Meteospread

Questo post intende ricoleggarsi a quello di prima di Natale. Dicevo li, che di questa crisi, recessione, default, e quel che cavolo si aggiunge ogni giorno, ne ho piene le zammare (ormai sarete andati a vedere cosa sono, saprete che in tricolorese si chiamano agave). Mai si era vista una cosa simile in precedenza. La platea dei colpiti dalla crisi s’è andata via via allargando, coinvolgendo anche chi si credeva immune o esentasse. Qualche tassa in più sulle proprietà, un ritocco alle pensioni, uno al welfare e il gioco è fatto. Certo non siamo ancora alla fame, ma i commercianti cominciano a scoprirsi vulnerabili. Troppe saracinesche si sono abbassate per non rialzarsi più, e quelli che sino a ieri erano IMprenditori, guardano i conti considerando le prospettive del futuro. I pagamenti vengono sempre più dilazionati. Ha cominciato lo Stato, a posticipare i saldi anche a nove mesi, intanto chi gli ha fornito beni e servizi si è dovuto rivolgere alle banche per avere in prestito quello che gli spetta di diritto. Pagando interessi che vanno a riversarsi sui costi. L’inflazione si scalda e il debito si abbassa, almeno in teoria dovrebbe essere così, se non ci fosse la speculazione da spread time.

Visto però che da qualche giorno insieme al dramma da spread si è unito quello delle previsioni meteorologiche, facciamo un bel miscuglio e inventiamo il meteospread. Ognuno dice la sua, dove TG tigiri. E’ come nell’85, no è come nel ’29, ma no somiglia al ’56. Insomma i numeri li sanno dar tutti (domani li gioco non si sa mai), allora facciamo finta di essere a fine gennaio 2013. Possiamo pensare al passato. Lo scorso anno, il 2012 doveva essere l’anno della recessione. Ma com’è che siamo ancora vivi? Allora vuol dire che alle crisi recessive ci si sopravvive. Qualcuno, al solito, meglio di altri.

Che siamo vivi lo testimonia il fatto che riusciamo a leggere, e a scrivere. Ma cosa è cambiato nel frattempo? A fine anno il pil ha evidenziato una crescita del 1,6%, e gia si parla di nuovo boom. Ma come siamo facili agli entusiasmi. E pensare che appena tre anni fa si era sotto del 5%, di sto passo per consentire un recupero totale del pil occorrono ancora sei anni. Eppure tre anni fa gli aerei volavano, le macchine viaggiavano, i  condizionatori condizionavano. Anche adesso, tutto come prima. Solo che qualcosa è mutato. I nati dal 1953 in avanti non vanno in pensione dopo 40 anni di lavoro, qualcuno che si era ammalato è stato licenziato per eccessiva morbillità,  e senza indennizzo. L’art.18 della legge 300/1970 è stato cancellato, la natura fa il resto. I figli continuano a stanziare in casa dei padri, non si è fatto nessun ponte generazionale (e tanto meno quello sullo Stretto di Messina). C’è stato l’aumento del prezzo della benzina, l’IMU, l’imposta maggiorata sui CC, l’ISE applicata a mo di salasso sociale. Insomma non sarebbe stato necessario un governo tecnico per far queste semplici operazioni. Bastavano dei colonnelli.

Certo i tecnici, a differenza dei colonnelli, piangono. Che tenera la Fornero quando un anno fa singhiozzava alla parola “sacrifici”. Il drago cattivo lei lo vedeva all’orizzonte, a noi non si era ancora mostrato. Lavato dalle lacrime, il rinvio (o rinuncia perpetua) della pensione era più facile digerirlo. Intanto i mercati si son quietati, han capito che i debitori possono far fronte ai propri debiti e intanto qualcuno, anche con la laurea in tasca, si adatta a lavare qualche piatto o a spazzare qualche strada. L’ho sempre detto e lo dico ancora adesso,  meglio uno spazzino laureato che uno spazzino ignorante. Presi per fame o per paura, tutti ci si accontenta di quel che passa il convento. Certo non così però. Posso scegliere di spazzar le strade con la laurea in tasca, magari ne ricavo un libro di vita vissuta. Ma se è per mancanza di conoscenti e parenti, che vengo scelto dal caso, se per soddisfare il bisogno delle bocche da sfamare, sono costretto ad accettare tutto, diventa un’altro conto. La cosa carina della Fornero è satta quando ha detto “i salari sono bassi”, e tutti  a pensare “dai che se licenziano i fannulloni a noi che siamo bravi e restiamo a lavorare ci danno l’aumento”. Aumento del cavolo. Come fai a pretendere l’aumento se non hai forza contrattuale? E se anche ti danno l’aumento quanto ci impiega l’inflazione a mangiarselo? Insomma questo 2013 non è che vada così bene. Più aumenta il PIL e più striscia il LIL (Lavoratore Invecchiato Lavorando). 

