Andare per Rifugi

Nell’andare in montagna il Rifugio è uno dei luoghi che consentono di dare ad un’escursione un tocco particolare, tanto è vero che ogni volta che entro in un rifugio non perdo occasione per fotografare il mondo che si mostra attraverso una delle finestre.

I rifugi sono un punto di sosta, di ristoro, di ritrovo nonché di appoggio per mete altrimenti irraggiungibili in un solo giorno. Durante la stagione estiva sono sempre aperti e d’inverno quelli di proprietà del CAI (Club Alpino Italiano) hanno sempre un locale che consente di ripararsi in caso di necessità. Basta informarsi sull’accessibilità presso la sede sezionale a cui la costruzione appartiene.

Il mio primo bollino associativo al CAI risale a 35 anni fa, il ruolo avuto dai Rifugi in questo sodalizio è stato importante, come il diritto ad avere sempre un giaciglio per la notte (e a prezzo scontato). Quando si è giovani e si gira parecchio è un fatto importante, quanto l’assicurazione antinfortunistica ovvero il trasporto (con franchigia) in elicottero in caso di necessità e non ultimo il senso di appartenenza. Da aggiungere che i Rifugi del CAI hanno sempre un gestore abilitato al soccorso alpino, che sa leggere la montagna, si informa sulla tua destinazione per essere pronto al soccorso o a chiamare rinforzi. In una stagione il bollino si ripaga da se, ed in più ci sono le riviste dell’associazione e qualche piccolo sconto in negozi specializzati in attrezzature da montagna.

Tutte rose e fiori? Non proprio. Ultimamente ho notato un divario di prezzi da una Regione all’altra, e non sempre suffragato dalla difficoltà a far giungere alimenti ed attrezzi in alta quota. A parità di altezza e di servizi logistici (strade, carrarecce, funicolari) un caffè subisce aumenti anche del 50%, una notte con pensione completa in Piemonte ha prezzi liguri. Forse avere un occhio di riguardo per chi in montagna ci va non per status symbol ma per necessità vitale ed è associato al CAI, non sarebbe una cosa ingrata. Ad esempio la quota associativa in provincia di Milano costa 6 € in meno di chi si associa in provincia di Bergamo, sappiamo che i nostri soldi in più servono sia per l’annuario (che Milano non ha) che per pagare e manutenere la costruzione del Palamonti: un sacrificio che sopportiamo pazienti. Ma un posto letto (con sacco lenzuolo personale) in una cameretta di 12 mq da dividere in 8 vale davvero 25 € a notte? E un piatto di pasta, un bicchiere d’acqua e un caffè, è corretto pagarli 14,50 €, quando allo stesso prezzo (e con scontrino fiscale) un rifugio privato come il Gran Tourlarin (in val d’Aosta a 2650 m slm) ti da uno spezzatino con polenta (degnamente cucinato), un quarto di vino e caffè, in un ambiente pulito e con i bagni a misura del 2013?DSC_0059

Lettere aperta a Rosario Crocetta (Governatore della Sicilia – per chi non lo sapesse)

Cattura1Caro Rosario,

innanzi tutto ti dico che ti apprezzo. Non sapevo chi fossi sino a quando la maggioranza (relativa) dei miei conterranei (vale in campo nazionale lo jus sanguis?) non ti ha eletto a Governatore (o presidente dell’Assemblea Siciliana, che dir si voglia). Però avendo uno spirito sinistrorso (lo stesso che mi spinto ad altri lidi 8 lustri fa), ho cercato notizie su di te. I tuoi precedenti a Gela testimoniavano che non sei un Renzi del Belice. Ma bando ai leccaculismi, a me piace dire pane al pane e vino al (di)vino, quella tua presa di posizione su Alitalia di oggi ha spalancato un portone. 

