Sesto San Giovanni, Quinto Romano, Quarto Oggiaro …. Secondo Matteo, Primo Maggio

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Cercavo via dei Lavoratori a Sesto San Giovanni, una delle periferiche città satellite di Milano, confini invisibili con Cinisello Balsamo e se cerchi un numero civico non sai se sei nell’una o nell’altra città, non basta dire al navigatore che cerchi il 41, quello lo ha Renzi mentre tu lo porti allacciato ai piedi con le scarpe. Percorri la strada in macchina, vedi passare le vie e i confini indecifrabili mentre Guedalina ti dice di svoltare a sinistra in via Pellizza da Volpedo. A quel punto benedici il navigatore che ti tira fuori dagli impacci e ti fa un massaggio mentale: Pellizza da Volpedo è quello di Quarto Stato e Via dei Lavoratori ormai è vicina, una finezza toponomastica che solo una città con un susseguirsi di giunte Rosse poteva inventarsi Così passi anche per via Voltaire e sorridi tra te e te pensando a quella frase letta da qualche parte “Ama la verità ma perdona l’errore” , in quel momento la radio cronaca di RP (Radio Popolare Milano 107,6 FM) trasmette il dibattito della direzione del PD sull’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, solo che sei arrivato, il Polo Geriatrico Riabilitativo ti sta di fronte, ironia della sorte sta parlando D’Alema, così capisci che se c’è lui a difesa di un diritto quel diritto si perde. Voltaire, Pellizza da Volpedo e i Lavoratori alla fin fine son stati solo una via di transito per il centro geriatrico, e D’Alema parla ancora.

Flessibilità in uscita

Guardando le statistiche del mio blog ho visto che parecchie erano indirizzate ad un post dal titolo “Chi ha la febbre da articolo 18?”. Me lo sono andato a rileggere e l’ho trovato ancora attuale essendo ripartito l’attacco alla reintegrazione nel posto di lavoro quando lo decide il Giudice, aggiungo qualche altra considerazione, alla luce di quanto avviene e non sviluppata in precedenza.

Che si sia tornati a dibattere di articolo 18 è un segnale che la riforma Fornero è una patacca generazionale che ha smantellato anticipatamente il regime solidaristico delle pensioni, e non sapendo come venirne fuori attacca frontalmente le tutele dei lavoratori.

Attualmente in Italia si ha meno ripresa che altrove in Europa in quanto avendo ormai messo in pentola tutte le riforme possibili per l’ingresso flessibile nel mondo del lavoro si è al tempo stesso creato un tappo generazionale che non consente lo smaltimento dei lavoratori attraverso il loro pensionamento. Sempre più vecchi al lavoro con tutti i problemi annessi e connessi. Per il sistema è diventato gioco forza dover creare una flessibilità in uscita, una flessibilità che si possa tradurre nella possibilità di licenziare più gente possibile senza grandi oneri aggiuntivi e senza possibilità di reintegro lavorativo. La speranza ultima, è che vengano rimpiazzati dai giovani assunti flessiblimente (o senza impegno di durata), insomma garantire quel ricambio generazionale necessario per tornare a far riempire i carrelli della spesa, quello che prima veniva garantito attraverso le pensioni, quello che, se le guardiamo attraverso un altro punto di vista, era una forma di distribuzione del reddito (per creare altro reddito, se tutti avessero pagato le tasse).

Sarà poi così davvero? Sarà questo l’obiettivo della classe dirigente? Non credo. L’incapacità imprenditoriale dei nostri detentori di capitali e di potere non si risolve con l’eliminazione di quelli che si considera un peso. Conviviamo in un sistema gerontocratico che comincia nella politica e finisce nei consigli di amministrazione. Un popolo di vecchi asserragliati sulle loro poltrone pronti ad eliminare altri vecchi incapaci o impossibilitati a lottare (e i giovani costretti a mendicare un lavoro), così il potere gerontocratico cerca il mantenimento del suo status non avendo la forza fisica di continuare ad opporsi a lungo alla spinta dei giovani che oggi annaspano. Giovani che si fanno mantenere ma quando avranno 40 anni saranno in grado di fare ancora casino se saranno senza prospettive perché i genitori che li han mantenuti cominceranno a passare a miglior vita. Quegli stessi genitori che hanno investito nel futuro dei figli dandogli una casa piuttosto che una bottega, perché il mattone paga e intraprendere è rischiare, che la tassazione si sposti sempre più dai redditi alle rendite è il minimo che ci si possa aspettare.

Rijeka (Fiume) ha necessità di un mare di gente e di luce

Rijeka (Fiume in italiano) prima l’ho notata sulle mappe perché città di grandi dimensioni, poi nelle guide l’ho ritrovata come meta turistica o quantomeno città che meritava una visita. Dopo averne visti i contorni da lontano, ho notato subito le decine di grattacieli sulle colline: torri anonime con una vista stupenda sul golfo del Quarnero e le isole che lo racchiudono. Inizialmente l’avevo anche scartata come meta, poi è finita che ci son stato più volte.  Come ogni grande città ha diversi centri commerciali. e quest’estate Rijeka è diventata meta abituale visto che era vicina al mio luogo di vacanza e che le giornate di sole si son potute contare con le dita di una sola mano. In ogni caso è stato duro cancellare il limite della prima impressione destata già qualche anno fa, di città non bella, con la tipica architettura a patchwork delle città industriali e portuali, in cui l’occhio viene violentato ogni cento metri da architetture pugilistiche unite  a quel senso di vuoto desolante che una città sa dare la domenica, quando chiude le palpebre abbassando le saracinesche. Approfittando di una fresca e soleggiata giornata estiva infrasettimanale, ho deciso di tornarci per non arrendermi ad un ricordo plumbeo, un poco come volerle dare ancora una possibilità per cambiare idea. Vedere  una città durante un normale giorno di lavoro, per di più vestita a festa, è diverso, la rende viva,  così con tanto sole e tanta gente,  e qualche inquadratura gonfiata, alla fine son riuscito a portare a casa un buon ricordo, perchè Fiume per essere viva ha proprio bisogno di un mare di sole, quello che la gente sa dare. 

 

 

Agosto, inizio d’inverno

Lentamente l’estate se ne va via, come le nubi che passano lasciando uno strascico di pioggia e qualche tuono.

“Agosto, inizio d’inverno” era l’osservazione benevola della nonna che giocava d’anticipo sul tempo: dalla sua parte aveva la forza dei proverbi, una statistica popolare tramandata di bocca in bocca, suffragata dai fatti, come in queste foto delle recenti estati: