Ciao 2011, benvenuto 2012.

Eccolo che arriva l’anno nuovo, come ogni anno, da noi in pieno inverno, appena passato il Natale. Una coincidenza casuale che l’anno del calendario solare coincida con la nascita della Speranza? Anche il calendario lunare (capodanno cinese), bene o male lo fa coincidere con il momento in cui tutti i frutti son stati raccolti e i semi seminati, come se  fosse il momento del giudizio e della rinascita. I semi dormono sotto le zolle di terra fredda. I boccioli delle piante, quelli che han spinto via le foglie in autunno, si son coperti di cera e aspettano silenziosi che il sole torni a scaldare prima di fiorire.

I fiori sembra dormano tutti. Eccetto uno,  il calicantus che fiorisce in inverno. Primo o ultimo fiore dell’anno? O congiunzione tra l’inizio e la fine?

Nasce timido, e se non fosse per il suo profumo, che l’annunzia in silenzio,  quasi non si scorge. L’aroma intenso riempie l’aria fredda e accarezza le narici.

Lo sguardo attento di chi gli passa a fianco, cerca sempre la provenienza del profumo, ed ecco che, girando il capo ad inseguire il naso, sui rametti rinsecchiti si scorge una piccola colonia di corone pallidamente gialle. Piccoli esseri insignificanti che attraverso il loro profumo ricordano al mondo che loro son li, a cercare il tepore di un freddo raggio di sole invernale.

E’ con questo piccolo fiore che saluto l’anno che se ne va e do il saluto al nuovo che arriva, un augurio a tutti quelli che passeranno di qua, perché anche nella più fredda delle giornate della nostra esistenza, il grande profumo di un piccolo fiore possa far riemergere quello che si nasconde sotto un velo di ghiaccio.

Zapping

Tutte le sere alle 20,30 non resta che fare zapping, specie se stai vedendo il TG1, che, almeno da quando non c’è Minzolini, con le dovute pinze mentali, è tornato ad essere intellegibile. Certo le cavolate di redazione, che intercalano notizie futili a notizie utili, non mancano, ma con un poco di pelo sullo stomaco, si digerisce tutto, anche le tigiunate.

Alle 20,30 però ti tocca cambiar canale. Ferrrrara (si con quattro erre, per render meglio l’idea delle dimensioni) con il suo abominio di Radio Londra, ti riempie di scempiaggini e non rimane che Rete4, che in pausa di Fede ti consente di considerare come fattibile la rivincita sui soprusi quotidiani, con Wolker Texas Ranger.

Occorrerebbe imparare il kung fu, o qualsiasi altra arte marziale, per mettersi in pari, va bene anche il judo (però il rischio di rompere lo schermo è alto), meglio allora il tai chi. Usare armi improprie in certi momenti, potrebbe procurare chissà quale accusa. Allora movimenti lenti e zapping a volontà per evitare le Ca 2Za Te del giorno.

… serene feste

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A chi non sopporta il Natale

e a chi invece lo adora,
… a chi siede all’angolo della strada
e a chi quella strada la percorre con il sorriso sulle labbra,
… a chi vive la vita col piglio del combattente
e a chi la vita se la lascia scorrere sulla pelle,
… a chi ci guarda con gli occhioni umidi
e a chi l’occhio umido non ce l’ha mai,
… a chi spende tempo prezioso per noi
e a chi quel tempo non lo spende nemmeno per se,
… a chi è in galera
e a chi è libero come l’aria,
… a chi piange di gioia
e a chi sorride di rabbia,
… a chi adora i parenti
e a chi non vede l’ora di levarseli da torno,
… a chi ha soldi da spendere
e a chi ha da spendere solo il suo bene,
… a chi sa accettare ciò che la vita a lui dona
e a chi non si accontenta mai di nulla,
… a chi frequenta il mio blog
e a chi c’è capitato solo per caso.

A chi ha qualcuno lì su che lo ama
e a chi nemmeno lì lo ha.

