FACCIAMO UN RICORSO COLLETTIVO CONTRO IL BLOCCO DEI PENSIONAMENTI E PER IL RECUPERO DEI DIRITTI ACQUISITI E IL RISARCIMENTO DEL DANNO SUBITO?

sede INPS itinerante

Cos’è una catena di sant’Antonio? Non so se il frate c’entri qualcosa, se non il fatto che qualcuno invia lettere con preghiere idonee per farlo intercedere per una grazia o un miracolo. So che è un sistema piramidale che necessita di una grande platea di aderenti per essere efficace. Io invio una lettera a te invogliandoti a spedirla ad altri 5 malcapitati, e via di questo passo. Applicando il sistema all’economia, si verifica che un promotore mi propone un investimento a fronte del quale vengono garantiti degli interessi con il capitale garantito. Io passo parola ad amici e conoscenti che fiutato l’affare aderiscono invitando a loro volta altre persone. Difatti il meccanismo è tale che, l’aumento continuo della platea dei sottoscrittori, consente di pagare gli interessi promessi ai primi che sono entrati in circolo e che ne escono per primi. Oltre naturalmente alla restituzione di quanto investito. Questo ha lo scopo principale di convincere altri ad abboccare all’amo, io verso capitale, tu versi capitale, essi versano capitale, noi godiamo. Alla fine vien fuori che immancabilmente, quando la platea diventa molto ampia, la catena si interrompe e si manifesta la truffa. I casi sono tanti e sono, o sono stati, sui giornali.

Ma cosa c’entra il titolo con quanto ho scritto sopra? C’entra eccome, difatti 38 anni fa lo Stato, attraverso la consociata (e controllata) INPS, mi promise che se avessi versato il 33% (circa) del mio stipendio, dopo 35 anni mi avrebbe restituito un’importo mensile pari all’80% dello stipendio percepito nell’ultimo periodo di contribuzione. Il sacrificio valeva la pena di essere affrontato. Come me hanno aderito all’iniziativa (obbligatoria) milioni di persone. Il buon esempio era sotto gli occhi di tutti. Ad alcuni bastavano anche 15 anni di contribuzione per percepire una cifra dignitosa. Insomma scartavo l’idea di mettermi in proprio.

Poi un quarto di secolo fa la catena cominciò a presentare qualche segno di ruggine e l’Istituto comunicò a mezzo stampa (sulla Gazzetta Ufficiale) che le regole cambiavano. Per quelli che nel 1993 avevano almeno 18 anni di contributi valeva il vecchio sistema, per gli altri veniva ideato il sistema legato alla effettiva contribuzione. Con quel meccanismo, tre anni fa sarei dovuto andare in pensione con il vecchio sistema. Senonché  proprio quando toccava a me si sono accorti che l’antiruggine non era idonea a garantire l’inceppamento, occorreva ideare qualcosa e nel contempo convincere gli aderenti forzati al fondo obbligatorio che ne valeva la pena.  Così venne stabilito che serviva almeno un quoziente 96, ottenuto dalla somma degli anni anagrafici e gli anni di contribuzione. Visto che ancora non ero rimbecillito del tutto, dopo qualche ora di sciopero, accettai. Oggi, con 57 anni di età e 38 di contributi sono a quota 95, ma non importa, tra sei mesi con quota 96 ci faccio le frittelle, perchè nel frattempo occorreranno 43 anni e 10 mesi di lavoro e 63 anni di anzianità. Mi riscopro ringiovanito di colpo, non ho l’età. Si aggiunga che quando avrò 63 anni potrò percepire solo una parte di quanto promessomi, difatti occorrerà rinunciare al 1,2% per ogni anno che manca alla vecchiaia, attualmente fissata a 68 anni.

Paolo Legrenzi, docente di Psicologia cognitiva dell’Istituto universitario di architettura di Venezia, in un intervista a proposito delle vittime di truffa (perché di questo secondo me si tratta, anche se la controparte è lo Stato e la sua fiduciaria consociata), si pone una domanda “cosa accade quando un cliente di una banca o di un consulente si sente tradito nella fiducia?” Il prof. si risponde ” Nella teoria dei giochi, i meccanismi di reazione a questi eventi dovrebbero essere di due tipi: o esprimo le mie lagnanze, reclamo, e in mancanza di risposte, me ne vado, oppure me ne vado subito. In realtà i nostri studi empirici hanno dimostrato che, anche  nel caso in cui la responsabilità della banca o del consulente è più evidente, il cliente resta dov’è… si ingenera un processo di autocolpevolizzazione”.