Giacinti di grano

foto di Maria Rosaria (Ili6.wordpress.com)

(foto rubata da Ili6.wordpress.com)

Non portarmi solo pane,

se la fame che ho non conosce pace,

sazieresti solo la mia pancia

mentre  ho bisogno di sole.

Non portarmi solo acqua

ho bisogno di terra.

Disseteresti solo la mia gola

che zittisce i pensieri.

Non portarmi solo parole

ho bisogno del silenzio

riempiresti solo la stanza

con inutili incertezze.

Preoccupati della mia anima

che non puoi vedere

chiedi a lei

di cosa ha bisogno.

(Questa che sembra una poesia, incredibile a dirsi è scritta a sei mani. Sulla traccia di un post di  Maria Rosaria (http://ili6.wordpress.com/2012/01/28/1280/#comment-3410) stavo per scrivere un commento, ma un’ora prima Vera mi aveva anticipato, e come accadeva spesso in chat, ha scritto quasi la stessa cosa che stavo per scrivere io. Ma lei l’ha messa giù con le strofe dei silenzi. Però il pensiero è stato identico. Scusami Vera, lo faccio mio aggiungendo negli intervalli le mie parole, le tue le ho lasciate in rosa. In effetti sono due poesie distinte, che si uniscono involontariamente. La foto invece è di Maria Rosaria che ha pensato al resto, pensando e scrivendo il suo post.)

Dal sandwich al big mac

Gli anni settanta sono stati caratterizzati dal rito del sandwich. Prosciutto cotto, insalata russa, una fettina sottile di fontina e due fettine di pan carrè. Dopo è arrivata l’era dei paninari, subito soppiantati dai mega store del fast food d’importazione americana. Il big mac è diventato il top dei panini spazzatura. A dire il vero negli anni settanta  ne avevamo uno ancora  più trash.  In città imperversa il culto per un panino economicamente condiviso da ampi strati. Era stato ereditato dagli stradini che al mattino, prima di cominciare il lavoro nella ricostruzione delle strade, passavano in salsamenteria e facevano confezionare un panino con gli avanzi delle affettature del giorno prima. Perciò dentro ci stava di tutto, dal prosciutto al tonno in scatola (che veniva venduto sfuso). Noi studentelli squattrinati facevamo confezionare la sua imitazione, fatta di pezzetti di tutto un po’, che il salumiere aveva già pronto in una scodella.

Ma il centro del post non sono i panini o i sandwich, bensì il telegiornale di RAI1 di questa sera, con la partecipazione straordinaria del Prof. Mario Monti.

(Cliccare sul link per vedere il tg1ContentSet-9b6e0cba-4bef-4aef-8cf0-9f7f665b7dfb-tg1.html

Sino a qualche tempo fa il TG1 era un sandwich. Una notizia veniva presentata in mezzo a due fette di pancarrè. Prima l’annuncio di qualcosa che aveva operato il Governo, in mezzo l’opnione dei partner governativi prima, poi dell’opposizione, poi ancora a chiudere il preparato, l’opinione di un membro del governo.

Nel periodo dell’ultimo imperatore, le notizie venivano confezione in stile paninazzo. Prima un video del nano, alcuni propositi da bar sport, in mezzo prima l’intervista a questo o quel partner  di governo o a uno dei presidenti di camera e senato, al posto del ketchup una diapositiva con un membro dell’opposizione a cui il minzollino di turno faceva da doppiatore, poi ancora a chiudere il panino un cicchetto dal portavoce del premier e un paio di notizie rosa.

