Il Post Viola

La prossima settimana, il governo porterà in Parlamento le modifiche che daranno il colpo di grazia ai diritti dei lavoratori a partire dalla demolizione dell’articolo 18. Noi crediamo che i diritti di chi lavora siano sacri e che questa crisi si debba affrontare eliminando la precarietà, mettendo fine alle finte partite iva e ai finti contratti autonomi, incentivando gli investimenti e la ricerca, combattendo l’enorme evasione fiscale e la corruzione che sta piegando il Paese. L’abolizione dell’articolo 18 invece è solo un regalo alla Bce e all’Europa della finanza e delle lobby.

Per questo abbiamo deciso di supportare tutte le iniziative di contrasto a questa scelta irresponsabile del governo. Lo faremo nelle piazze reali ma anche nel web. Per questo lanciamo per venerdì 30 marzo un blogging day che abbiamo chiamato Sì18Day. Durante il Sì18Day ogni blogger posterà il banner dell’iniziativa sul proprio blog, ogni account twitter dovrà…

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Val Formazza

L’ora legale mi aveva staccato le lenzuola di dosso che ancora era buio pesto, non avevo sonno anche se erano solo le quattro solari. Meglio così, forse era l’effetto della febbre di una giornata all’aria aperta. Dopo, sul pullman, con il buio padano che non culla perché è sempre piatto, è tornato all’attacco Morfeo. Un paio d’ore di strade monotone e poi le palpebre si sono schiuse sul sole delle Alpi, quello vero, non quello che indebitamente viene disegnato su qualche straccio legato a un’asta. Sole a spicchi, quello che si sporge dalle cime e ridà colore alle cose. Pietre, strade, alberi e case. prima che appaia la luce, sono grigie, son tetre, son buie.

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Stropiccio gli occhi nella Val Formazza, appena oltre la val d’Ossola, territorio di storie partigiane, terra di pietre spaccate in tanti modi diversi, che han segnato l’evolversi della storia dell’uomo, bipede pensante, più duro delle stesse pietre, che ne ha sfruttato il valore scambiandolo con le cose che la terra non da, neanche se l’implori o la spremi, niente manna, al massimo mannaggia. Non resta che spaccarla, con la vanga, con la pala,  con il piccone, con la dinamite e, da poco, con l’acqua sotto pressione.

IMMAGINE DAL WEB

Settore primario dell’economia, quello minerario estrattivo, poche migliaia di addetti. Insieme ad agricoltori e pescatori, diventano poco più di due milioni di braccia che forniscono materia prima per il settore secondario delle trasformazioni, e insieme sfamano il terziario burocratico infocartaceo, in cui anch’io nuoto senza istinto di sopravvivenza, ma anche senza ciambelle di salvataggio. Ogni tanto sfuggo alla pianura per giocare tra le pieghe di Madre Terra, tocco con piccoli battiti d’ali di zanzara i suoi solchi con pensieri sfuggiti ad un esame profondo, che pesano taciti in testa, come blocchi di marmo.

Stop attac!

Dopo il nano di Arcore qualsiasi cosa mi è sembrata migliore di quello che ci si lasciava alle spalle. Considerate le miliardate di euro buttate via mentre il reverendo piduista correva dietro alle sue sguinzelle, niente poteva essere peggiorativo.

Certo la situazione in cui il lombardo, ha lasciato le casse dello stato, sono tali da costringere qualsiasi uomo di governo a impartire una dieta energica ai suoi sudditi. Ma lo stato d’ansia che comincia ad avvolgere me e tutti quelli che incontro, è tanto.

Ci sono state le pavoneggianti sceneggiate della Guardia di Finanza a Cortina, a Milano, a Napoli, sulla costiera amalfitana, a Bergamo e chissà dove altro che ora mi sfugge. Era facile pescare con la rete a maglie larghe dopo il sedicennio di potere nanerottolo, che ha consentito l’evasione fiscale più alta della storia, la commistione e l’intrallazzo più altisonanti del secolo trascorso. Sempre che nel nuovo, il record non venga superato.