Ecco noi che abbiamo investito il nostro 33% di retribuzione su una promessa che a priori si sapeva di non poter mantenere, a questo punto non possiamo non recriminare di avere diritto a quanto stabilito a suo tempo, il procrastinare il momento della restituzione del prestito obbligatorio ha di per se gli estremi della truffa. Dovrei sentirmi colpevole per il fatto di aver aderito obbligatoriamente ad un’iniziativa truffaldina?

Intanto per tenerci buoni arriva l’ILVA (fateci morire, ma lavorando), arriva il Sulcis (ci seppelliamo vivi, ma sul lavoro) e ci fanno da bastone per arrancare nella squallida quotidianità.

Una preghiera se siete arrivati a leggere sin qui, fate girare questo post, in fb, in twitter o dove vi pare, facciamo una class action contro l’INPS e lo Stato, sono la nostra banca e il nostro consulente che ci stanno fregando, con l’ausilio dello stimolo BCE . Se i soldi se li son spesi in fronzoli li vadano a riprendere dai  loro direttori e dirigenti, vendano le proprietà immobiliari e mobiliari (avranno investito in edge fund?) e a restituirceli. Al mio paese ogni promessa è debito, e io spero di trovare un avvocato che avalli la mia/nostra posizione di truffati.

Lavorare meno, contribuire tutti

Nel corso degli ultimi anni abbiamo imparato a far la conoscenza di una parola strana, lo spread. Ormai tutti sanno che rappresenta il differenziale tra il rendimento che uno stato deve riconoscere a chi acquista i suoi buoni del tesoro e quello di un altro paese. Come riferimento da anni si prende la Germania, e questo per il semplice fatto che l’economia tedesca è, a detta delle società di rating, cioè quelle che mettono i voti in pagella, la più solida nell’euro zona. Questo ci ha fatto capire che una differenza di tasso d’interesse ampia tra i titoli nazionali e quelli tedeschi significa tassi maggiori per il collocamento dei titoli di stato. Nel caso dell’Italia, ma anche della Spagna e della Grecia, ha significato il rischio di dover pagare interessi molto alti sul prestito. Conseguenza immediata, minori somme da destinare a quello che non si ritiene utile. Infatti se l’interesse da riconoscere a chi acquista, supera il 7% significa che nel giro di 10 anni il capitale raddoppia. In soldoni in 10 anni il debito iniziale rimane uguale e si restituiscono solo interessi, il debito non diminuisce. Per un breve periodo può anche essere sopportabile, se il fenomeno dura a lungo i conti del paese coinvolto saltano.
Perché i mercati si comportano in modo che il guadagno sull’investimento in titoli di stato aumenti? Ecco questa è una domanda che spesso la gente comune si pone e la risposta è delle più semplici, vale a dire gli investitori cercano di portare a casa il massimo guadagno. L’altra domanda è perché le società di rating sono accusate di soffiare sul fuoco del rischio insolvenza degli stati? L’accusa gli è stata mossa anche da alcuni governi. Ma chi si è rivolto alle società di rating per certificare i propri bilanci? Certamente non io o un qualsiasi risparmiatore. Di sicuro viene commissionato dalle banche, dagli istituti di credito e dagli Stati. A quale scopo, se non quello di tranquillizzare i mercati?.
Difatti tutti sanno che le pagelle delle società di valutazione sono rese pubbliche. Un’ulteriore domanda si affaccia, perché rendere pubbliche le informazioni? Per giustificarsi con i propri concittadini elettori o per condizionare le aste? Anche se la prima ipotesi non è da scartare, la seconda più verosimile, se si combina con la prima, completa l’opera..
Sarebbe questo il caso ipotetico dell’Italia, della Grecia o della Spagna, che devono sottostare a esiti mercantili e condizionanti, di società che niente hanno di democratico. Condizionanti perché davanti ad interessi che salgono il debito aumenta. Ci sono altre vie per far diminuire il debito in maniera molto meno dolorosa della terapia d’urto somministrata sinora dai governi? Secondo me si.
