Giacomo Cis: un imprenditore che ha lasciato un’impronta

Per salutare l’arrivo dell’autunno, e forse l’ultima giornata di sole, con alcuni amici giovedì ho percorso una strada sterrata costruita a picco sul lago, e che da Riva del Garda porta a Punta dei Larici (908 mt s.l.m.). Un buon dislivello da superare, 835 metri, per mantenersi in forma, lontano dai rumori della città e dagli echi della cronaca. Immagini che cominciano a tingersi di giallo e di rosso, su una strada voluta e fatta costruire da Giacomo Cis nella prima metà del 1800. Cis è stato un imprenditore che, vista la fortuna accumulata in quella valle, ha inteso con quest’opera, sdebitarsi con coloro che avevano contribuito alla sua fortuna. Strada rinomata sopratutto all’estero, per gli amanti della mountain bike. Una costruzione durata tre anni e per la cui realizzazione ha lottato a lungo mettendoci soldi propri. Non come chi so io che ci ha fatto buttare 300 milioni dietro un ponte che non verrà realizzato.

Non sto a ripetere ancora dei concetti già espressi tempo fa sulla responsabilità civile dell’impresa e dell’imprenditore, ma non sono passate nemmeno 24 ore dalla mia passeggiata ed è arrivata la prima condanna di mr. Bunga Bunga, quella che rischia di farlo passare alla storia come evasore fiscale e non come quel grande statista artefice di quest’Italia festante, gioiosa e senza pensieri, figlia del suo dominio quasi ventennale e che sarebbe felice di pagargli una piacevole e fresca vacanza.

Air Food Projet

Stamattina la fornaia lamentava l’ennesima richiesta di pane a credito. Chissà chi era l’invisibile creditore, di sicuro non è uno solo, altrimenti non si sarebbe lamentata. Eppure è così, nell’opulenta provincia di Bergamo, c’è chi da almeno tre mesi non ha soldi per comprare il pane. Perchè tre mesi? Perchè il credito vantato dalla fornaia è di almeno cento euro, e considerando che una pagnotta del diametro di 25 cm costa 1 €, il conto è presto fatto.

Tornato a casa ho aperto il giornale e mi sono imbattuto nei mangiatori d’aria, un articolo che riporta dati allarmanti. Nel corso del 2011 in Europa 18 milioni di persone  han fatto ricorso agli aiuti alimentari donati da varie associazioni volontarie. Ora i fondi UE stanno per essere tagliati. Alcune associazioni si sono mobilitate, in Italia aderisce la Fondazione Banco Alimentare.

L’iniziativa parte dalla Francia, ispirandosi alla moda Air Guitar diffusa su you tube, in cui ci si filma facendo finta di suonare. Nel filmato diffuso in rete invece si finge di mangiare. Per sostenere il progetto, che intende produrre tanti video, contatti e condivisioni, almeno pari ai 18 milioni sfamati lo scorso anno, è sufficiente condividere in facebook (una volta tanto viene utile) o twitter, il link che si trova cliccando qui, l’obiettivo è mostrare in Europa che ci sono, oltre ai 18 milioni di affamati, anche 18 milioni di persone sensibili al problema. Tra l’altro si ha la possibilità di poter inserire un proprio filmato in cui si fa finta di mangiare.

Sconsiderazioni spicciole.

Questo post parte da alcune spicciole considerazioni. Anticipo che alcuni concetti li ho espressi già in alcuni commenti, ma alcune impressioni ne sono una conseguenza o un completamento, quindi devo corro il rischio di ripetermi o annoiare.
In questi giorni sta per essere varata la manovra finanziaria, quella che ora è stata ribattezzata spending revue, che tradotto vuol dire revisione di spesa, sarebbe brutto chiamarla in italiano, fa più chic ma significa che si apportano delle modifiche ai conti fatti in precedenza, ovvero che per quello che si era presupposto di fare, per mantenere il tenore di spreco, occorrono nuove modalità di recupero finanziario.
Non sto ad elencare quanto vanno anticipando giornali e telegiornali, ogni corporazione tira la coperta dal suo lato e ormai le sappiamo a memoria, le leggiamo tutti i santi giorni. Comunque sia noto una cosa, la diminuzione proposta o promessa (seppur modica) dell’IRPEF,  l’aumento dell’Iva e la limatura delle detrazioni e deduzioni fiscali. A parte il fatto che le detrazioni fiscali per figli e familiari a carico son ferme da anni, la sensazione è che diminuiscano per la mancanza di adeguamento inflattivo, mentre desidererei che venissero adeguate al costo della vita reale.
In ogni caso, la diminuzione dell’IRPEF e l’aumento dell’IVA, significano solo una cosa, che si va spostando la tassazione, dal reddito alla produzione. Una ragione c’è.
Se trent’anni fa occorrevano mille operai per produrre 10.000 automobili, oggi occorrono 100 lavoratori e 100 robot per produrne altrettante. Ma se 1000 lavoratori producevano altrettanti redditi, oggi il reddito è prodotto da 100 individui e cento robot esentasse. Le entrate per lo stato sono notevolmente diminuite. Per contro i costi per il mantenimento della macchina statale sono aumentati. La tassazione del reddito quindi perde di efficacia. Occorre spostare la tassazione, che deve incidere non sul reddito prodotto dalle persone fisiche ma su quello delle cose che vengono prodotte e cedute. Ecco che il topolino dell’incremento di un punto dell’IVA consente il recupero di quelle fonti di capitale necessarie a far funzionare la macchina burocratica.
Burocratica ho detto, e difatti in seno ad essa ci stanno gli innumerevoli sprechi che i giornali e le TV ci sventolano sotto gli occhi ad ogni piè sospinto. Non a caso il governo vien fuori con il decreto anticorruzione, che beninteso sta anche bene. Ma non è forse vero che le modalità di abuso vengono permesse attraverso quello che non è scritto e si legge tra le righe? Noi pensiamo davvero che i vari onorevoli e senatori abbiano mai scritto una riga circa le regole (i famosi decreti attuativi che accompagnano ogni legge) per la tenuta dei conti? Non le hanno per caso scritte gli stessi burocrati e professori che piangenti e rammaricati annunciano scelte dolorose e spiacevoli?
Non basta una linea di somma algebrica per dire i conti sono in ordine. Servono anche delle scelte politiche che consentano alle persone di vivere.