Stasera, 27 gennaio 2010 il big mac l’ha fatta da padrona. Il tg1 s’è aperto con un’intervista al premier che stava sardonicamente seduto su una poltrona alta e rossa. Separato dall’interlocutore che sedeva su una poltroncina gialla dalla spalliera lunga, da un tavolo. Su quella poltroncina l’intervistatore sembrare ancora più minuto, mentre Monti sembrava il Cervino svettante. Scelte scenografiche del regista, nulla da dire. Il Presidente ha sciorinato quelle che sono le linee del decreto sulle semplificazioni. Subito dopo c’è stata una presentazione delle diverse opinioni delle maggiopporanze (non è un errore, nasce dall’unione dell’ex maggioranza e dall’ex opposizione), poi ancora intervista al Prof. Monti. Infine una spruzzatina di granelli di sesamo: il parere della Santa Sede sull’opera del governo. Ecco come si prepara un big mac.

La notula più carina però è stata quella sulla scadenza della carta d’identità, che coinciderà con la data di nascita. Pare l’abbia suggerita un cittadino qualunque. Bella idea, mi precipiterò in comune il prossimo 25 aprile a per conoscere quelli che festeggiano insieme a me al rinnovo della c.i. Ah è festa? Il giorno dopo è sabato e la domenica non si lavora? Dovrò confondermi con quelli del 26, del 27 e del 28? Come farò a riconoscere i liberati senza violare la privacy?

Cavolfiori di primo e secondo piatto

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Ogni promessa è un debito, specie nei confronti di chi ha a cura le cose che ti vende, e se queste cose poi le mangi il debito è ancora più grande, non sono sufficienti i soldi con cui ripaghi il prodotto del raccolto. Anche perché il banco del verziere è forse l’unico che effettivamente è a km zero tutto l’anno. Poi di questi tempi riuscire a trovare qualcosa di buono e di fresco è un’avventura. Lo ricordava Marirò in un commento al post precedente, uso l’argomento per sfiorare lo sciopero dei tir che rischia di riportarci ad una dimensione più umana.

E’ bene che comunque faccia  un flash back di circa due anni, quando tra una pesata di patate e una di broccoli, al banco degli ortaggi, si finì per parlare di come cucinare i cavolfiori.

E’ bastato che una giovane donna chiedesse  suggerimento su come cucinare i cavolfiori, che non fosse il solito bollito da usare come contorno. Figurarsi se perdo l’occasione per suggerire la mia ricetta preferita, quella della crema di cavolfiori, anche detti ruvinati (rovinati) o rimuniati (rimescolati). La signora che lavora al banco delle verdure ascolta e pensando al sapore mi chiede di scrivere la ricetta. Ho promesso di portargliela la settimana successiva. Di tempo ne è passato ma mai che mi sia preso la briga di scriverla. Oggi son tornati i cavoli sul banco, insieme alle coste e tutto il resto che non deve fare molta strada, entrambi ce ne siamo ricordati.Così come ho detto all’inizio voglio cercare di mantenere la promessa fatta.

Perché farlo sul blog? Per ottimizzare il tempo e mantenere sia l’impegno reale che quello virtuale. Ci aggiungo qualche foto e butto fuori un nuovo post, anche perché sto facendo le prove di quello che lavora dentro e fuori casa.

Allora sta ricetta la scrivi o no? E va bene la scrivo.

Per prima cosa occorre comprare il cavolfiore ovvio, a meno che non abbiate l’orto e l’abbiate piantato in primavera. Uno sui sette etti è sufficiente per quattro persone. Si lo so è piccolino,  difatti Guido, contadino del ravennate, si lamentava anni fa perché i suoi cavoli, di quasi 3 chili, finivano in pasto ai maiali. Troppo grossi per essere collocati nei mercati, fossero stati maiali anziché  cavoli le piazze li avrebbero accolti a braccia aperte. Eh si, la natura ci fornisce cavoli giganti, adatti a nutrire famiglie di 7 o 8 persone, ma oggi con la famiglia nucleare che c’è, quelli grandi vengono scartati.  Bando alle considerazioni sull’evoluzione familiare e i suoi consumi, se ne occupi l’ISTAT, son cavoli loro,  torniamo ai miei rovinati.

Il cavolfiore che si acquista deve essere fresco, contiene più sapore. Ma dai compratelo grosso, che Guido è più contento, vi do non una ma due ricette, con cui fare un primo e un secondo piatto.