Ma un augurio speciale va a chi è folle, perché possa sempre preservare, conservare e tutelare nel suo animo, quel pizzico di pazzia che lo rende vero.    Preso in prestito da “serene feste“, il blog di Marco (MBJ)

Umanità e terra, mezzi di produzione (della ricchezza)

Di questa crisi, recessione, default, e quel che cavolo si aggiunge ogni giorno, ne ho piene le zammare. Mai si era vista una cosa simile in precedenza. E porcaccia della miseria le cassandre, lo dicevano già dal 2007. Ora ci riempiono i titoli dei giornali, con le solite litanie. Io lo ripetevo dal 2008, e nell’aprile del 2009 scrivero:

“Da quando è iniziata questa crisi continuo a chiedermi: perchè si è in crisi? Delle risposte me le sono date anticipando anche quelli che sono i risvolti odierni.

Come la maggioranza di chi legge ho vissuto gli anni del boom degli anni ’60: non me ne sono accorto, ero troppo piccolo ma non ho visto la mia famiglia crescere così tanto in forza economica,  ero povero e felice come tutti i bambini, ma già a 14 anni volevo capire di più, sentivo al telegiornale degli scioperi al nord per una maggiore dignità dei lavoratori e per un salario migliore; per una diversa distribuzione della ricchezza, direi oggi.

Poi la prima crisi petrolifera degli anni ’70/’75, le domeniche a piedi, il prezzo della benzina che aumentava, e da li a poco i risvolti di un cambiamento dei metodi di produzione che rendeva difficoltoso l’accesso al lavoro a chi come me a vent’anni vi si affacciava.

L’inflazione cominciava a galoppare, c’era chi ne vedeva la causa nell’aumento del costo del lavoro (ricordate l’automatismo della scala mobile?), e chi ne vedeva la causa nell’aumento nel costo del denaro, difatti si andò ad una riconversione dei mezzi di produzione che sostituì in molti casi le braccia.

Per riconvertive servivano soldi che, come ogni merce, si paga, più aumenta la richiesta più aumenta il prezzo (ad ognuno le proprie conclusioni sul perchè l’inflazione).

Negli anni ’80/’90 la crisi  asiatica, con la deflazione che colpisce il Giapppone la Tailandia la Corea e così via.
Non si era ancora nell’era globale e solo in parte ne abbiamo sentito gli effetti, gli investitori occidentali han trovato subito il modo di fare buoni affari (ricordate quando Fiat voleva acquisire Daewoo e poi fu rilevata da GM?). E di li a poco iniziò la delocalizzazione produttiva.

Intanto cresceva l’informatizzazione e tutto ciò che era informatica conosceva un boom incredibile, e siamo circa al 2000, aziende che valevano 10 in breve si ritrovarono quotate a 1000, poi scoppiò la bolla speculativa e  tutti a rimettere i piedi per terra.

Il presidente Fiat in quegli anni, ricordo che in un’intervista disse qualcosa di questo tipo: “il prossimo futuro sarà caratterizzato dalla volatilità, occorre investire oculatamente”. Di lì a poco morì ma ci aveva dato un segnale.

Quando è iniziata quella attuale non ci si era rialzati ancora del tutto dalla crisi precedente, ma lo vedavamo tutti il risiko bancario e la bolla immobiliare.

Al tempo stesso la Cina esplodeva, produzione ai massimi livelli, PIL da fantaeconomia.

Mia moglie quattro anni fa di ritorno dagli USA mi portò solo delle noccioline ricoperte di cioccolato: l’unica cosa di produzione locale che aveva trovato, per il resto quasi tutto era di produzione Cinese.
Difatti  si era innescato il meccanismo della crisi attuale: i prezzi della Cina erano (e sono) competitivi.
Come dovevano fare gli USA per mantenere attiva la bilancia dei pagamenti? Dovevano fare in modo che il denaro restasse in USA. Come? Obbligango i produttori stranieri a reinvestire in USA e, vista anche la necessità, garantendo buoni interessi.
I cinesi in primis (ma anche inglesi, islandesi ecc.) trovavano utile investire in USA.

A quel punto bisognava inventare nuova carta dove far ballare i numeri: i derivati ecc., di fatto scommesse sulla reddditività futura.
Ricordate la finanza creativa di Tremonti? (E meno male che Parmalat aveva insegnato qualcosa anni prima).  Carta e solo carta che, portata all’incasso non avrebbe avuto copertura: cosa avvenuta come ben sappiamo.

Nel frattempo si era innescata la speculazione sui beni primari, quelli cui la gente non può rinunciare: il cibo e le materie legate alla produzione di energia.