Se tutti noi oggi facessimo un’analisi della nostra situazione reddituale e lavorativa al netto dei debiti, nonché delle nostre necessità vitali, di quanto denaro avremmo effettivamente bisogno per poter vivere? Probabilmente non andremmo oltre i 400 € pro capite, mensili. Facciamo finta che ne guadagniamo due o tre volte tanto. A cosa ci serve il surplus di guadagno? Quanto tempo dedichiamo al lavoro per ottenere un surplus che non ci serve per vivere? Di quanto tempo lavorativo necessiteremmo per ottenere il necessario per vivere? La risposta è ovvia, meno della metà.
Se un bambino ci chiedesse “ma chi ve lo fa fare a voi grandi di dedicare tanto tempo al lavoro per poi non avere il modo di gustarvi il tempo libero?” Noi a quel bambino risponderemmo che ci sono altre cose cui bisogna provvedere oltre il mangiare e bere, come la casa dove si abita. E ci fermiamo li, convinti di aver dato una saggia risposta.
Questo sapere che dedichiamo al lavoro molto più tempo del necessario, lo sappiamo solo noi o lo sa anche chi decide i tempi di lavoro e svago della nostra vita? Quello che noi non riusciamo a mettere a fuoco è un’altra condizione, quella che due o tre ore al giorno di lavoro sarebbero sufficienti per vivere, che ne lavoriamo tre volte tanto e che quante più ore lavoriamo tanto più è il guadagno di chi organizza il lavoro, sia privato o Stato. Al tempo stesso le controparti, ovvero i datori di lavoro, non ci chiedono di diminuire le ore di lavoro per allargare la base produttiva e contributiva, ma solo di aumentare la produttività. La famelica voracità del capitale, in un modo o nell’altro riesce sempre a convincerci a lavorare di più. Non importa se a fronte di un milione di occupati ci sono altrettanti disoccupati, occorre convincere chi lavora che questo è indispensabile. Come? Dandogli delle motivazioni, ovvero degli input per continuare a lavorare e, vista l’impossibilità di frustare i lavoratori, occorre far sentire loro il pericolo di una vita grama, magari da disoccupato, con mutui e debiti da pagare.
Ecco la paura sociale ha sortito l’effetto di farci sentire la paura di restare senza lavoro e quindi senza soldi, senza casa, senza macchine, senza pensioni. Se si dimezzasse il tempo di lavoro sarebbero necessari il doppio di occhi e braccia per svolgere le attività che svolgiamo attualmente. La gente che lavora (base produttiva) raddoppierebbe, il debito verrebbe distribuito su una platea più ampia, ma il capitale perderebbe la sua capacità di convincimento nei confronti degli uomini e delle donne che prestano il loro tempo al datore di lavoro.
Maggiore occupazione, minor fatica, maggior tempo a disposizione? No, ci viene detto che no, non occorre maggiore occupazione ma maggiore produttività con meno occupati. Diminuendo gli occupati diminuiscono anche i fondi messi a disposizione per le pensioni, e quanto servirebbe per pagare le pensioni viene utilizzato per le varie casse di integrazione guadagni. L’alternativa prospettata e realizzata sinora, per far diminuire il debito sovrano, è stata quella di aumentare l’età pensionabile e non il numero degli occupati magari diminuendo il tempo di lavoro pro capite e mantenendo su valori accettabili i contributi che lavoratori e datori di lavoro avrebbero l’onere di versare. Con questo meccanismo si è riusciti a far sentire colpevoli gli occupati e inutili i disoccupati, e al momento giusto, in un momento di distrazione di massa, arriva la notizia che con la cura vitaminica BCE, tra un anno potremmo anche farcela. C’è da chiedersi, per far cosa?