Non rientreremo mel guinnes dei primati per statura, ma quanto a malaffare facciamo invidia a tutti.

Non passa giorno senza nuovi arresti, senza nuovi inquisiti,  mentre i vecchi inquisiti seggono ancora in Parlamento o in poltrone multiple, altisonanti di dobloni.

Benarrivato Montgonernment, peccato che coi tassisti abbia abbassato le braghe, con i farmacisti abbia adottato una terapia morbida, con i benzinai una pace unilaterale compensata a suon di aumenti, e con i banchieri solo una toccata e fuga frettolosa, fino a ripristinare l’obolo per le somme di denaro messe a disposizione e non utilizzate. Si chiama deflazione quella cosa che avviene quando si ricevono meno soldi di quelli che si è depositati.

In compenso va alla grande con chi lavora. Prima  il posticipo forzato della pensione, e tutti siamo rimasti buoni e zitti, perchè il lavoro è importante, permette di far la spesa. Resta il problerma dei giovani. Come svuotar le aziende  degli esuberanti vecchietti che son tutelati dal reintegro qualora non ci sia giusta causa?  Come farlo facendo diminuire i costi per le aziende che così tanto han contribuito, grazie ad evasione e contributi pubblici, a mantenere alto il livello dell’Italia nei Gi-otto?

sc-18-giorni

Ora legale o ora letale?

Odio l’ora legale. Non mi piace perché alla sera è ancora giorno, non si riesce ad assaporare quel momento in cui le vetrine accendono le luci con la gente che va ancora a spasso e poi pian piano si fa buio, le vetrine si spengono e le saracinesche abbassano le palpebre.

Non mi piace perché se sono in montagna, devo venir via con il sole ancora alto nel cielo (altrimenti poi sai che code ti becchi al rientro). Domenica prossima mi toccherà puntare la sveglia alle 4,00 del mio orologio fisiologico, se voglio andare a fare l’ultimo giro sulla neve. Non la sopporto anche se sono al mare, prima di vedere il tramonto del sole si fa ora di cena. Non mi piace se lavoro perché non mi accorgo che son le diciassette, ed è ora di andare a casa; poi la sera d’estate i concerti tardano ad iniziare per il fatto che gli effetti delle luci sul palco non si vedono. L’indomani diventa doloroso alzarsi.

Ma chi accidenti ha inventato l’ora legale? Di tante cose illegali in giro, proprio dell’ora legale abbiamo bisogno?

“Dai svegliati, son già le otto”, ecco questa era mia madre da piccolo, l’unico momento in cui l’ora legale aveva un’utilità. Ma oggi prova a mandare a letto un bambino con il sole che bussa alla finestra alle nove di sera. Insomma, l’unica categoria che ne aveva beneficio ci ha rinunciato. Abbiamo rinunciato anche ai bambini, ma questo è un altro conto.

Altra categoria a cui potrebbe servire sono i pensionati. Ma che se ne fanno della luce del sole alle nove di sera se poi passano il resto della serata con la tv accesa?

Forse serve ai benzinai, a loro avere la luce del sole dalle sette del mattino e alle sette della sera, fa risparmiare qualcosa sulla bolletta. Vuoi vedere che il prezzo della benzina diminuisce da lunedì?

FOLK STONE: Orobic stone

Ieri sera son saliti sul palco del Live Club di Trezzo sull’Adda, come al solito, immersi nel buio, poi suoni di cornamuse, bombarde, arpe e tamburi che s’intrecciano con l’elettricità delle chitarre. Medieval rock lo etichetta il loro sito. Io che li conosco da meno di un anno, vi riconosco effettivamente una matrice medievale. Sin dalla prima volta che li ho ascoltati, (portando a casa quel piccolo pezzo di plastica chiamato cd, in cui era racchiusa la musica di Sgangogatt), ho trovato rimasugli di suoni gregoriani che si fondevano con i sassi delle Orobie, quei monti in cui i nove componenti del gruppo vivono e giocano con strumenti che sembrano usciti dalle soffitte del tempo e che loro riportano in Taberna,  brano musicale che la scorsa estate chiudeva i loro concerti, come a  volersi rinchiudere sottoterra per non esser notati dal tempo, tempo che il loro sound amalgama con sonorità rock che affondano, come dicevo prima, nel medioevo.