Come avrai capito subito sono un migrante, io che ha investito anche nella Sicilia un piccolo capitale e che raggiunti i 57 anni scopre che la Sicilia è lontana. Più lontana del Portogallo o della Polonia in tempi e costi (low) di viaggio. Hai ragione a dire che Alitalia, la mantenuta di stato, quella a cui pago la CIG dopo 39 di contributi e nessun diritto alla pensione, ha penalizzato la Sicilia. In questi anni ho visto un sacco di corregionali partire con Alitalia in fretta e furia per un funerale, sobbarcarsi costi enormi per un saluto estremo, per stare al capezzale dell’amato congiunto un’ultima volta. Io personalmente ho sempre avuto la fortuna di aver visto i parenti in vita da poco, non ho mai ceduto al ricatto del “a qualsiasi prezzo”, i miei cari li rammento vivi e non morti (bella fregatura per Alitalia, non ti pare?), e anche se ci fosse stato il Ponte Sullo Stretto (lo scrivo maiuscolo N.B.) avrei risparmiato si e no 20 minuti, inutili a me come a un carico di arance o mandarini considerando il limite dei 130 km orari e 1350 km da percorrere. Ma tant’è sue Eminenza il Ponte Sullo Stretto ha la precedenza, ha ciucciato soldi a valanga. Il nano di Stato ci si è buttato a capofitto con il desiderio di inaugurarlo (anche se di polistirolo), e l’unica cosa con i piedi piantati per terra non è decollata. Quale? Ma è chiaro, alla Sicilia sarebbero serviti almeno altri tre aeroporti, uno tra Messina e Palermo (dai Nebrodi il più vicino è a 180 km), uno nel nisseno  e uno nel ragusano (onore a Comiso, almeno il ciliegino lo mangiamo fresco anche al nord).

Debbo finirla questa lettera, non posso chiederti, come si fa in una lettera normale “come stai, fammi avere tue notizie”, la mia è una lettera anomala, e visto che hai parlato di aeroflotte, di aeroporti, io ci aggiungo i servizi collegati (taxi, autonoleggio, servizi alla persona, ristorazione, alberghi, turismo, affari) dichiariamo guerra ad Alitalia e facciamo un bell’aeroporto tra Barcellona Pozzo di Gotto e Cefalù, e vada a ramengo il Ponte sullo Stretto (che in acronimomicismo suonerebbe piessesse PSS, il che porta di per se male). 

Lo so resterò deluso, non sentirò a Linate “i passeggeri del volo per AZ722 diretti all’aeroporto Peppino Impastato si portino all’ingresso A per l’imbarco”, ma lasciami sognare, e se vuoi lanciare dei fondi d’investimento conta su di me, penso che anche altri aderirebbero, anche in economia l’unione fa la forza.

Urtando contro il cielo del Gran Zebrù

DSC_0090Il Gran Zebrù, separato dal Monte Pasquale da un ghiacciaio in ritirata,  dietro  ha come guardiano il Cevedale che completa la cornice nord della valle su cui cumuli di nubi si addensano e spariscono.

E’ ancora presente in questa domenica di luglio, lo strazio dei sei alpinisti strappati all’esistenza dal cumulo candido delle nevi che li hanno accompagnati  per cinquanta metri tra i denti aguzzi del ghiacciaio.

Montagna maledetta il Gran Zebrù, sulle cui pareti e ghiacci si spengono tante vite. Situato sul confine tra la Valtellina e il Tirolo, ha una toponomia  che affonda le radici nel medioevo con una leggenda passata da uomo ad uomo.DSC_0057

Il Gran Zebrù era un re feudatario della Gera D’adda, quella terra strappata al fondo del lago Gerundo in cui tra l’altro vivo. Si era nel XII secolo anno più anno meno, e questo feudatario che di nome faceva Johannes Zebrusius, s’innamorò tra le tante damigelle che affollavano il mondo, di Armelinda figlia di un castellano delle parti di quello che oggi chiamiamo lago di Como.  La ragazza sembra ricambiasse il suo il suo amore, ma il padre era contrario in quanto non riteneva Johannes (di origine celtica) all’altezza della sua figliola.