Dopo l’acquisto  il cavolfiore va lavato. Le foglie che partendo dalla base tendono ad avvolgerlo, come fossero le dita della madre Terra che accarezzano il suo bambino, vanno tolte ed eliminate.

Ma no dopo il bel paragone non mi va di far fare quella fine alle foglie, per favore inventate qualcosa per il loro utilizzo, io butto li una proposta, farne delle barchette in cui versare dei fegatini di pollo fatti saltare con  cipolla ,  rosmarino e patate, e poi lasciar stufare il tutto per qualche minuto.

Salvate le dita di Gaia torniamo al cavolfiore che va tagliato a piccoli tocchetti. Fatto? A questo punto fate soffriggere in dell’olio e.v. e burro (facoltativo),  della cipolla tagliuzzata con aggiunta di un pezzetto di carota sminuzzata e prima che imbiondisca versate i tocchetti di cavolfiori- Usate un tegame con bordi alti, e aggiungete sale e pepe q.b.. Rimestate velocemente e regolate la fiamma visto che dovrete grattugiare  sul tutto della nove moscata, tornate a rimestare alzando la fiamma e innaffiando il contenuto del tegame, con mezzo bicchiere di vino rosso (o dosando la mano, va bene anche il marsala o il brandy), lasciate evaporare mescolando ancora e poi coprite il tutto con dell’acqua e mettete il coperchio alla pentola. Di tanto in tanto rimescolate con un cucchiaio di legno e man mano che cuoce e l’acqua evapora  aiutate il formarsi della crema pressando sulle parti che ancora non si sono disfatte. A cottura quasi ultimata aggiungere abbondante parmigiano o grana padano. La pasta, che va cotta a parte, va fatta mantecare nel composto, magari aggiungendo ancora formaggio grattuggiato.

Se avete letto sin qui siete pronti per la ricetta del secondo  piatto (i fegatini in barchetta sono un extra). Fate bollire i cavolfiori sino a un punto di cottura che ne faciliti l’impasto con del pangrattato e formaggio grattugiato. Fuori la fantasia: si può aggiungere di tutto come no, sale, pepe, prezzemolo, pezzettini di acciughe, capperi  o anche spinaci lessati. Formare delle polpette che, dopo un passaggio di vestizione nel pangrattato vanno fatte friggere prima del consumo finale.

Ecco, mi pare di non aver buttato via niente, e Guido dovrebbe essere contento.

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Via le coppole! Su i forconi?

Il blog, a differenza di altre forme di comunicazione, ha la prerogativa di dare la possibilità di commentare a caldo i fatti, più o meno grandi, che attraversano il nostro vivere.

In questi giorni sto assistendo, a distanza di sicurezza, come la maggior parte dei circa 64.000.000 di connazionali, alla protesta di gruppi professionali e in particolare degli autotrasporatori, pescatori e coltivatori siciliani, altrimenti chiamate corporazioni.  Sino all’altro ieri si accontentavano di spostare i maggiori costi dell’attività lavorativa, sul cliente finale. Il combustibile da autotrazione aumentava del 3%? Il prezzo finale del prodotto finito, veniva aumentato del 10%. 

Ho diffidato di questa protesta, i miei commenti nei blog lo testimoniano. Poiché conosco la terra in cui ho vissuto gli anni giovanili e da cui fuggo ogni volta che ci torno, in età adulta. Ora ritengo che qualcosa si dev’essere inceppato tra le mani dei cocchieri del palazzo. I trasportatori e i pescatori siciliani, han dato vita a  una protesta che lascerà traccia non solo per i disagi arrecati alla gente. Comincia ad assumere caratteristiche particolari.

Oggi è trascorso un mese da quando il solstizio d’inverno ha preso il sopravvento. Anche la rivolta dei gelsomini della cortina nordafricana, cominciò nello stesso periodo, l’anno scorso. Ero fossilizzato dietro alla primavera di Praga o al nostro 25 aprile, si vede che nei paesi del nord si preferisce la primavera per le rivoluzioni.