Vacanze romagnole

48 ore di adattamento. Tante sono quelle che mi sono state necessarie per capire che alla fine non è che sono arrivato sin qui, su questo lembo dell’Adriatico tra Cervia e Cesenatico, fatto di sabbia fine che entra dappertutto, per chissà cosa. In 48 ore mi sono arreso all’dea che sono qui semplicemente per rilassarmi. Lo sanno bene anche i miei ospiti, organizzati industrialmente. Ti vengono date tutte le comodità che desideri o che puoi permetterti. Un cartello recita all’ingresso dell’albergo, “fateci presente le vostre esigenze, nel nostro piccolo cercheremo di soddisfarle”.
Esigenze. Non è una parola buttata li tanto per riempire un vuoto. Avrebbero potuto scrivere necessità o bisogni, no hanno specificato chiaro, esigenze. L’esigenza è qualcosa in più, è quel qualcosa che il cliente fa presente e che pretende venga soddisfatto. Non so se la scelta di chi l’ha scritto è casuale o intenzionale. Non è nemmeno servilismo, perchè tra adulti, tra economicamente maturi, si sa quel che è lecito e quel che non lo è, nel rispetto dei diritti reciproci, nella consapevolezza che l’affare è davvero tale se venditore e acquirente sono soddisfatti, senza fregature.
Se avessero usato il temine bisogni, e mi viene in mente la telebon che dice “per i tuoi bisogni chiama gratuitamente l’ 887” significa che sei tu che hai bisogno e loro possono aiutarti. L’aiuto lo si da in caso estremo, in una parola ti fanno sentire un infermo. O quando EMEL scrive in “caso di necessità chiamaci all’800.900.610”, vuol dire che più di tanto non puoi pretendere, loro ti vendono quello che tu non hai e di cui hai necessità, l’energia, dopo aver composto 800 e 900 digiti che sei uno zero.
Esigenze. Non è detto che siano cose necessarie, in Romagna tendono a soddisfarle in modo istintivamente economico, senza chiederti perché e per come. Il detto il cliente ha sempre ragione qui non vale. Qui il cliente è un bene di valore e come tale va curato per produrre reddito, nella reciproca soddisfazione. Non è poco visto il periodi di austerità che stiamo vivendo.
Non ci sono in giro tanti tedeschi, mi dicono che son passati prima, tra giugno e luglio, in compenso c’è molta più gente che non all’inizio del mese. Dicono spread, per me è iato, parola italiana che indica la forbice che si apre tra noi e la Germania. Sembrava una stagione compromessa, invece la seconda metà di agosto vede il tutto esaurito e la clientela è nazionale, effetto della crisi che induce ad un minimo di austerità, risparmiare il 15% sul conto finale non è poco. Nel parlare con la gente del posto, con chi di turismo vive, ho la conferma di quanto dico. Un cameriere mi dice “buon ferragosto”, “buon Natale” rispondo, e ridendo mi dice che stava constatando con i colleghi che c’è molta più gente adesso che non una settimana fa.

Al chiosco dei giornali noto che ci sono pigne di “Resto del Carlino” e solo una ventina di copie di quotidiani nazionali come “Il Corriere della Sera” o “La repubblica”. L’indicatore è chiaro, c’è molta gente che si è spostata all’interno della regione e ne ho la conferma in spiaggia dagli accenti che volano tra una sdraio e un ombrellone, o il parcheggio auto, in cui il sabato e la domenica, non è possibile trovare posto, è gremito di auto in cui le sigle BO-FO-MO-RE, la fan da padrone. Come sulle spiagge di Sicilia o di Calabria dove la balneazione libera è predominante e  quotidianamente sulle spiagge si riversano migliaia di persone che arrivano dall’entroterra, anche qui, nell’opulenta Romagna, anche se segnata dal terremoto, sciami di umani accaldati cercano refrigerio tra le pinete e il mare, e il resto del giornale rimane ancora buono per un ghiacciolo al bar.

Farmaci low cost

Un mese fa circa ho ritirato dal medico la solita ricetta farmaceutica. Del farmaco di cui avevo bisogno, per la prima volta, era riportato solo il principio attivo e la grammatura. Ho capito, le indicazioni economico sanitarie sono di orientarsi al farmaco meno costoso. Ritirata la medicina in farmacia, faccio un confronto sul prezzo, quello griffato 37 € quello generico 13,20 €, niente male come differenza, non potevano pensarci prima? Lo avrà suggerito qualcuno attraverso i consigli dati al ministero su dove tagliare i costi?  Da ieri è, o dovrebbe essere regola nazionale, e le boutique farmaceutiche insorgono.

Naturalmente dopo qualche giorno che assumevo l’anonimo composto ho cominciato ad avere bruciori allo stomaco. Ovvio concludere che era colpa del farmaco. Visto che non mi arrendo alla prima conclusione ma scandaglio, faccio alcune considerazioni. La prima è che assumo un antiacido, la seconda è che i bruciori sono comparsi dopo tre o quattro giorni dalla prima assunzione e visto che la medicina ha una somministrazione quotidiana, il che significa che in 24 h viene eliminata dal corpo, ripenso alle cose fatte negli ultimi 15 giorni, l’alternativa sarebbe quella di considerarla una patologia gastrica, magari da incubazione di un batterio.