Per conquistarsi  le simpatie e l’apprezzamento del candidato suocero Johannes decise di prendere parte a una delle tante crociate che si effettuavano in quel tempo in Terrasanta. Crociata, non crociera, fatica e stenti in un viaggio lento, prima per terra e poi via mare. Sommando il tempo dell’andata a quello del ritorno nonché al periodo di permanenza in terre lontane, trascorsero quattro anni prima che facesse ritorno ai luoghi dove viveva l’amata. Quattro anni che anziché ammorbidire il suocero e lasciare che Ermenegilda e Johannes coronassero il loro sogno, furono adoperati dall’uomo per convincere la figlia ad andare in sposa ad un nobile milanese, un tipico matrimonio “d’amore disinteressato” che ferì profondamente Johannes il quale quando apprese la cosa  abbandonò la pianura e i suoi possedimenti. Aveva visto la morte sfiorarlo, forse aveva anche ucciso in nome della causa cristiana, il suo cuore era in subbuglio, la sua mente  si dibatteva in cento propositi. Avrebbe potuto rapire Ermenegilda, schierare i suoi a difesa del suo amore e delle sue terre, ma in quelle terre vivevano uomini, donne, bambini, una guerra a quei tempi era poco selettiva, senza bombe intelligenti. E i confinanti vicini come avrebbero reagito? Di certo ci sarebbero state nuove alleanze tra chi si sarebbe schierato al suo fianco e chi avrebbe patteggiato per il castellano. Un rapimento avrebbe trasformato la Gera d’Adda in una  Troia Padana assediata per un amore contrastato.

Fu così che in preda al subbuglio interiore Zebrusius lasciò per sempre il suo feudo e come un eremita andò in alta montagna tra le nevi e i ghiacci che, malgrado una permanenza trentennale, non furono sufficienti a raffreddare il suo animo, come non l’aveva mitigato la meditazione a cui s’era dedicato. Pare che possedesse anche parecchie conoscenze tecniche sulla movimentazione della terra, archetipi di gru e macchine che consentivano di sollevare e spostare masse enormi e, sentendo vicina la fine dei suoi giorni, avesse approntato un marchingegno di sua invenzione che, mentre lui si sdraiava su un tronco, faceva precipitare dopo averlo sollevato, un enorme masso bianco su cui lui aveva inciso Joannes Zebrusius a.d. MCCVII (ancora oggi visibile dal versante trentino).

Sembra che poi lo spirito, ormai purificato dal dolore e anni di privazioni e stenti, sia salito sulla vetta della montagna che così divenne il castello degli spiriti meritevoli e prese il suo nome.DSC_0116

Calde-roli (fate voi cosa possa significare)

Cattura1Ho letto da Marina il post che ho ribbloggato, inutile dire che lo apprezzo, lo unisco al mio sdegno di fronte a certe posizioni di alcuni animali che si fregiano del diritto genetico di considerarsi Uomo.

Forse sarebbe ora che le ISTITUZIONI mettessero fine all’idiozia stipendiata con i soldi delle tasse dei contribuenti. Calderoli &company farebbero bene a controllare se il cervello è collegato alla lingua prima di aprire bocca, perché noi contribuenti siamo stufi di far scaldare il culo a certi pelandroni senza arte e ne parte che siedono sugli alti scranni delle Istituzioni.

Questa parte di pianura è stufa di gentaglia come lui, che si appropriano dei voti della rabbia del popolo bue. Ha fatto il ministro delle semplificazioni, l’unica cosa che ha semplificato è la sua vita e forse quella dei suoi che prima hanno appoggiato per vent’anni il mister bunga bunga, poi si son ritrovati con la presidenza regionale dell’ex ministro dell’interno, degno successore di Ponzio Pilato, ed ancora hanno il coraggio di apostrofare con insulti chi ha natali diversi dai loro.

Gente così, come Calderoli, Maroni (P.P.), Salvini o Borghenzio fanno vergognare di essere italiani, o parafrasando il buon Karl Marx: rappresentanti di quella piccola borghesia feccia della società.

Vergognoso! Io se fossi per Céline Kyenge (che politicamente non apprezzo, forse anche perché la conosco poco) sporgerei una denuncia nei confronti del bipede padano, su certe cose non bisogna lasciare che sopravvenga il silenzio.

Ricordo anni fa un fratello di partito di Calderoli, che si vantava da sindaco, ad una festa pagata con i soldi dei contribuenti, di aver accompagnato 10 indiani alla frontiera. Quasi si glorificava quando gli gridai “bravo generale Custer”, poi capì che la mia era ironia, voleva ribattere invitandomi sul palco, l’ho sommerso di applausi al grido di “bravo, ora vai via anche tu” a cui si unì presto un coro di gente solidale con chi affronta la morte pur di riscattarsi dalla povertà.