Giunge notizia dai telegiornali, che la rivolta, protesta, spero rivoluzione, in Sicilia prosegue. Spero in cuor mio che sia rivoluzione, che abbia un progetto e un fine realizzabile, che i sentimenti di liberazione dallo status quo, perpetuato dal connubio mafia potere, possano diventare realtà. La decisione di chi sta gestendo la protesta, di continuare ancora per qualche giorno (sino a mercoledì), può significare che il movimento messo in atto, la sua condivisione, è superiore alle aspettative, volevano forse sperimentare sul campo il consenso che ottenevano, per decidere come andare avanti senza diventare dei Masaniello del XXI secolo. Questo corrisponderebbe ad una reazione spontanea del malessere sociale. Perché è vero che l’uomo è l’unico essere che riesce a sopravvivere in qualsiasi condizione, al caldo e al freddo, affamato e pasciuto, ricco e povero, ma alla fine ha sempre una reazione. Una è l’apatia, l’altra è la rivolta, purtroppo quasi sempre violenta, più per la reazione di chi ha il monopolio della violenza. La Sicilia ha vissuto per un secolo e mezzo apaticamente, accompagnando i suoi morti per la giustizia, all’oblio della memoria. Ma forse ora si scuote. Se riusciranno a tener lontani i vecchi fascisti, o sfascisti mafiosi che siano, potrebbe ottenere dei risultati. Una rivolta che prosegue, forse ad oltranza, a costo di pentirmi di quello che dirò, è qualcosa che può far emergere quelli che sono i bisogni reali.

Il castello di kafkiana memoria va demolito. Il potere non ha il diritto di arroccarsi dietro un paravento addossando la colpa ad un potere centrale di più alto rango. Vanno abbattuti i muri e seppelliti gli orpelli di chi si siede su comode poltrone riccamente retribuite. Il cretino lombardo siculo, che sta sullo scranno supremo, forse sarebbe bene che alzasse le chiappe dalla poltrona di regia, senza addossare colpe a fantomatici governi centrali e realizzasse che il tempo dei venditori di aria fritta sta per finire, prendendo in considerazione il fatto che non solo i soliti noti vanno tutelati. La disperazione di non arrivare a fine mese non può continuare in eterno. D’altronde, ripercorrendo MalcomX, non posso che dire una cosa, non si può morir di fame senza rischiare la vita per aver da mangiare. Se i siciliani si renderanno conto che non possono continuare a versare gocce di sangue dissanguanti per una democrazia che non c’è, molto meglio affrontare il nemico di petto, il rischio è identico, al massimo si muore, ma non senza aver fatto nulla per riavere la dignità.

Il naufragio della concordia

Quella nave da crociera incagliata sugli scogli dell’isola di Giglio, la piccola, tragica, stupida storia che si sta consumando addosso al suo comandante, a me sembra una metafora del nostro vivere quotidiano, degli ultimi vent’anni. Roba nostra.

Durante gli anni del craxismo, l’Italia era come Milano, tutta da bere in un sol sorso, con questuanti  proni e mazzette che scappavano fuori dalle tasche. Un paio di arresti, due confessioni in Chiesa, il capitano che scappa ad Hammamet, mentre in patria sembra di vedere solo gente che sputa schifata di qua e di la. Mani pulite, acqua sporca e discese in campo da novantesimo minuto. Finita la partita ci sono sempre i tempi supplementari, si continua sino a quando l’orologio non è soddisfatto o il pubblico sbuffa sugli spalti. Tempi supplementari durati sino all’altro ieri, avvocati e soubrette che dopo tre lustri, insieme al capo esonerato, finalmente tacciono dopo aver tentano di dire che la causa del disfacimento arriva da fuori, come se il grattare sul fondo abbia fatto un gran bene alle casse statali. La nave che rimane col culo appoggiato al fondale e il fianco inclinato sul mare, mostrando a chi non crede, quel che rimane  dopo il naufragio sugli scogli. Passeggeri in abito da sera incorniciato dai giubbini di salvataggio, ex turisti che tremanti di freddo e paura ringraziano di essere stati salvati, poi si rendono conto che il loro malessere ha una causa.  Una manovra avventata, uno struscio fatale, che ha fatto confondere il sale delle lacrime con quello del mare.