Scavando in quel che avevo fatto ho ricordato che una settimana prima mi ero chinato a bere da una sorgiva in alta quota, che non era una sorgiva. A guardare meglio, il ruscello scompariva tra i sassi e l’erba un poco più a monte e ricompariva la dove ero io, sotto forma di cascata. Altro che colpa del farmaco low cost.

Il malanno è durato giusto il tempo di fissare un appuntamento con il medico di base di li a tre giorni. Ma già il giorno dopo non avevo più nulla. Sono andato alla visita comunque, ho raccontato  al medico sia i sintomi sia la mia conclusione. Insieme decidiamo di vedere come va.

E’ passato un mese, tutto procede bene e concludo che non serve agitarsi prima dell’uso, della testa naturalmente.

L’anima del calcio

Ieri sera ho visto la partita amichevole Italia – Inghilterra, giocata a Berna (Svizzera). Mi ha colpito la gran mole di pubblicità che si avvicendava sul bordo del campo.  Ogni cinque/dieci secondi compariva un nome nuovo, ne ho contati una quarantina di sponsor, tutti italiani tranne due. Nel video che ho trovato su you tube se ne distinguono alcuni chiaramente. Da Adecco (società di lavoro iterinale) a Paj (quella delle patatine), da Tifoazzurro.it (link al sito con sorpresa) a Compass, da Dolce & Gabbana a Kilocal (uomo e donna), dalla FIGC a University (che non ho capito cosa fa). Niente male in un periodo di austerità. Farci conoscere all’estero è fondamentale per il commercio, e visto che sicuramente gli inglesi han guardato la partita, qualcosa degli sponsor gli è rimasta. Non meravigliamoci se tra qualche mese avremo gli hooligans originali a fare il tifo per gli azzurri, d’altronde non riesco a immaginare altro scopo della pubblicità di Tifo Azzurro e della FIGC. Certo ognuno i suoi soldi li spende come gli pare, e sicuramente dopo le ultime sulle scommesse legate al mondo del calcio, per recuperare un poco di immagine, la pubblicità serve, sopratutto tra gli inglesi che di scommesse sono esperti.

LA COCINA DE VIVES (a Murcia – E)

In questi giorni di dolce far niente ho ripercorso l’album fotografico di un giro in Spagna di un paio d’anni fa, che mi ha portato a Murcia, capoluogo dell’omonima  Comunità Autonoma (qualcosa di simile alle nostre Regioni).

Se vi capita di trovarvi nei paraggi (ad Alicante c’è l’aeroporto e dista solo 60km circa) e volete mangiare una paella de moriscos con i fiocchi e contro fiocchi, non perdete l’occasione di fare un salto a Murcia.

Cercavamo un posto dove mangiare quando vidi un’insegna che prima ha attirato la mia attenzione fotografica e poi quella gustativa, “La cocina des vives”, che si vede in testa al post, e che, anche se vuol dire cucina dal vivo o roba fresca, per me ha significato per prima cosa “la cucina dei vivi” e difatti varcata la soglia d’ingresso mi son reso conto di non essere in un posto qualsiasi. A gestire il locale ci sono delle persone “speciali”, di quelle che Gardaland … Persone che appena varcata la porta, anche se non parlate catalano o castigliano (due delle cinque o sei lingue ufficiali spagnole), vi fanno sentire tutta la loro simpatia e voglia di accudire al vostro pranzo. Il conto poi non è esoso, con 10/12 € paghi antipasto, primo, secondo, dolce, vino, caffè e digestivo. E’ stata una delle poche volte che ho lasciato una mancia, oltre che per la qualità del cibo, per il profondo calore ricevuto.

Si proprio cucina dei vivi, per i vivi. Della paella de moriscos che si distingue da quella catalana per la composizione esclusivamente marina, non ho potuto rifiutare il bis che mi avevano proposto, fosse stato anche solo per il profumo di brace che l’accompagnava e che, dopo due anni, porto ancora appresso come memoria olfattiva.

Non hanno un sito internet, li ho cercati anche su fb, si trovano in Calle de los Apostoles, 10, 30001 Murcia – E, vicino alla cattedrale.

Dialogo tra consuoceri ottuagenari.

Dice lui: viditi cummari, nun’è cà nun mi piaci chinnu chi priparastu, è chi sugnu abituatu enostri sapuri.