Nei secoli scorsi ufficialmente c’erano gli schiavi. Oltre agli schiavi c’erano i padroni, qualcuno forse anche buono. Qual era la caratteristica di un buon padrone di schiavi? Non era certo il frustarli e il farli deperire, questo era anti economico, sarebbe come se noi prendessimo la nostra automobile a martellate ogni volta che il semaforo diventa rosso. No la macchina va curata e preventivamente sottoposta a manutenzione. Così il buon padrone di schiavi si prendeva cura della salute dei propri uomini, della quantità e qualità di cibo che assegnava. Alla fine migliaia di schiavi decidevano di restare schiavi e di non ribellarsi ad un padrone, perché sapevano che in fondo la vita gli veniva garantita. 
Oggi nel nostro mondo, almeno ufficialmente, non esistono padroni e schiavi, ma siamo obbligati a versare delle decime (anzi cinquantesime) per mantenere la nostra libertà.
Ecco il paradosso, siamo liberi di mantenere al loro posto dei padroni che non sono neanche tali, cioè non si prendono cura dei loro sudditi/schiavi, ma godono di tutti i benefici del rango. Per di più rinunciamo schifati anche alla nostra unica prerogativa di scelta, confluendo nel popolo silenzioso e astenuto, o alla meno peggio, scodinzolando dietro al primo che inventa un nuovo modo di politica/spettacolo.

TEMPORANEA CONTEMPORANEITA’

Una delle cose che mi affascina della vita è la temporanea contemporaneità, questo qualcosa in cui le nostre esistenze si intersecano, il più delle volte casualmente, per il semplice fatto che nello stesso giorno, mentre la terra gira, ci svegliamo, ci nutriamo, amiamo. Tutti facciamo qualcosa nella contemporaneità del momento. La fermata di un tram, una fila in posta, un blog, una stanza d’ospedale, un aereo, un treno, un autogrill o un incrocio sono tutte occasioni in cui entriamo casualmente in contatto empatico gli uni con gli altri. Poi ci sono le illusioni di contatto. “Io c’ero”, che sia il vedere la finale dei mondiali, da telespettatore in TV, o una manifestazione di piazza, lo scriviamo anche sulle magliette, per ricordarcelo meglio. In ogni caso, il giorno dopo diventiamo solo numero a distanza, un’entità utile alle statistiche.
Non importa cosa penso quando sono spettatore TV, o lettore di un quotidiano, basta che sia un’unità a favore di chi dirige l’orchestra o il teatrino delle informazioni. Sono uno, sono nessuno, faccio parte di centomila, una nullità del tutto. Aumenta la platea d’ascolto o di condivisione. Diminuisce quella di contatto, quella che fa scaturire i propositi realizzabili, quella che colma le distanze, che ci fa sentire parte di un progetto, di un fine, che in fondo è labile e subirà trasformazioni e metamorfosi che rispondono ai ritmi intrinsechi del disordine umano.
Siamo in ogni caso contemporanei, abbiamo istruito i nostri figli seguendo la storia tramandata secondo l’interpretazione dei nostri tempi. La storia cresce si arricchisce nel tempo. Se riusciamo a far conoscere ai nostri figli l’evoluzione del pensiero, e l’evolversi dei fatti, possiamo sperare che sia la base per future nuove realizzazioni.

Nonni low cost

– Ma stai scherzando? Andare a Mumbai, io te tua moglie e tuo figlio?
– Si, ti dico che ci ho pensato per bene.
– Ma che cavolo, e se ho bisogno di un medico?
-… e che pensi che Mumbai sia un altro mondo? Prova a telefonare alla IBM o alla Ford, chi pensi che ti risponda? Ti risponde un indiano, da un call center in India, parlano inglese meglio degli yenkees, c’è pure McDonald.
– Allora secondo te, visto che tu sei senza lavoro, tua moglie in cassa integrazione e viviamo grazie alla mia pensione, dobbiamo trasferirci in India per moltiplicare il nostro reddito?
– e certo pà, qui rischiamo di non poterci pagare nemmeno le bollette, lì con quello che prendi tu di pensione, ci paghiamo un bel 4 stelle tutto compreso, e con i soldi della cassa di mia moglie, ci paghiamo tutti gli extra che vogliamo. Il biglietto lo facciamo andata e ritorno, tra sei mesi torniamo a casa, giusto per il voto, poi decidiamo se andare a Cuba o tornare a Mumbai.