Il loro capitano li ha curati tutti, con gli occhi. Dagli scogli li ha visti scivolare sull’acqua a bordo delle scialuppe che il suo equipaggio non sapeva utilizzare. Miracolo della tecnica, le scialuppe son quasi inaffondabili, anche il cuoco può pilotarle, altra cosa è metterle in acqua, non è come versare gli spaghetti nella pentola. Il capitano pare ci sia caduto dentro vestito, ha auto  anche il tempo di fare alcune telefonate, una alla mamma e le altre per coordinare il salvataggio. A distanza di sicurezza per non intralciare le operazioni.Per telefono dicono i giornali.

Fortuna che ci sono i telefonini e i ripetitori sono sparsi dappertutto. In caso contrario il capitano, in alta uniforme  naturalmente, sarebbe dovuto andare a cercare una cabina della Telecom, tra gli scogli bui. Poteva accadere che, con i suoi colori bianco rossi l’avrebbe scambiata  per un pacchetto di Marlboro o una bottiglia di Coca Cola giganti. Una vita da bere andata in fumo.

La bottega del barbiere

Il mio look è essenziale, nel senso che deve essere utile almeno sotto tre aspetti. Mi deve proteggere, mi deve piacere, deve essere comodo. Parimenti i luoghi che frequento devono possedere delle loro essenzialità, delle caratteristiche che me li facciano preferire ad altri luoghi simili. La biblioteca deve essere silenziosa, il cinema affollato e la bottega del barbiere deve essere un salotto caldo, possibilmente con le pareti di legno scuro. Perché dal barbiere non ci vado solo per eliminare i peli superflui (a rieccolo), ci vado anche per scambiare due chiacchiere, a sentire che fine ha fatto Tizio o Caio, è il luogo anche del chiacchiericcio. Il barbiere alla fine è quello che mi conosce meglio di qualsiasi altro commerciante o artigiano.

All’inizio mi dava sempre ragione, per tenersi buono il cliente dico io, poi pian pianino ha cominciato anche a cantarmele, quando occorre. Come quando le discussioni toccano la politica, anche se ha le forbici in mano, gli animi si accalorano. Accade che mi fermo anche se non devo tagliar niente, però un colpettino di forbice riesco sempre a rimediarlo. Non potendo tagliarmi la lingua, il mio amico barbiere qualche pelo lo taglia comunque.

Entro sfoglio il giornale, scambio due parole con  lui e con gli altri convenuti. Insomma un salotto di strada, caldo d’inverno e fresco d’estate, dove gli specchi sembrano stanchi di riflettere immagini con facce che scompaiono sotto uno strato di insaponatura cremosa, per poi ricomparire glabre. Capelli che cadono a terra come foglie autunnali o pensieri di troppo.

Le divergenze son più delle convergenze, altrimenti non ci sarebbe dialogo, ma sempre improntate al domani, ovvero a quando io ripasserò e troverò la porta ancora aperta, consapevoli che per quanto ci si arrovelli, il mondo comunque andrà per la sua strada e in ogni caso un giorno se la caverà benissimo anche senza di noi che, nel nostro piccolo quotidiano arrancare, altro non possiamo fare che rendere piacevole la compagnia lungo questo tragitto di provvisoria contemporaneità.

Mi volevo mettere in proprio, che illusione!

Non dovevo toccare l’argomento tasse.   Come dicevo poco fa ad un’amica, l’argomento delle imposte sul reddito da lavoro è come l’accoppiata del pane con il companatico, tutti vorremmo un panino gigante, anche a rischio di far salire il colesterolo.

Alle 17,00 quando esco da lavoro la mia radio è sintonizzata sui 104,80 di Radio 24, la trasmissione è “Focus Economia” di Sebastiano Barisoni. Negli ultimi giorni buona parte delle trasmissioni è stata dedicata a quanto accaduto a Cortina d’Ampezzo, e anche lì gli interventi dei radio ascoltatori non sono stati molto diversi da quelli dei commenti nei due post precedenti.

Visto che come dicevo ieri, per questioni di tempo non riesco a rispondere a ogni singolo commento, lo faccio con un post, o meglio voglio portare il mio contributo alla discussione avviata,

Come dico nel titolo, da giovane mi volevo mettere in proprio. Le discussioni in famiglia erano che ero uno sconsiderato. Logico che ogni consiglio che arriva da genitori e nonni non è mai preso con il giusto peso. Però, visto che volevo cominciare bene, la prima cosa che feci fu riuscire a capire quanto avrei dovuto guadagnare per mantenere il reddito che avevo da lavoratore dipendente.