Prima di tradurre occorre una specificazione dei rapporti parentali oltre il secondo grado, precisati bene dal sito dell’INPS, a cui rimando, in quanto l’INPS ha una buona conoscenza in materia, dovendo trattare anche di pensioni di reversibilità, tipo gli orfani della guerra d’Abissinia (1935/1936).

Ma a chi come me è orfano del 68, a cui eravamo troppo piccoli per partecipare, non c’è possibilità che ci venga corrisposta una qualche indennità?

Mi scuso per la fuga. Dicevo che rimando al sito dell’INPS per i legami parentali legalmente riconosciuti.  Oltre un certo grado di parentela è stato il popolo a disciplinare la materia, più a sud che a nord, inventando il comparato. Tutto quello che non è padre, madre, zio, cugino, nonno, prozio o bisnonno è un rapporto di “parentela comune”, il passaggio al come-parente è naturale, quindi spuntano il compare e la comare (n.d.r. dizionario di etimologia popofiana).

Adesso posso tradurre la prima frase del dialogo che ha bisogno di una ulteriore precisazione. Mia suocera ha preparato un piatto a base di pesce che mio padre non trova di proprio gusto, e allora dice “vedete comare, non è che quello che avete preparato non mi piace, è che io sono abituato ai nostri sapori tradizionali” (uno è classe 1932 e l’altra 1927).

Risposta “cumu aviti raggiuni, a nuiautri ni piaci a pasta e faciola, e’ tempi i guerra custava nenti e era megghiu da canni”

Traslator: “come avete ragione, a noi piace sempre la pasta e fagioli, durante la guerra costava poco ed era sostanziosa come la carne”.

In queste due righe di dialogo sta tutto il dramma dello spread (e delle accise sui carburanti). Conviviamo con una generazione che ha vissuto il dramma della guerra, anzi delle guerre, che hanno irrobustito il loro istinto di sopravvivenza e dopo, grazie al progresso della medicina, l’aspettativa di vita si è incrementata. Si aggiunga a questo il fatto che, per pura redistribuzione del reddito, sono state erogate pensioni anzitempo che in parte noi figli abbiamo pagato come generazione attigua (dico in parte perché molti miei coetanei, e coetanee, sono in pensione da almeno tre lustri). Nel contempo, complice una cucina da boom economico a base di panna e prosciutto, noi figli dobbiamo far uso di costosi farmaci anticolesterolo, che intaccano il bilancio del Sistema Sanitario Regionale.

Mi viene in mente il dipinto di Vincenti Van Gogh (I mangiatoti di patate), se lo confronto con il menù di qualsiasi ristorante o pizzeria, non posso ignorare quanti grassi, sali e carboidrati in eccesso assumiamo normalmente. Senza considerare tutta la fase ipervitaminica della nostra infanzia. Tutto materiale che per essere eliminato dalla discarica ambulante che è il nostro corpo, ha un costo. Guardate come sono asciutti i cinque membri del gruppo di famiglia, noi invece portiamo a spasso gli airbag anche a piedi.

 

Perchè gli uccelli han smesso di cantare?

E’ da poco ricomparsa la luce e anche stamattina, come ieri, gli uccelli non salutano il nuovo giorno. Poichè la mia casa è al limitare di un bosco e fringuelli, passeri, pettirossi, merli affollano il giardino a centinaia, mi chiedo perchè oggi, come ieri, non stiano cantando. Si sente un solo gallo in lontananza e una tortora tubare. Mentre scrivo hanno già smesso. Visto che internet ha risposte per tutto, ho affidato la domanda al mio motore di ricerca, senza ottenere nessuna risposta soddisfacente, eccetto una considerazione sulla muta dei canarini che smettono di cinguettare in concomitanza del cambio d’abito, sul finire dell’estate. L’altra potrebbe essere che soffrano di mal di gola. Tutti insieme? O è colpa delle Perseidi che disturbano il sonno dei pennuti che dormono ancora?

Attraverso la finestra ne vedo svolazzare alcuni, ma son tutti zitti. Mia moglie invece s’interroga sull’Armageddom. La cosa comincia a intrigarmi.