Ai loro concerti, la birra, tra un brano e l’altro, forse stempera la gola e riporta gli zuccheri al giusto equilibrio. La pasteggiano lentamente condendola di note. Così non ti accorgi che qualcosa di speciale in questa serata di marzo c’è, una breve pausa e il coro alpino Due Mani (il cui nome si richiama all’omonimo monte) si fonde con i sui trenta e passa elementi, al loro sound per poi eseguire una versione corale di “Nell’Alto cadrò”,  brano dedicato a chi sui monti ha lasciato la vita nell’elevazione suprema.

I loro temi sono collegati alla realtà del territorio, a cui sono affettivamente legati.  Lo scorso luglio ne parlai qui, dicendo  della loro partecipazione alla sofferenza dei Frerì, bambini fruttati nelle miniere delle Orobie sino al secolo scorso.  Ancora oggi in quel 1900 non tanto lontano, scavano per riportare a galla storie dimenticate. Uno dei nuovi brani presentati è dedicato a  Simone Pianetti, loro conterraneo dalla vita intensa, che braccato prima dalla mafia (o mano nera) e poi ricercato dallo stato, finì i suoi giorni da brigante sulle Orobie.

Storie, storie raccontate dalla voce rauca del vocalista, che canta o meglio dire vocalizza come se la sua ugola fosse l’ancia di una zampogna o il suono distorto di una chitarra. I nove componenti la band si muovono sul palco secondo un rituale consolidato, scenografie affinate dalle ripetizioni degli spettacoli. Son otto anni che suonano insieme, sono apprezzati nella cerchia degli amanti del genere (e non), conosciuti anche oltre confine. Ieri sera sembravano davvero emozionati per la quantità di gente pagante che ha assistito e ballato al loro concerto. Concerto che ha rappresentato l’apertura del loro tour 2012. Come inizio niente male, auguri Folkstone, orobicstone.

Neve di primavera

Che meraviglia, in questi giorni ho poche frequentazioni nel blog. Fascio male a dirlo? Riduco i frequentatori? Invece dico, buon segno, si vede che la gente esce di casa e non passa ore a spasso per internet.

In questi giorni in cui la primavera spinge a piccoli passi via l’inverno, ci si risveglia anche noi al mondo. Ieri il servizio fisioterapico mi ha chiamato per iniziare un ciclo di terapie. Naturalmente ho rinviato, non mi va di stiracchiarmi tra quattro pareti. Preferisco il massaggio naturale della moto, nelle giornate lavorative. Del camminare sconnesso su terreni accidentati, nei giorni di festa, o, come nella splendida giornata di domenica, che spargeva sole caldo sugli ultimi rimasugli di neve,  una pista di fondo tranquilla,  nella Valle di Rhémes (Val d’Aosta),  dove malgrado mesi di inattività ho potuto percorrere una decina di km divertendomi pure. Un toccasana  per sgranchire braccia, gambe e cervello.

Tra una cosa e l’altra ho scambiato qualche chiacchiera con dei valligiani, di quelli che ci vivono tutto l’anno, che devono trarre dalla terra i frutti per il sostentamento a colpi di piccone.