Considerando che per avere un reddito netto, rapportato a oggi, di 1.350,00 €  occorre un lordo di 2.100,00 €, la prima cosa che ho considerato è il riuscire a capire a quanto sia effettivamente corrispondente. Un po di calcoli rapidi:

. reddito lordo 2.100,00 €

. tredicesima (8,33%) = 174,00 €

. ferie (12%) = 252,00 €

. 7 gg. di malattia (2100/253 x 7) = 58,10 €

. contributo mensa del datore di lavoro (5 € x 22) = 110 €

. contributi previdenziali a carico del datore di lavoro (26%) =  606,00 €

. totale lordo mensile effettivo 3.048,10 €.

Certo che iniziare un’attività che possa rendere una cifra simile, lasciando poco spazio al caso, non è da poco.  Senza contare che a quella cifra l’IRPEF sale e i 3048 sono corrispondenti ad almeno 3.700 €. A quest’ importo ci sono poi da sommare le spese vive, come l’affitto e  le bollette.

Ovvio che a quel punto, quando ti girano tanti soldi, accontentarsi di 1.350 € è difficile, ci si sente defraudati. Ma è il calcolo corretto che ogni autonomo dovrebbe fare, giusto per avere il reddito di un impiegato o un operaio specializzato. 

G r a z i e !

Ero indeciso tra il mettere un commento di ringraziamento a quanti son passati di qua negli ultimi giorni, e rispondere uno a uno come mi piacerebbe fare. Ma il tempo è sempre poco e allora ho pensato di farlo attraverso questo post, che almeno chi entra per vedere se ho ribattuto qualcosa trova subito il mio ringraziamento.

Innanzitutto grazie sia per la frequentazione quanto per i commenti, è piacevole leggere di tanta gente che dice la sua e discute, pur con tutte le sfumature possibili, un argomento. 

Le cifre dell’evasione che ci vengono sbattute in faccia sono enormi, e aiutano la discussione. Altro che manovre finanziarie. Ma è anche vero che negli anni, una parte di evasione è stata tollerata e consentita, quasi una forma di reredistribuzione del reddito. In un occhiello di stamattina in una delle pagine interne del Corriere della sera, ho trovato l’argomentazione che ho detto. Non ho avuto modo di leggere l’articolo, ma tra me e me ho ripensato ad una cosa, alla differenza esistente tra l’evasione buona e quella cattiva. Certo è sempre evasione, ma un conto è non emettere scontrini e pagare l’università ai figli, un’altra è non emettere fatture per depositare i soldi in Svizzera. Oppure si potrebbe anche dire che il commerciante che evade l’IVA lo fa per mantenere i prezzi competitivi, con un beneficio per il cliente che acquista a prezzo più basso. Quest’ultima forma di contenimento dell’inflazione negli anni, secondo me, è stata più che tollerata, anche se è una forma di concorrenza sleale.  Con ulteriori due considerazione. La prima è che lo stato così facendo ha comunque tenuto in  mano la situazione, ovvero è riuscito sempre a quantificare il livello di evasione. La seconda, che poi deriva dalla prima, è che alcuni funzionari, rendendosi conto di quanto si andava facendo, si sono ingrassati alle spalle dei potenziali evasori (bustarelle).

Uno dei metodi adottati negli anni si chiama “indice di rotazione di magazzino”. Con una semplice formula si riesce a determinare quante volte un negozio si riempie e si svuota in un anno a fronte di un determinato fatturato e alle giacenze di magazzino.

Il danno maggiore è stato ed è quello di finire per accettare il “così fan tutti e se mi comporto onestamente sono un fesso”. Ma occorre anche dire le cose come stanno. Ad esempio un dentista non è obbligato a rilasciare fattura all’atto del pagamento, ma ha 48 h di tempo (fa fede il timbro postale). Alcune operazioni non sono assoggettate ad IVA, la loro esenzione può essere di natura diversa, ma quello che ci sentiamo spesso raccontare è “se chiedevo la fattura il prezzo cambiava”. Meglio cambiare medico, in questi casi.