La principessa sul pisello

calderoli-uovoImmagino che anche voi vi siate chiesti cos’è Calderoli. Notate bene che ho scritto COS’E’ e non CHI E’, poiché mi sembra evidente che questa “creatura” non appartiene al genere umano. Con tutta la mia buona volontà, mi sono sforzata di collocarlo in uno dei tre Regni, ma ho dovuto desistere. Gli appartenenti al Regno Animale son troppo intelligenti e coraggiosi per annoverarlo nelle loro file, i Vegetali sono belli e utili, i Minerali son nobili e preziosi. Devo ammettere la mia sconfitta ma, vi prego, se vi venisse qualche idea, di farmelo sapere.

Appunto come recita il titolo, vi regalo un sorprendente video che spero abbia il potere di rasserenarvi e farvi dimenticare certe amarezze di questi giorni.

Certamente, Tchaikovsky non avrebbe mai immaginato che il suo “Lago dei cigni” sarebbe stato al centro di un’esibizione del Grande Circo di stato cinese, che ne ha fatto un perfetto…

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Al rifugio Pizzini Frattola

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Quando ho deciso di prender parte all’escursione organizzata dai Ramponi Rampanti al Monte Pasquale, una delle montagne del gruppo Ortles Cevedale, è stato un gesto istintivo, una gita di due giorni  significava  che avrei dormito una notte in alta montagna, avrei visto le stelle come si vedevano al Planetario di Milano con Margherita Hack che le raccontava. Una gita di tutto riposo perché mi sarei fermato al rifugio limitandomi a qualche passeggiata scattando qualche foto.DSC_0005

Alla partenza, i 2150 mt del parcheggio ai Forni, l’indicazione per il rifugio Pizzini Frattola era di appena 2 ore e 30 minuti, niente di eccezionale, c’era in effetti da considerare che per i miei compagni di viaggio l’obiettivo era più ambizioso, la vetta del Pasquale, con l’arrampicata e l’attraversamento del ghiacciaio. La scelta di dormire al rifugio per loro era una necessità, perchè alle 2 ore e 30 iniziali occorre sommare altre 4 ore 30 minuti per l’attraversamento in cordata del ghiacciaio. DSC_0108Contrariamente a quanto si possa pensare, un ghiacciaio non si mostra nudo, resta coperto da un alto strato di neve che si scioglie da un lato e si accumula dall’altro. Il lato in cui la neve si scioglie è proprio quello di contatto con il ghiaccio, molte slavine si formano nelle ore più calde per lo scivolamento delle nevi e di chi ci sta sopra, come avvenuto  tre settimane fa con la tragica fine di 6 alpinisti di due diverse cordate. Chi c’era quel giorno, come il rifugista e altri, portano il segno del ricordo, le loro parole fanno capire cosa vuol dire rotolare per 500 metri. I miei amici nel pomeriggio ripassano movimenti e metodi per stare in sicurezza. Ripetono i nodi, come il nodo barcaiolo, che con la sua semplice doppia asola frena lo scorrimento della corda, il nodo palla che ha il compito di fermare una caduta, perché quando una corda si tende per la caduta di un alpinista, taglia la neve. Il ghiacciaio è pieno di denti aguzzi e il nodo palla si spera che si blocchi in mezzo. Poi c’è l’imbragatura di sicurezza, quella fatta con un cordino (ribattezzato da ghiaccio, ma è un’allegoria) che lega un anello dell’imbragatura vera e propria a cui è fissata la corda, e la corda stessa. Questo cordino ha un ruolo importante in quanto se spostato con le mani scorre lungo la corda, se strappato si blocca lungo la stessa: applicazione delle leggi della cinetica. E poi i ramponi, che sembrano uguali ma è importante fissarli  in modo che l’estremità delle cinghie finisca all’esterno. Non ultima la raccolta della corda, che deve scioglersi con facilità per tutta la sua lunghezza, l’uso del dissipatore e dei moschettoni.

 

Guardarli nei preparativi e porre domande sul perché di alcuni accorgimenti è stata una sorta di corso di aggiornamento da cui ho appreso tecniche in evoluzione (appena vent’anni fa ci si imbragava a mano, e guai a non saperlo fare). E infine una regola importante: non più di tre per una cordata di trenta metri, con il più esperto in testa e il meno esperto  in mezzo, piccozze e chiodi fanno il resto.