Quattro anni fa (2005) un conoscente mi chiedeva in una e-mail “da voi il prezzo della benzina sta aumentando? Qui (in USA) è raddoppiato”. In Italia non era raddoppiato (il grosso lo paghiamo in tasse) e il rapporto euro/dollaro era passato dagli 1,17 del 2002 a 0,87 per risalire sino a giungere nei mesi scorsi a 1,33: pertanto per fare 100 $ bastavano poco più di 75 €.
Fatte queste considerazioni il fallimento di Merryll Lynch e tutte le altre ha rappresentato una perdita per chi aveva investito in USA: buona parte dell’occidente, e soprattutto la Cina.
Con questo meccanismo i cinesi stanno finanziando la crisi più di altri. In ogni caso aziende cinesi o occidentali che siano hanno preferito investire in borsa  anzichè reinvestire gli utili nell’impresa.

Intanto arriviamo a cosa ci attende, ovvero cosa sta avvenendo adesso: le aziende occidentali sono sottoquotate in borsa, alcune sono sull’orlo del fallimento, i governi degli stati cercano in tutti i modi di sovvenzionarle per non avere effetti peggiori: aiuti alle imprese (siano esse industrie o banche), ammortizzatori sociali, incentivi ecc.

Questi aiuti a cosa servono?
Secondo me solo a dare il tempo alle aziende sottoquotate di rivalutare il valore nominale delle proprie quote azionarie.
Una corsa ai ripari frenetica, da noi mentre la terra tremava in Abruzzo il governo emanava un decreto che consentiva alle aziende oggetto di un OPA (offerta pubblica di acquisto) ostile, di acquistare il 10% in più delle proprie quote (che era del 10% prima del dlgs poi è passata al 20%). Può anche darsi che sia una cosa positiva.

Intanto ci giunge notizia che Fiat  vuol comprare Opel ed è in trattative con Chrysler.
Mi concentro su questo punto soltanto: perchè gli USA sono favorevoli a Fiat e la Germania no?
Gli USA sono favorevoli perchè Fiat produce motori di minor impatto ambientale, in parole povere che consumano meno e utilizzano anche combustibili alternativi al petrolio come il gas.
I tedeschi invece si muovono sullo stesso piano della Fiat: che interesse avrebbe Fiat a tenere in vita un doppione di sé? Vedono in questo una progressiva riduzione della produzione in Germania.

In alternativa per Opel ci sono altri acquirenti: arabi prima di tutto, vale a dire quelle basi economiche che l’anno scorso con l’aumento del prezzo del greggio, hanno incamerato parecchi quattrini.
E cosa ci si compra ? Ci si compra le fabbriche, vale a dire i mezzi di produzione: in sintesi siamo ad una lotta per il possesso dei mezzi di produzione, che è cominciata anni fa, si combatte in borsa, che noi sovvenzionamo mantenedo i salari fermi, pagando di più i servizi, riducendo i consumi (quel tanto quanto basta per non affogare l’economia).

Trent’anni fa si diceva che il petrolio nel 2010 sarebbe stato agli sgoccioli (me lo ricordava un’amica), ancora non è così: gli aumenti di prezzo ne hanno reso conveniente l’estrazione in luoghi prima antieconomici. L’ENI e le altre sorelle puntano anche sulle sabbie bituminose (detto “petrolio sporco”, il cui sfruttamento con i prezzi bassi non conviene).
Le fonti energetiche alternative (solare, eolico, geotermico ecc.) sono alternative non solo per l’ambiente ma anche a chi ha il petrolio che, se non ha a chi venderlo a peso d’oro, come fa a sostenere i  progetti faraonici in corso? (fatevi un giro in internet a vedere cosa stanno costruendo a Dubay per capire).

Pertanto siamo ad una lotta per il possesso dei mezzi di produzione. Il secolo scorso era iniziato allo stesso modo, solo il mezzo di produzione era diverso: era la terra.” (26 aprile 2009).

Ecco questo scrivevo 32 mesi fa, non ne rinnego neanche una virgola, intanto mi son portato avanti, e penso al dopo crisi (qualche giorno di pazienza e apparirà su queste pagine), ma questo punto di partenza mi serviva per ridare una logica al pensiero.