Cercavo un quotidiano nell’unico negozio del paese. Non arrivano, troppa poca gente stabilmente residente. In effetti 121 abitanti son troppo pochi per un giornale che al tramontar del sole è vecchio. Chi lo vuole si abbona, glielo porterà il postino. Nei paesini di montagna, il tempo scorre lento, non c’è la frenesia delle città, ci si ferma anche a parlare. La nascita di un vitello è notizia, non ha bisogno di essere scritta, viene detta, raccontata. Così non ho avuto problemi a conoscere il perché di quel tetto che sfiora il terreno,  e che si vede in una foto,

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Mi è stato spiegato che in passato da quel lato della montagna venivan giù le slavine. Nel turbinio di aria e neve, il tetto della casa volava via. Han pensato di allungare la falda fin quasi a toccar terra. La casa così resisteva alle valanghe. Oggi non è più necessario costruire i tetti in quel modo, ci sono le barriere di sostegno per la neve, e prima che diventi tanta, si provocano piccole valanghe con i botti.

Ecco una cosa che ho imparato, niente è un caso. Delle finestrelle piccole sapevo l’utilità, la luce entra lo stesso e il caldo non scappa. Dei tetti che sfiorano il suolo non sapevo il perchè, in certi punti della casa sei costretto a tenere la testa bassa, a guardare il terreno.

Ecco questa è una lezione economica che viene dalla natura e di cui tener conto “se le montagne sono alte di fronte a te, prima di andare a vedere cosa c’è dall’altro lato, tieni basso il profilo, ti proteggerà dalle valanghe”.

Cosa c’entra l’economia? Chi, a meno che non sia un puffo, costruirebbe mai una casa con il tetto così basso? Una volta che hai costruito una casa a cui la valanga (speculazione) porta via il tetto (default), che senso ha spendere soldi ed energie per mettere tegole e mattoni per fare un muro? Ma se quel suolo è quello in cui hai investito il futuro, ha un  senso, ti garantirà la vita.

I criminali si riconoscono all’asilo nido

Quello sopra è il trailer di un film di fantascieza, Minority Report, in cui in un ipotetico futuro si realizza la possibilità di prevenire i crimini, arrestando e condannando i colpevoli prima che commettano l’atto criminale. Per chi non ha visto il film consiglio di ascoltare l’audio per capire (alla presentazione, su you tube, c’è anche la trascrizione completa).

Come mi è tornato in mente questo angoscioso film del 2002? Mi è bastato leggere sul Corriere della Sera on line una notizia stupefacente. Un ricercatore, certo Charles Taylor, è stato incaricato dal Governo inglese per analizzare le pecore nere dell’isola.

Astenetevi dal pensare ad una ricerca genetica sul colore del pelo degli ovini, se cliccate sul collegamento potete leggere l’articolo, capire il titolo e il perchè io lo abbia collegato a minority report. 

Il ricercatore, come il Governo inglese peraltro, è preoccupato del futuro del proprio paese.  Il suo desiderio è  che il mondo sia roseo e beatamente perfetto. Per essere sicuro di ottenere i risultati migliori, dopo aver individuato il il sistema per riconoscere nei piccoli pargoli i semi dell’aggressività futura, suggerisce di allontanare i più cattivi internandoli in istituti. Peraltro in ogni caso prima o poi verrebbero allontanati dalle classi scolastiche e dal sistema sociale a causa dei loro comportamenti.

Come dire che, vista l’inutilità della  sopportazione del mal di denti, meglio mettere una bella dentiera finta da subito.

Penso che per Cameron l’incarico al ricercatore e la relativa analisi, siano costate un bel po’ di sterline. Possibile che nessuno gli abbia suggerito che poteva affidarsi alle previsioni di un’astrologo che, al momento della nascita stila il suo bell’oroscopo al neonato? 

Consoliamoci a quanto pare lo sperpero di soldi pubblici non è solo italiano.

8 marzo 1977 – 8 marzo 2012

Ho ritrovato delle vecchie foto. Quest’anno è questo il mio contributo a questa vostra giornata che ha radici profonde e assetate di futuro. 

Ne è passato di tempo da quel 8 marzo del 1977, giusto 35 anni. Non è l’età  del pensionamento, coraggio la lotta continua.