Dopo la lezione/discussione è arrivata l’ora di cena. Il cielo stentava ad oscurarsi ed alle 22 era ancora chiaro, si vedeva appena una stella e tante nubi appoggiate al vertice dell’anfiteatro di rocce. Ho rinunciato alle stelle, con il ricordo del Giorno di Giuseppe Parini:

“Ma che? tu inorridisci, e mostri in capo,
qual istrice pungente, irti i capegli
al suon di mie parole? Ah non è questo,
signore, il tuo mattin. Tu col cadente
sol non sedesti a parca mensa, e al lume
dell’incerto crepuscolo non gisti
jeri a corcarti in male agiate piume,
come dannato è a far l’umile vulgo.”DSC_0088

La sveglia per me è suonata alle 3 con le martellate  di un incredibile mal di testa. Effetto dell’altitudine o cervicalgia? Alle 4 ho fatto colazione con chi partiva ed ho assunto un antidolorifico. Il male ha cancellato l’idea di guardare il cielo e non ho fatto nessuna foto, nemmeno alle luci delle lampade sul ghiacciaio di chi era partito alle 3 per il Gran Zebrù. Partono prima dell’alba per essere di ritorno prima che il sole scaldi troppo la neve.  Io invece son tornato a dormire, grazie al fatto che nel giro di un quarto d’ora il dolore era cessato. Alle 7 tonificato dalle ultime due ore di intenso sonno, sono uscito per fare qualche scatto fotografico. Molti puntini neri sulle montagne altro non sono che scalatori (il prossimo acquisto sarà un megatele stabilizzato).

Sulla via del ritorno sono stato premiato dall’incontro con una modella d’eccezione, che vestita della sola pelliccia ha lasciato che mi avvicinassi sin quando non si è stufata.

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Grazie signora delle valli rocciose per l’interlocutorio sorriso che mi hai regalato. 

Vigliacco/a assassino non fuggire, fai solo pena

Cattura1Aprendo l’home page del Corriere della sera ho letto la terribile notizia di una giovane ragazza strappata ai sogni, alla vita, alla sua famiglia. L’indignazione davanti a fatti del genere è enorme. Sarà che ho vissuto un momento tra la vita e la morte alla stessa età di Beatrice, anche se in situazioni diverse e per carenze organizzative, a cui è seguito un rimpallo di responsabilità, sarà la vicinanza con il luogo dove vivo e lavoro, ma leggere che una ragazzina è morta e un imbecille non si sia nemmeno fermato nel proseguire la sua folle corsa, mi fa proprio incazzare. 

Quando scrissi se siamo “Figli di Caino o fratelli di Abele?”  speravo stupidamente che non sarei tornato sull’argomento. La pietà umana ha un limite, non si può fuggire sempre dalle proprie responsabilità. Beatrice non la riporterà in vita nessun processo, i suoi genitori avranno per sempre il ricordo di lei e dei suoi giorni felici.

Ma tu, idiota da passeggio che avresti bisogno di un cane che ti porti a spasso, come cavolo farai a vivere? Avrai un rimorso? Dove minchia correvi a mezzanotte? Cosa avevi di così importante da fare? Dovevi forse andare a scoprire se tua moglie o tuo marito si trastullavano a letto con l’amante? O dovevi soccorrere la tua povera mamma ammalata? O hai avuto paura? Paura che la tua vita venisse stravolta? PIRLA! ti dico, e se hai coraggio querelami pure, e se trovi la strada, minacciami o prova a farmi pagare l’insulto, non ho nulla da perdere se non una stupida vita convissuta con chi gioca al bunga bingo come te. 

Non è difficile uccidere o morire, è molto peggio vivere sullo stesso suolo. Che vergogna essere uomini.

