti al momento dell’aggiornamento del post sono da riferirsi a quella parte di testo e al comunicato di Wikipedia di ieri a cui è possibile accedere cliccando sulla voce corrispondente del comunicato di oggi.

Oggi Wikipedia ha pubblicato il comunicato sotto riprodotto mantenendo i collegamenti a quello di ieri, visionabile cliccando sulla voce corrispondente. Vi ringrazio per la partecipazione.

Il 4, 5 e 6 ottobre 2011 gli utenti di Wikipedia in lingua italiana hanno ritenuto necessario oscurare le voci dell’enciclopedia per sottolineare che un disegno di legge in fase di approvazione alla Camera potrebbe minare alla base la neutralità di Wikipedia.

(qui il testo approvato dalla Camera dei deputati l’11 giugno 2009, poi modificato dal Senato il 10 giugno 2010; qui gli emendamenti)

Sono stati proposti degli emendamenti, ma le modifiche al disegno di legge non sono ancora state approvate in via definitiva. Non sappiamo, quindi, se sia ormai scongiurata l’approvazione della norma nella sua formulazione originaria, approvazione che vanificherebbe gran parte del lavoro fatto su Wikipedia.

Grazie a chi ha supportato la nostra iniziativa, tesa esclusivamente alla salvaguardia di un sapere libero e neutrale.

Comunicato del 4 ottobre 2011 – Rassegna stampa – Discussione


Economie di scala

Che bella la locuzione “economie di scala” . Quando l’ho letta in fondo alla lettera segreta (pubblicata dal Sole 24h)  che la BCE ha inviato il 5 agosto scorso al Governo italiano, per indicare come agire per far girare meglio la pubblica amministrazione e conquistare qualche punto nella valutazione delle società di rating, mi son detto: certo che di slang ne è piena la nostra vita.

Eh si perché sembra che certe espressioni siano fatte per il solo scopo di passare inosservate o scartate con insofferenza. Sembrano fatte apposta per non essere afferrate dalla maggioranza delle persone, ma a uso e consumo degli adepti.

Ho voluto fare una prova usandola oggi con un mio vicino, per dei fantomatici lavori che vorrebbe fare al suo tetto (che confina con il mio) e che io reputo uno spreco. Dall’espressione ho capito che pensava mi riferissi al costo della scala da appoggiare al cornicione, quando vogliamo giocare a fare i gatti.

La spiegazione che da la Treccani è questa : “economìe di scala: Diminuzione dei costi medî di produzione in relazione alla crescita della dimensione degli impianti e sono quindi realizzate dalle grandi imprese per ragioni organizzative e tecnologiche. In relazione a un dato livello di dimensione degli impianti, la riduzione dei costi unitarî al crescere della quantità prodotta può realizzarsi in conseguenza sia della maggiore efficienza della direzione e delle maestranze, sia della riduzione e dispersione dei rischi, sia della maggiore facilità di finanziamento e della possibilità di un più largo ricorso alla pubblicità. Inoltre le economie di s. sono connesse con la ricerca di migliori metodi di produzione e con lo sviluppo di nuovi prodotti. Alle e. di s. fanno però riscontro anche le diseconomie di scala, ossia le difficoltà crescenti di organizzazione e di amministrazione collegate con l’aumento delle dimensioni delle imprese”.

Io invece preferisco un esempio, ovvero che se voglio che una persona faccia 100 metri in un certo tempo e se il metodo è quello dei calci nel sedere, devo trovare il giusto equilibrio tra i calci da dare e il percorso da compiere. Se con una pedata questa compie dieci metri non è detto che con dieci ne faccia cento, anzi è probabile che al secondo mi tiri un pugno, come reazione opposta e contraria, ottenendo delle diseconomie di scala.

Si vede che ero entrato troppo in simbiosi con il ragionamento mirato della lettrea della BCE in cui usava quell’accoppiata di parole, e a me è tornata in mente una foto scattata alla fine d’agosto a Trieste, quella sotto il titolo.

LIBERTA’ E SICUREZZA.

Da un po di tempo mi sto chiedendo quanto la libertà sia conciliabile con la sicurezza, o se è vero il teorema che all’aumentare dell’una diminuisce l’altra.

O occorrerebbe parlare di libertà, al plurale, e di sicurezze relative. Per non dispendere i pensieri voglio concentrarmi sulla libertà e sulle sicurezze sociali.

In quest’ambito siamo, o meglio, ci sentiamo più liberi e più sicuri di quanto lo eravamo dieci o vent’anni fa?  Se guardo a me stesso e al mio orticello potrei addirittura dire che si, mi sento più libero e più sicuro.

Ma siamo in un periodo censuario, e visto che non mi sono fatto alcuna fotocopia dei censimenti precedenti, ho immaginato come avrei risposto alle stesse domande dieci, venti o trent’anni fa. La mia sicurezza è aumentata, assumendo sempre più le caratteristiche di una gabbia dorata. Sono aumentate le stanze a mia disposizione, la possibilità di vacanze, i prodotti acquistabili e la loro qualità. Qualcosa non quadra.

All’aumentare dello spazio a disposizione si è anche alzato il muro che mi separa dal mio vicino. Dieci anni fa ero stupito di vedere le porte delle case con le chiavi attaccate alla toppa. Ho capito cosa differenziava questo posto, che contava 2800 anime, da quello dove abitavo prima (28.000 abitanti). L’avevo battezzata coesione sociale. Un po di piccoli fatti di cronaca e le chiavi dalle toppe son sparite, son comparse le inferriate alle finestre e ogni tanto si sente qualche sirena d’allarme, per prova. Ho resistito alle inferriate, tanto libri e dischi non interessano nessuno, ma la siepe si è alzata come un muro.

Poco più di dieci anni fa potevo prendere l’aereo senza farmi radiografare, ora quando viaggio metto tutto in una valigetta per evitare di togliere l’orologio, svuotare le tasche e sfilarmi la cintura prima di passare al body scanner. Già, 11 anni fa non c’era ancora e bastava il documento che mostravo.

Dieci anni fa se andavo a fissare un esame specialistico, in 15 giorni veniva eseguito. Una settimana fa qui vicino hanno aperto un nuovo centro polispecialistico privato. Visto che l’ospedale ha tempi d’attesa lunghi (60 giorni per un ecg). Per contenere i costi gli ospedali non  fanno assunzioni, dilatano i tempi, ma con la libertà di rivolgersi altrove. In compenso la Regione paga i privati, e il nuovo arrivato “accreditato”, su carta stampata e buste espone “servizio sanitario regionale” con tanto di logo portafortuna (un quadrifoglio bianco su campo verde, naturalmente). Vent’anni fa un medico, un infermiere, un fisioterapista, un tecnico di laboratorio o un ausiliario potevano sperare in un concorso pubblico, oggi infermieri e ausiliari passano attraverso le cooperative, e gli altri hanno rapporti libero professionali.

Quarant’anni fa veniva partorito lo Statuto dei Lavoratori a recepimento di quanto stabilito a livello Costituzionale. Oggi si torna a forme occulte di caporalato e si invoca la libertà non di licenziare, ma di non ottemperare a quanto stabilito dai tribunali dello Stato (reintegro del posto di lavoro, ad esempio).

Qui qualcosa non torna con quanto dicevo all’inizio sulla proporzionalità tra libertà e sicurezza, non è aumentata la libertà (se non quella di raccontar barzellette) e la sicurezza è diminuita.