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Quella volta sul Gran Sasso …

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Partire per il mare con gli scarponi da montagna nel bagagliaio, per me è una regola. Dopo un po’ il mare mi annoia. Se poi il mare si chiama Adriatico è ancora peggio. Fortuna che la nostra penisola è incorniciata dalle Alpi e tagliata dagli Appennini, una vacanza nei lidi nazionali, bene o male consente sempre una passeggiata sulle rughe della Terra.

Non mi piace camminar da solo e trovare nell’agriturismo marchigiano che ci ospitava, un gruppo di giovani amanti della montagna, è stata una spinta in più per decidere di lasciare per un giorno la spiaggia di Giulianova e puntare al Gran Sasso, montagna irta e cocente nel sole di agosto.

Quando lasciammo la macchina a Campo Imperatore la giornata era splendida, ma giunti al primo colletto, sopra il rifugio Franchetti, spirava un forte vento, sembrava quasi impossibile attraversare. Al rifugio ci avevano avvisato, però nessuno di noi voleva rinunciare. Così con la schiena curva attraversammo quei duecento metri di crestina piegati in avanti come fosse un inchino alla maestosità che ci attendeva. Tenendo la faccia bassa si riuscì a superare la forza invisibile che ci spingeva indietro.

Il Gran Sasso, con i 2912 metri del Corno Grande, è la cima più alta degli Appennini. Sembra che si sgretoli continuamente sotto l’effetto degli agenti naturali. E’ tutto un sasso che rotola e polvere che turbina, come quell’elicottero che per buona parte  della mattinata ci fece compagnia con il suo rumore assordante, così vicino che a distanza di anni l’ho ancora nelle orecchie. La vista dall’alto è una favola. Con un’unico colpo d’occhio riesci a vedere sia la costa adriatica che quella tirrenica, mentre la dorsale appenninica sembra un intreccio di mani giunte rivolte al cielo, mentre il Ghiacciaio del Calderone, si consuma rannicchiato nella conca che lo ospita.

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DallAddio

Arriva sempre il momento in cui il treno si ferma in stazione e bisogna scendere. A volte è un momento triste. Accade quando lascia la carrozza qualcuno con  cui hai condiviso parole e pensieri. In treno non è come in confessionale, dove sai chi troverai.  Non scegli il passeggero che compirà con te chilometri e chilometri di viaggio. Il treno corre, rallenta e accelera, sfiorando stazioni senza fermate. I discorsi assumono il ritmo delle congiunzioni dei binari su cui rotolano le ruote d’acciaio, tum, tututump, tum tump. La musica di Lucio Dalla secondo me è nata di notte, nella cuccetta di un treno.

Accendere la radio e ascoltare una sua canzone in macchina, riportava a quella sensazione. Qualcosa di vissuto da raccontarsi, ben sapendo che non ci sarebbe stato un dopo.

Non ho mai amato la musica di Dalla, forse perché troppo soluzionata, studiata ed arrangiata ad arte. Degli oltre 500 dischi che possiedo nemmeno uno è suo. Eppure come tutti i contemporanei,  di canzoni sue ne conosco. Quel 4 marzo 1943 ad esempio era stato il primo tentativo di strimpello di chitarra, troppo semplice il giro armonico in do/sol7, eppure c’era ricercatezza nelle soluzioni presentate, vuoi nel fischio, vuoi nei toni del basso. Soluzioni che la rendevano aromiosamente accativante, anzi accatturante, come quasi tutte le sue canzoni. Un piccolo pifferaio magico, un simpatico vecchietto, come il S.Giuseppe delle immaginette, che non ho mai pensato sbarbatello.

Addio Dalla. Hai attraversato i pentagrammi del secolo scorso, con piglio beffardo ti affacciavi nel ventunesimo secolo, come a dirci “ciao, siete ancora li?”.

Mi piacerà pensarti dentro una delle tante nuvole che ogni giorno solcano il cielo prendendo forme diverse, a seconda dei venti e degli ostacoli che si presentano dinnanzi, pronte a riversarsi in terra per formare nebbie voraci di luce.