Acqua di ghiaccio innevato

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Appena dopo essersi lasciati dietro le spalle il Rifugio dei Forni (a 2178 mt d’altitudine), fuori l’abitato di S.Caterina Valfurva, si viene assaliti da un coro di centinaia di  cascatelle che scendono trepidanti lungo la conca dell’Ortels Cevedale. Già il nome, legato alla località, dice molto. Forni è un termine che si ritrova spesso in montagna, nelle zone vicine ai ghiacciai alpini, dal Piemonte al Friuli. Erano le zone dove veniva prelevato il ghiaccio per l’uso refrigerante di chi poteva permetterselo quando la sua produzione era inesistente. Il che significa anche che nei secoli passati la lingua del ghiacciaio arrivava sino a quei luoghi, dove ora cresce una rigogliosa vegetazione grazie all’acqua che scende dalle migliaia di torrenti che più a valle arricchiscono il fiume Adda.DSC_0038

Migliaia di torrenti che qui e la diventano cascatelle. Una a una sembra che cantino con voce cristallina, in coro è un urlo che sale dalle nevi e dai ghiacci che si sciolgono, è come se ogni goccia nell’evaporare cantasse, formando morbidi archetti di rivoli d’acqua che suonano sulla cassa armonica dei sassi. Acqua che penetra e passa miscelandosi al tutto. I cinquanta o settanta litri di liquidi che si muovono sotto la pelle vivono una sorta di fratellanza con l’acqua che suona battendo sulle pietre, che batte e battezza accogliendo nel mondo. Chiamiamo l’immersione nell’acqua battesimo. Alcune icone sacre mostrano l’atto del battesimo come acqua che scende a cascata battendo sul capo, battere con l’acqua per purificare.DSC_0169

In questa valle l’acqua canta anche quando cade in forma di pioggia. Ogni cascata diventa un’argentea processione di avi, di buoi, di lupi e conigli che han restituito l’acqua al pianeta. Siamo acqua non cenere, torneremo acqua passando evaporati dal cielo.  saremo nubi e faremo tempeste. Saremo grandine e neve. Saremo … intanto siamo uomini che si muovono tra i sassi, seguendo le tracce che altri piedi hanno impresso nel suolo.

Così il sentiero diventa una parola sonante nel silenzio che avvicina al cielo. Senti-ero, è un gioco di suoni, ti senti e sei, diventi cosciente dell’entità che porti a spasso nell’otre di ossa e pelle. Sentieri che s’intrecciano, che si allungano che non finiscono mai, su cui è piacevole errare e sognare al ritmo del respiro o del cuore nel petto.

DSC_0049(NB: le foto si ingrandiscono a tutto schermo cliccandoci sopra due volte)

Alpi Retiche

Stasera doveva essere la sera del pensamento, quella in cui rivedi le immagini di due spezzoni di giornata vissute tra i giganti, in cui correggi le immagini stese, gli dai il taglio giusto, o perlomeno ci provi. Ma l’emozione è forte, gli occhi sono ancora pregni di sassi, di neve, di ghiaccio, l’udito è ancora saturo del grido delle cascate inframmezzato al fischio delle marmotte e al brontolio di tuoni lontani. A riveder certe immagini non posso non condividerne subito alcune, prima ancora di finire di metterci mano. Il post verrà dopo, o forse i post, perchè quando cammini anche il cervello si sveglia dal torpore.  DSC_0011 DSC_0014 DSC_0015 DSC_0018 DSC_0020 DSC_0032

I nodi della crisi

233Cosa sia una guerra lo so, o meglio penso di saperlo. L’ho letto sui libri di scuola, l’ho visto nelle immagini di guerre lontane, l’ho saputo per averne sentito o letto il racconto. Noi, generazioni post 1948, quando parliamo di guerre pensiamo a quella di cui abbiamo più memoria storica diretta, in cui tutti quelli che restarono in vita ricominciarono a ricostruire e a riabilitarsi. Pensiamo ad una guerra come un fatto, un atto, che aveva avuto un inizio e una fine. Ma una guerra non è mai stata una cosa immediata che si esaurisce con il tempo in cui si gira una pagina, una guerra dura anni. Comincia prima della data ufficiale e finisce molto dopo. Chi governa, Re o signore che sia, ha un compito preciso, deve mantenere vivi i sentimenti che spronano gli eserciti a restare uniti, e anche mescolare la  pentola delle promesse per mantenerle appetibili, i tornaconti finali ci sono sempre, il popolo del poteva andare peggio, spera sempre. Spera che in caso di vittoria ci sia come quasi sempre la concessione di terre o comunque la garanzia di una rendita. Senza questi presupposti e garanzie una guerra è persa, gli eserciti si sfaldano.