E poi che dire delle espressioni dell’ex ministro Tremonti, tipo “il rimborso IRPEF non è un bancomat”. Quanti lavoratori e pensionati sulla base di quelle frasi hanno smesso di richiedere le fatture? 

E come mai sugli scontrini del supermercato c’è scritto “non fiscale”? Perché trasmettono i dati per via telematica? Ci spero.

Poi ci sono i casi di esonero del rilascio dello scontrino o della ricevuta, ad esempio per i taxisti, gli stabilimenti balneari e per altre attività considerate minori (ad esempio, ciabattini, ombrellai ed arrotini). Però che bello sapere che l’attività di un ombrellaio è paragonata a quella di un taxista. Magari daranno la seconda licenza anche all’ombrellaio.

(immagine presa da Facebook.com)

Liquidità solida

La notizia di questi giorni, quella che a Cortina da un pezzo si erodano le tasse, oltre al vergognoso schifo comincia a procurarmi qualche ilarità.

E’ bastato che qualche finanziere facesse qualche piccola verifica nel purgatorio fiscale, che gli incassi e il fatturato di qualche negozio e ristorante, schizzassero alle stelle (pazientate, il post sul boom economico del 2012 è in gestazione). Perfezionando un consiglio che ho già espresso in alcuni commenti, per avere una crescita stabile e remunerativa, basterebbe che i ristommercianti  facessero indossare a uno dei commessi o camerieri, un cappellino o una mostrina della Guardia di Finanza, anche finta, tanto tra poco è carnevale..

Per quanto riguarda le auto di lusso, sono un obbligo, non si può andare a Cortina con una Fiat 850 (però Special) se non ci si chiama Popof (bellissimo giro Maniago-Longarone-Cortina-Tramonti-Maniago, 250 km e tutti in un giorno di primavera del 1979).

Ma quante ne ho sentite e lette in questi giorni. Dalle grida d’allarme di sindaci che vedono il pericolo della militarizzazione e criminalizzazione di amene località turistiche, a quelle di giornalisti illustri che chiedono di non demonizzare la ricchezza e la sua esposizione, confondendo il diritto di guadagnare e il dovere di pagare, con il privilegio di pochi autoesonerati. A queste si sono aggiunte le scempiaggini ascoltate in quel programma che viene dopo il TG1 delle 13,00 della domenica, che si chiama Arena, dove un tizio (giornalista? attore? figurante?) affermava che l’evasione delle tasse di chi possiede una Ferrari, serve a mantenere il posto di lavoro agli operai che lavorano nelle fabbriche. Comincia a venirmi il dubbio che queste azioni possano servire anche per dare, a noi costanti contribuenti, un contentino, come per dire “vedi noi li cerchiamo anche nei giorni di festa i parassiti” (gli spot pubblicitari sono a misura d’evasore).

Diceva uno “Mai fisto una cofa fimile a covtina, è disvghustofo”. Mi chiedo se hanno mai visto una retata in periferia e se ne sono rimasti disgustati allo stesso modo. M’è tornata in mente una ballata di Claudio Lolli, provate a seguire il testo, non è affatto anacronistico.

A me francamente domani non viene voglia di andare a lavorare, mi sento oppresso, ho un peso sullo stomaco. Cinque anni di straordinario per arrivare alla pensione.  La mia corporazione non ha voce, non ha fiato, non esiste nemmeno, è quella dei lavoratori dipendenti che pagano tutto. Non è potente come quella dei farmacisti che alza le barricate, anzi minaccia di abbassare le saracinesche, contro la vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie, mentre le farmacie vendono indumenti e calzature. Magari saranno anche taumaturgici, ma di certo non farmaci. Ma una legge dello stato lo prevede e va bene.

O come quella dei benzinai che si oppongono alla riduzione delle pompe, per far diminuire i costi di distribuzione. O  quella dei tassisti che non vuole la liberalizzazione delle licenze. Gliene daranno una omaggio da vendere al mercato nero.  Tutti uniti con una solidità tipicamente corporativa.

Dall’altra tutti a spingere per liquefare i beni dello stato, per liberalizzare tutto quello che fa gola. Poi i risultati con la privatizzazione del gas, delle ferrovie, delle autostrade e degli acquedotti son sotto i nostri occhi.