Engadina, caro paradiso del fondo

Se c’è un posto che ho frequentato più di altri negli ultimi quindici anni è stata l’Engadina,  Alpi elvetiche in una conca rinomata a 1800 metri d’altitudine, prezzi abbordabili grazie alla forza dell’€uro, sino a tre anni fa con 25 € da dicembre a marzo ci si garantiva il diritto di fruire delle piste di fondo di tutto il rinomato comprensorio, adesso, complice il cambio 1 a 1 si è passati a 70 €, un piatto di spaghetti con tomato ne costa 15 e mezzo ed il pieno costa l’8% in più che non in Italia. Ma oggi avevo voglia di neve, così sveglia alle 4,30 e via senza nessuna preparazione ginnica mirata ma con una voglia matta di scivolare sul candido manto che manca alle montagne lombarde. Ho battuto il record degli sfaticati: si e no 10 km in due ore, in compenso ho portato a casa qualche immagine che riempirà la settimana.

Ci sono sentieri che portano lontano stando bassi.

Ci sono sentieri che non portano in alto ma tra le loro pieghe hanno del bello.  Sono quelli che d’estate vengono scartati perché brevi o troppo vicini. D’inverno è tutta un’altra storia. L’inverno può essere utile per rimettersi in forma tra sassi e rocce che luccicano in un’improvvisa giornata di sole. Uno di questi sentieri si snoda intorno e sopra il monte Magnodeno, una crestina appena sotto il Resegone che troneggia con le sue guglie sullo sfondo,  1360 mt appena appena impervi ma giusti per tornare a casa ristorati.

 

Vigilantite acuta

Jobactismo si titolava il mio post di qualche giorno fa, considerazioni  sconsiderate, tipiche di chi son 40 anni che lavora e vorrebbe lasciare il posto a chi ha più forza. Un post quello del 31 in cui mi sono imposto di non rispondere ai commenti perché il dibattito sarebbe stato doloroso, come muovere un coltello nella piaga. Ma manco a farlo apposta la notizia della vigilantite mi offre una possibilità di replica non mirata.

Ieri sera tornavo a casa da lavoro, niente ponte per scelta, percorrevo la strada più lunga ma scorrevole, lo speaker alla radio evidenziava come l’83% dei vigili di Roma (830 su 1000 chiamati in servizio), la notte di capodanno fosse impossibilitato a prestare la propria opera a causa di impedimenti di salute suoi o dei propri cari. Un’epidemia di vigilantite acuta,  una patologia molto utile, specie in momenti di crisi economica e sociale, un modo tacito di affermare “e chi se ne frega, siamo nel paese della cuccagna, poco lavoro e magna magna”.  

Che i vigili di Roma la notte di capodanno fossero realmente bisognosi di riposo è una verifica che esula dai compiti del cittadino, figurarsi del mio. Però ricordo che negli anni ’70 mi ero imbattuto nel termine morbilità che stava a definire il rapporto percentuale tra le giornate lavorative e quelle di assenza per malattia, un modo per cercare di dare un identikit all’assenteismo. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, nelle imprese private il tasso di morbilità è molto diminuito grazie anche alle politiche mirate, come il riconoscere indennità legate alle giornate effettive di lavoro, a turni disagiati o in giornate festive e non ultimo premi annui legate alla presenza. Anche nel pubblico, nelle categorie assoggettate a turnazione nei servizi essenziali, è stata seguita la stessa via, si vede che qualcuno la strada la fa a piedi e con il sovraffollamento che c’è se la prende comoda.

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