Idee regalo (facciamo finta che…)

Tre titoli con un unico argomento in comune, l’esaurimento delle risorse energetiche che han dato vita all’era industriale contemporanea. Tema identico nei tre testi, ma contenuti, modi di trattare l’argomento, e caratteristiche professionali degli autori, molto diversi tra loro e apparentemente indirizzati a lettori quanto mai eterogenei. Io me li son letti tutti e tre, in periodi diversi e altrettanti occhi.

Il libro di Jared Diamond, Collasso, già nel sottotitolo “come le società scelgono di morire o vivere” si presenta come una ricerca socio antropologica di tipo ambientale che, partendo dal Montana passa ai vichinghi con il loro infausto insediamento in Groenlandia, all’analisi ambientale dell’isola della Martinica (Hispaniola) divisa in due nazioni (Haiti e Repubblica Dominicana), depauperata l’una e rigogliosa l’altra.  Il libro tenta di aprirci gli occhi, per trarre insegnamento,  dalle tragedie ambientali precedenti la nostra epoca.

Diverso invece l’approccio di Fo, ne “L’Apocalisse rimandata”  lui parla al presente, di un qualcosa che avviene, che si annuncia disastrosa e poi non lo è (sottotitolo “Benvenuta catastrofe”), anzi spunta una società migliore. I giocolieri del suo circo si muovono in una Milano che riscopre la vita e la gioia di vivere, senza tubi di scappamento infiammati e incolonnati ai semafori. La fine repentina del petrolio costringe tutti ad inventare e a reinventarsi. Si snoda come un romanzo surreale, ironico, e seppur non sia ancora commedia, sembra di rivedere il Fo che fu sul palco, con una marea di persone in fuga verso un futuro disegnato su un soggetto dettato dagli altri e a cui hanno aderito per comodità. Anche qui l’ambiente umano è ambiente sociale.

Anche nel romanzo di Mauro Corona “La fine del mondo storto” il petrolio la fa da grande assente.  Finisce anche l’elettricità e tutto quel che ci circonda, in questa affannosa corsa ad avere oggetti che fanno quello che altrimenti farebbero le nostre mani, si scopre inutile. Tutto si ferma fino a che, per superar l’inverno, gli uomini riscoprono l’arte del fare; tornano ad imparare mestieri scomparsi. I soldi, con la fine del mondo storto, non servono a nulla. Ad un certo punto scrive “adesso i ricchi son diventati poveri pieni di soldi”. Un libro da leggere con occhi innocenti, direi che la lezione di Diamond, trarre esperienza dal passato, Corona l’attui in pieno parlando ai giovanissimi, del mondo che potrebbe arrivare e che non deve far paura, in quanto la vita e il fare, appartengono alla natura dell’uomo.

Caccia grossa al centro commerciale

Un mio amico  parlando dell’Uganda,  mi disse che la foresta è un brulicar di gente e che i sentieri tracciati dal continuo camminare, sono in numero incredibile. Anche qui da noi, pianura della bassa bergamasca, le campagne selvagge intorno all’Adda (incredibile ma vero) sono ricamate di sentieri. Senza tralasciare le montagne, almeno sino ai 1800 m.  il ricamo dei passi sul terreno è sempre marcato, poi più su si perde tra i sassi. Un via vai di gente che si sposta da un punto all’altro. C’è chi lo fa per respirare un po’ d’aria buona o per sentire il cielo più vicino,  e chi va per cercar funghi, erbe oppure caccia. Al centro commerciale non è diverso, anche se i sentieri non rimangono marcati per terra, la gente sembra sappia dove andare. Le gerle sono state sostituite dai carrelli, e i canestri dai cestini. Sono rimasto un po’ ad osservare il comportamento umano al supermercato in tempo di crisi.