Baby slot-machine

Ho appreso attraverso un blog che in un parco giochi di Firenze sono state installate delle mini slot machine per bambini, tecnicamente Baby Slot. La notizia è reale, la riportano anche alcuni quotidiani locali e su you tube c’è la video intervista che fa da cappello a questo post. Alcuni genitori esprimono la loro indignazione nei confronti di chi ha autorizzato apparecchi con le scritte tipo “gioca e vinci” o “sfida la fortuna”. Oggi, leggo che le macchinette sono state rimosse.. Nel frattempo approfondendo l’argomento, leggo che non in un padiglione per l’infanzia del comune di Firenze ma in due (quello del Quartiere 2 e l’altro nel Quartiere 3) sono state installate le micidiali macchine lava cervello. Spero che la notizia della disinstallazione, si riferisca ad entrambe le ludoteche. Nessuno garantisce che nel frattempo in qualche sperduto paesino di questa lunga Italia, macchinette simili non siano funzionanti o stiano per essere installate.

Certo se fossi un genitore o un nonno che abita nei paraggi non avrei esitato un attimo a versare della colla istantanea o otturato con del chewingum le feritoie degli aggeggi in cui inserire i gettoni omaggio. Magari mi sarei anche beccato una denuncia. Di sicuro c’è che è stata scoperta una falla nelle leggi contro il gioco d’azzardo. La miopia di alcuni amministratori locali che concedono le autorizzazioni a cuor leggero, fa il resto. Magari non occorre nessuna autorizzazione specifica, non c’è in ballo del denaro, ma il futuro si. Abituare i bambini a credere nella dea bendata, magari per qualcuno sarà anche educativo. Dovrebbero occuparsene i servizi socio educativi e culturali, ma son troppe le cose di cui occuparsi e in troppo pochi. Siamo in ritirata. Resta la Polizia Municipale, che non può intervenire perché non si tratta di gioco d’azzardo o di incitazione al gioco d’azzardo, altrimenti bisognerebbe denunciare anche la RAI e i sui suoi programmi alza audience. Insomma c’è una falla, Capitan Uncino ne approfitta, e i Peter Papàpan sono distratti dal trillo del telefonino.

Ma come dicevo prima è arrivata anche la notizia che le macchinette sono state eliminate dalla ludoteca, si vede che la denuncia di giornali, blogger, associazioni e genitori a qualcosa è servita. In alcuni campi non sono necessarie leggi particolari, basta il buon senso e la vigilanza costante. Io da oggi, anche se spero di non doverlo utilizzare, un chewingum in tasca lo porterò sempre.

DREMING OF RETIREMENT (On. Damiano mi consenta di sognare)

(immagine presa dal blog dell’on. Damiano)

In un post,  l’on. Cesare Damiano (che ha un blog su WP),  scrive (o fa scrivere) che il 7 agosto sul tema pensioni ed esodati si è “raggiunto un obiettivo molto importante e non scontato, frutto del lavoro unitario dei partiti che sostengono il governo e anche del contributo dell’opposizione”. Più avanti specifica che “La proposta dovrà essere esaminata, a partire dal mese di settembre, al fine di realizzare un passo avanti decisivo alla soluzione del problema”.

La parte che stanotte mi ha fatto fare sollazzevoli sogni è quella in cui dice che “I punti più rilevanti di questa proposta riguardano: una sperimentazione fino al 2015 della possibilità di andare in pensione per uomini e donne con il sistema contributivo in una età compresa fra i 57 e i 60 anni”.

Alleluja tra qualche giorno compio 57 anni e si potrebbe riaprire la speranza che in qualche modo possa andare in pensione? Stai fresco caro Paolo, subito dopo si legge che l’obiettivo è “il riconoscimento degli accordi di mobilità stipulati entro il 31 dicembre 2011 anche in sede non governativa; la maturazione del diritto alla pensione entro 24 mesi dalla fine della mobilità; il superamento dei vincoli, posti dalla recente normativa, nel caso di prosecuzione volontaria della contribuzione”.

Mizzichina, io non sono in mobilità, non ho fatto accordi ne prima ne dopo il 31 dicembre 2011, lavoro da 38 anni (devo aggiornare l’info), e devo anche leggere alla fine dell’articolo “Questi esempi stanno ad indicare come questa proposta abbia l’obiettivo di superare gli errori generati dall’attuale riforma pensionistica”.

Mizzichina doppia, errore ci fu! Vuoi vedere che devo rompere la testa al mio avvocato per convincerlo ad assistermi in una causa contro lo Stato che mi frega da un lato, e dall’altro  lo chiama errore?