L’udito, questo sconosciuto.

Dei cinque sensi, la vista è quella che ci fa riconoscere le cose e le persone. Chi non s’incontra da tanto tempo però lo si riconosce con le orecchie, il DNA rimane impresso nell’udito riportandoci indietro nel tempo, con una vibrazione istantanea.

Tempus fugit! Ci se ne accorge quando, come in una tranquilla serata di primavera autunnale, mentre  l’Inter recita la farsa di una partita persa (2 a 5 con l’Udinese, in casa) e il fuoco arde nel camino fuori stagione, si digita sulla tastiera un nome: Daniele Grasso. Meglio farlo sulla stringa di You tube, perché la persona che si cerca aveva la musica nel sangue, è quello in percentile il posto più sicuro dove e possibile trovarlo, lo schermo restituisce  un video. 

Al primo istante si sgranano gli occhi, perché no, non è lui l’amico che si ha nel ricordo. Ma un click sul triangolino del play restituisce un suono, la voce è quella. La persona non cercata sino a un’ora prima, che se ne stava silenziosa nel sacco dei ricordi, di colpo acquista vita.  Suonava Hendrix nel 72, diventammo amici sulla strada, e poi in un Botteghino delle Idee Perdute. Sentivamo sound dappertutto, nel ritmo dei treni come nello sciabordio dei traghetti. La sua Gibson SG Standard, con le corde regolate ad arte e il suo studio sui salti di quinta che andava a cercare nuove armonie musicali, troppo avanti, dicevamo allora, per orecchie abituate ad altro.

Ogni 5 anni la nostra epidermide si rinnova, in 35 anni cambiamo pelle sette volte, sette vite come quelle dei gatti, forse anche le corde vocali cambiano pelle,  ma restano il modo e il tempo, la cadenza sonora o l’enfasi delle parole che si inseguono aggrappate alla lingua.

Scavando, prima nelle immagini e poi nei ricordi, che riaffiorano come fossero una scolaresca che si tiene per mano facendo un circolo, grazie all’udito ho ripercorso un tratto di vita, un binario abbandonato. Con Daniele Grasso si era accomunati da una malattia grave per l’anima, quella per la musica che espone ad emozioni per vivere (parole sue che prendo a prestito).

Tanti anni son passati, mezza vita direbbe Dante, ce ne sta almeno altrettanta davanti. Spero, che Daniele passi di qui.

PS:  questo è un post che era nato per Lucia, avrebbe dovuto mettere in risalto almeno uno dei cinque sensi, mi spiace Lucia non ci son riuscito, da mare calmo si è trasformato in burrasca.

Autore: popof1955

Se fai un giro nel mio blog puoi apprendere qualcosa in più di quel che so io di me.

17 thoughts on “L’udito, questo sconosciuto.”

  1. Buon pomeriggio, il mio amico Paolo non ha voluto partecipare al Festival,non gli piace mettersi in gioco. Nel suo blog, con grande sorpresa ho trovato questo post, mi fa piacere che lo leggiate, parla dei SENSI!
    https://www.facebook.com/groups/accademiadeisensi/
    Ecco cosa ho condiviso nella bacheca AdS Forum di facebook, ci tenevo tanto avere li un TUO racconto, ma va bene così ugualmente. Poi ti faccio sapere cosa scrivono…
    Ciaooo Lucia

    1. Vedi non sono un buon pennaiolo, mi lascio prendere la mano, comincio in un modo e poi i pensieri viaggiano con le emozioni. Però meglio così, altrimenti non sarebbe un blog😉

      1. Sono queste le qualità dei tuoi scritti: niente di scontato e prevedibile,sai trovare nelle cose più semplici storie del tuo passato e della tua terra, esprimi il tuo pensiero sempre rispettando gli altri, modesto quel tanto che basta, hai il SESTO SENSO….forse, chissà!😉
        Lucia

    2. però non è giusto mettere un link che non tutti possano leggere, uffa!😦
      Fuori il post che su fb non sono iscritta! (copiaincolla per mail?)🙂

      ciao Lucia, approfitto per lasciarti un saluto.
      M.R.

  2. La vista, l’udito, il tatto…… suonano solo se accordati dal senso principe, anche se non riconosciuto come tale: il cuore. Come sempre è bello perdersi nei tuoi intrighi😉

  3. Caro Paolone, come ti capisco, come sento vive dentro di me le tue parole.
    E’ capitato anche a me qualcosa di simile, anzi, anche di più fortunato, forse.
    Un amico, anche lui suonava la chitarra. C’eravamo divisi il sonno, come si dice.
    E poi c’eravamo persi.
    Qualche anno fa, una domenica, a pranzo, stavo per inforcare le prime tagliatelle del piatto, suona il telefono.
    Mi doveva comunicare che un amico, un altro del gruppo che avevo perso, era morto, stroncato da una terribile malattia. A poco più di quarant’anni.
    Che dire?
    Diciamo … che il morto porta il vivo, caro Paolo. Diciamo così.
    Ecco, poi abbiamo ricominciato a frequentarci e ora ci vediamo abbastanza spesso, compatibilmente con le nostre residenze in città piuttosto distanti.
    Ma l’amicizia è rinata.

    Un abbraccio, amico mio.
    Piano piano anche noi potremmo diventare amici, no? Anche se non ci conosciamo di persona (ancora).
    Piero

    1. Grazie Piero, sai è proprio uno degli amici di un tempo che rivedrei volentieri, specie per il fatto che la strada del pentagramma continua a percorrerla, pur con l’evoluzione dei tempi.
      Ricambio l’abbraccio e stai pur certo che se un giorno ricapito a Roma il modo di fartelo sapere lo trovo🙂

  4. lascia il link di questo post nel sito di Daniele. E’ un bel ricordo il tuo, gli può fare solo piacere.
    La musica non divide mai, unisce piuttosto.Così come un buon pezzo di vita trascorso assieme.

    1. Son stati meno di tre anni, ma quelli formativi dello spirito, ed eravamo tutti più vecchi dell’età anagrafica, poi le strade che si perdono, come per caso.
      Ho appreso dal web che opera a Catania, mi sa che prima o poi ci si rivede.

    1. Eh si cara Mariella, un caro amico di quando avevo diciott’anni ma che è rimasto nel cuore per le ore passate a suonare e che per me era imparare, non avendo altra dote che l’amore per la musica.

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