“Lascia stare quelle brioche, fanno ingrassare”, dice una mamma alla bimba che in risposta mette le mani dietro la schiena e sbuffa. Intanto un marito che spinge un carrello, indica alla moglie un detersivo per la lavatrice a prezzo scontato e ci si avventa sopra  manco fosse l’ultimo fustino. Accanto allo scaffale della birra un carrello trabocca di cartoni, 90 su 100 che quello le compra per rivenderle nel proprio bar. Al reparto ortofrutta lo spettacolo lo offre uno che odora un ananas per capire se è maturo. L’avrà scambiato per un melone o magari pensa che il metodo di selezione di un prodotto si estenda a tutti. Osservando il contenitore delle noci noto parecchie bucce vuote. In fondo basta una sola mano per schiacciare due noci e mangiarne il contenuto. Un supermercato ha pensato bene di aggiungere un distributore d’acqua, così le bottiglie non vengono toccate. Gli assaggi offerti dalle hostess sono sempre ben accetti, ma vedo che i più assaggiano, sorridono o fanno una smorfia e poi prendono un altro prodotto in basso nello scaffale accanto (in basso ci sono i prodotti senza pubblicità e a prezzo contenuto).

Appena fuori dal supermarket ci sono le vetrine dei negozi e i bar, affollati i banchi del caffè e i tabaccai con rivendita di gratta e vinci, superenalotto e lotterie. A ben pensarci noto una certa affinità con la parola lotta, ma non è un problema di sopravvivenza.

Abbigliamento e scarpe sono oggetto di sguardi furtivi, del tipo ci penso a gennaio, con i saldi. Vedo le facce riflesse nelle vetrine,  il movimento delle spalle parla da solo quando le braccia tornano a spingere il carrello. Chi entra in negozio lo fa con passo deciso, senza carrello e a spalle dritte: ha già adocchiato la preda da portar via, deve solo prelevare la carcassa dopo aver digitato il pin.

Anche la caccia al posto auto non è da meno, ogni tanto si sente qualcuno che scalda le gomme e i freni, come se fosse nel tunnel di Montecarlo.

Con l’ausilio del navigatore ho voluto provare a cercare quanti centri commerciali ci sono nei paraggi, il numero è incredibile, 8 nel raggio di 5 km, 20 nel raggio di 10 e 40 in 25 km, adesso capisco perchè ad Orio al Serio venivano dall’Inghilterra con i voli low cost, per l’alto concentrato di territori di caccia.

Intanto anche  i Frati Cappuccini si danno da fare, scoprendo un nuovo territorio di redenzione.

Frati Cappuccini a Oriocenter (immagine dal sito dell'Eco di Bergamo)

 

 

Il mio Presepe

PRESEPE 2011
IL MIO PRESEPE

Non pensavo di finire così presto la composizione del presepe, si vede che mi era rimasto nelle dita da gennaio. E’ venuto componendosi da solo, come se ogni statuetta sapesse già dove andare.  Prima è toccato all’albero, che come ogni anno deve stare sopra il presepe, come fosse cielo, a delimitare lo spazio, o allegoria di cuccagna.   Ho impiegato un sacco di tempo a rimettere a posto le lampadine. Come ogni anno è sempre la stessa storia. Finalmente mi son deciso a buttarne via tre serie che non funzionavano più. Dopo le lampadine a mezzogiorno l’albero era bell’è finito. Il pomeriggio l’ho dedicato al presepe, che poi è un gioco di composizione, in cui ognuna delle figure ha imparato in questi anni a trovare il suo posto. Certo quest’anno il gruppo dei fabbri s’è voluto mettere in primo piano. Ho provato a dissuaderli, con il loro martellamento tengono sveglio il bambinello, ma non ne han voluto sapere di trovarsi un altro posto. E’ già tanto che l’uomo delle frittelle s’è convinto a starsene un po’ in disparte, l’ha capita che gli odori che produce non sono molto salubri. Le pecore invece, al solito, se ne sono andate a spasso per fatti loro, non si vedono i grani di pepe nelle foto, ma ci sono. Invece il cane s’è voluto piazzare davanti al macellaio, ne avrà da abbaiare sino all’epifania. Mentre montavo, anzi componevo il mosaico, pensavo a quanti mestieri non esistono più e invece si perpetuano ogni anno. Le lavandaie ad esempio, ormai sostituite dalle lavanderie, ma non ci posso mettere una lavatrice nel presepe, così il mugnaio o l’arrotino ambulante. Va bene, alla fine ho pensato che alcuni di loro hanno quasi i miei anni di lavoro, ma non li mando in pensione, devono continuare a uscir dalle scatole ogni anno. Infine mi sono accorto che ci sono due madonne, a dire il vero la seconda l’avevo comprata due anni fa, ma poi al momento di allocarla non me la son sentita di mandare in pensione l’affezionata Madonna con le mani giunte. Così le metto tutte e due, sino ad oggi non hanno avuto da ridire, tanto la seconda è seduta e sembra che ricami. Ma che accadrebbe se domani mattina trovassi una al posto dell’altra? Dovrei sgridare Giuseppe che s’è fatto troppo intraprendente o l’Arcangelo che s’è fermato dalla prima che ha visto? E’ come se la precarietà fosse riuscita a far breccia  nel presepe.