Pensando all’ultima guerra combattuta in casa e non a distanza di sicurezza, quella del 40/45, mi chiedo: cosa aveva fatto si che la popolazione accettasse di combatterla? Nel rispondere mi spoglio di ogni ideologia, non credo che una dittatura sia il frutto della scelta di una minoranza che la impone e che la paura faccia il resto, le dittature han bisono di maggioranze, seppur silenzione, in ogni caso la risposta è muta, troppa vigliaccheria ha suggerito le condanne a morte. Gli italiani del ventennio fascista dettero il loro assenso, ciecamente, per tornaconto, speranza e anche stupidità, ma pur sempre di un consenso si trattava. In fondo come entità nazione non siamo molto cambiati. Il popolo anche oggi è tenuto in gran conto negli ambienti che contano solo per il fatto che consente l’esercizio del potere attraverso la benedizione del voto. Sono quasi 70 anni che proliferano orticelli sempre più piccoli in cui razzolano tacchini ingordi e noi facciamo i pollastrelli covanti che proteggono l’uovo di oggi, futura gallina di domani (artritica e nemmeno buona da lessare).

Ma dicevo dell’ultima guerra combattuta da un popolo mendico, speranzoso, e convinto del fatto che male che andasse poteva portare a casa una pensione d’invalidità o una rendita. Difatti furono tanti gli invalidi, le vedove e gli orfani di guerra a cui toccò una pensione, che è diventata una lotteria, a volte clandestina. I feriti invece ebbero corsie preferenziali nelle assunzioni pubbliche e nel rilascio di licenze per la vendita di monopoli e altro.

In due parole lo Stato per tenersi fedeli gli uomini e le donne, dette loro un contentino pagato con il contributo di chi lavorava. Aprì le stanze buone anche ai rappresentanti del popolo democraticamente eletti. Venne promulgata anche qualche legge di tutela civilmente efficace, salvo poi cominciare a smantellarla nel gioco dei tira e molla alimentati dalle crisi ricorrenti.

In definitiva lo Stato per non veder sfaldare gli eserciti, siano essi forze armate o forza lavoro, ha necessità di dare garanzie, anche in momenti di crisi.

Eh si le crisi. Sono considerate qualcosa in cui il potere organizzato perde il controllo come una gomma d’asciutto sul bagnato. A tutti gli effetti durante le crisi il potere dello Stato si organizza per gestirle al meglio e sopravvivere a se stesso più forte di prima.

Questa crisi iniziata tra il 2007 e il 2008, negata sino al novembre dello scorso anno da governi che dal il ’96 e oggi han dissipato un patrimonio immenso costituito dal dimezzamento del debito pubblico (fatto irripetibile con il cambio reale €:£ non di 1:1936,27 ma di 1:1000) e che qualche anno fa fece gridare al ritrovamento di un “tesoretto” che consenti la restituzione di qualche briciola di becchime, di fatto ha tutti gli effetti tipici di una guerra. I morti ci sono. Oltre ai suicidi di lavoratori (sia imprenditori che dipendenti) io ci aggiungo anche gli uxoricidi e le stragi in famiglia. Ben ricordo, quando abitavo in un palazzo di 8 piani, come alla fine del mese, aumentasse il volume delle discussioni tra il vicinato. Qualche piatto si rompeva e con lo stipendio fresco lo si ricomprava.

Si adopera il termine femminicidio, per il sesso delle vittime, io lo chiamerei anche famiglicidio, perché è la famiglia la vera vittima di questa guerra che non avrà risarcimenti, in cui la gente si ammazza in casa per assenza di risposte, i piatti non si rompono meno e le cure mediche al pronto soccorso per cadute casalinghe aumentano, ma non interessano le statistiche, e poi l’unica delega ancora non assegnata dal governo Letta è proprio quella alla famiglia, il cui ministro  è ancora vacante.

Si torna intanto a voler ritoccare le pensioni,  proprio quando tra 4 anni sarebbe toccato a quelli che come me ogni anno vedono allontanarsi l’orizzonte. Chissà perché. Ma lo dicevo prima, uno Stato che non mantiene le promesse rischia lo sfaldamento delle forze armate in tempo di guerra dichiarata, ma anche delle forze lavoro in tempo di pace proclamata.

Un angolo di Gorizia
Un angolo di Gorizia