FIGLI DI CAINO O FRATELLI DI ABELE?

Quando apro il giornale o ascolto un tg, ci sono notizie che aggrediscono i sensi mettendo a tacere anche il sesto, il buon senso.

Oggi non è diverso da ieri, c’è la notizia di un pirata della strada che lascia vittime sull’asfalto.

Ma perchè pirata? Perchè nascondersi dietro un dito e non dire che un assassino vigliacco è fuggito dopo aver ammazzato una persona? Paura di chiamare le cose con il loro nome? Paura delle recriminazioni del colpevole?

Ma pirata signica anche “colui che depreda…”, che prende furtivamente. In questo caso la vita.

Nessuna pena ridà la vita ad una vittima, ma non per questo ci si può nascondere dietro il paravento delle parole per non turbare l’animo, per accusare mollemente. Chissà cosa pensa un bambino che sente la notizia di un pirata della strada che ha ammazzato una persona? Lo immagina magari con la bandana in testa, il coltello tra i denti, un occhio bendato e un uncino al posto di un braccio. Conseguenza immediata: come faceva a schivare l’incidente così conciato?

In un mondo dotato di automibili e velocipedi vari, tutti, o quasi tutti, corredati di assicurazione obbligatoria, gli introiti vanno a finire in un unico calderone, un assassinio senza colpevole, viene soddisfatto economicamente dalla massa. Se l’assassino fugge c’è il fondo per le vittime della strada. Intanto i massimali, giustamente, vengono elevati, non perchè aumenta la colpa o il valore della vita, ho l’impressione che aumenti il numero, sia delle vittime che dei pirati.

“…liberaci o Signore da tutti i mali…” e non penso quando lo ripeto, al mio male, ma al male che ne potrebbe derivare recando dolore ad altri.

Ma tant’è poi uno trova sempre una motivazione di vita con una bella autossoluzione, e se non la trova, uno psicologo pietoso disponibile a risollevare il morale, lo trova sempre.

E qui la mia domanda iniziale, di chi siamo figli o fratelli?

Dio, secondo la Bibbia, impartì l’ordine affinchè nessuno mettesse fine alla vita di Caino, ma certamente non perchè pensava che fosse senza colpa. Per Caino stabilì la condanna di una vita errabonda, il disconoscimento dalla primitiva società di cui faceva parte.

Poi con il diluvio universale la stirpe di Caino fu cancellata.

Però l’acqua che beviamo è sempre la stessa, da milioni di anni.

Ahimè, ci siamo bevuti Caino oltre che Abele.

DIPIERRITE CRONICA

Salve gente che passate da queste parti. Il sole si è alzato da poco e io sono indeciso tra l’andare a lavorare e lo starmene a casa per patologia socio economica.

Ho la DIPIERRITE CRONICA, è una patologia complessa. Nasce dal contagio di un virus, il D.P.R.  (Depressione da Pensione Rinviata) che ogni volta che mi avvicino al traguardo della pensione, fa spostare in avanti il nastro d’arrivo.

E va bene, continuerò a lavorare, sempre che abbia ancora un lavoro nei prossimi cinque anni, perchè è facile invecchiando ammalarsi ogni tanto e l’INPS paga l’integrazione salariale sino a 180 giorni di malattia nell’anno solare, dopo, secondo i contratti, il rapporto di lavoro può anche essere risolto (si chiama licenziamento). Non male. Che bella giornata. Spero solo che qualcuno non mi chieda di fare sciopero, non sono più disposto a scioperare per mandare Tizio e Caio in pensione domani evitando gradini e gradoni e io dopo devo fare le scalate. Stavolta no, sono stufo di fare una lotta per un diritto che so già a priori che no godrò mai.

Miiiiih, la dipierrite fa diventare scemi, proverò a chiedere l’esonero produttivo per incapacità mentale.