Vigilantite acuta

Jobactismo si titolava il mio post di qualche giorno fa, considerazioni  sconsiderate, tipiche di chi son 40 anni che lavora e vorrebbe lasciare il posto a chi ha più forza. Un post quello del 31 in cui mi sono imposto di non rispondere ai commenti perché il dibattito sarebbe stato doloroso, come muovere un coltello nella piaga. Ma manco a farlo apposta la notizia della vigilantite mi offre una possibilità di replica non mirata.

Ieri sera tornavo a casa da lavoro, niente ponte per scelta, percorrevo la strada più lunga ma scorrevole, lo speaker alla radio evidenziava come l’83% dei vigili di Roma (830 su 1000 chiamati in servizio), la notte di capodanno fosse impossibilitato a prestare la propria opera a causa di impedimenti di salute suoi o dei propri cari. Un’epidemia di vigilantite acuta,  una patologia molto utile, specie in momenti di crisi economica e sociale, un modo tacito di affermare “e chi se ne frega, siamo nel paese della cuccagna, poco lavoro e magna magna”.  

Che i vigili di Roma la notte di capodanno fossero realmente bisognosi di riposo è una verifica che esula dai compiti del cittadino, figurarsi del mio. Però ricordo che negli anni ’70 mi ero imbattuto nel termine morbilità che stava a definire il rapporto percentuale tra le giornate lavorative e quelle di assenza per malattia, un modo per cercare di dare un identikit all’assenteismo. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, nelle imprese private il tasso di morbilità è molto diminuito grazie anche alle politiche mirate, come il riconoscere indennità legate alle giornate effettive di lavoro, a turni disagiati o in giornate festive e non ultimo premi annui legate alla presenza. Anche nel pubblico, nelle categorie assoggettate a turnazione nei servizi essenziali, è stata seguita la stessa via, si vede che qualcuno la strada la fa a piedi e con il sovraffollamento che c’è se la prende comoda.

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Autore: popof1955

Se fai un giro nel mio blog puoi apprendere qualcosa in più di quel che so io di me.

12 thoughts on “Vigilantite acuta”

  1. Beh pur non toccando a me entrare nel merito di queste malattie, mi sembrano ugualmente tante. E non solo i Vigili hanno avuto problemi di salute, pare che ci sia stata un’attacco acuto di assenteismo in altri ambiti. Chissà, forse bisognerebbe chiedere ai ricercatori di trovare un vaccino che possa aiutare queste persone a non doversi ammalare di assenteismo…..
    Ciao, Pat

    1. Quella foto sotto il post non è casuale, ha una piccola storia dietro. Ero seduto su uno dei tanti massi fuori dal Colosseo e mentre di fianco a me due donne discutevano di libri io guardavo la piazza e la gente, fiumi di gente in quei giorni in cui due Papi avrebbero elevato alla santità due ex Papi, un mare di gente dicevo e tra questi tanti venditori di tutto, bancarelle con souvenir e anche venditori improvvisati per tirare la giornata. Ogni tanto scattavo qualche foto e non ho potuto non notare due vigili, di cui uno particolare, una sorta di Renato Rascel con il capelli lunghi e divisa, che avevano adocchiato un venditore di bibite. Hanno preparato un piano di cattura e poco ci mancava che chiamassero i rinforzi. L’acquaiolo però l’ha fatta franca, i due non son stati sufficienti ad accerchiarlo. Se al posto della fotocamera avessi avuto una cinepresa sai che film. Poi è arrivata una macchina con altri due vigili che ha porto ai due un foglio firma. Quattro persone al lavoro per evitare le vendite abusive di acqua minerale, un lavoro faticoso e stressante. Ho preferito concentrarmi sul povero ronzino che riposava prima una zampa e poi l’altra sventolando la coda.

    1. E’ triste si, pensando soprattutto che questi scellerati hanno i fari della ribalta puntati addosso e che siano passati in secondo piano, addirittura dimenticati, tutti quei lavoratori che nelle feste comandate lavorano regolarmente: infermieri, inservienti, ferrovieri, cuochi, ausiliari, camerieri, elettricisti, secondini … solo per citarne alcuni alla rinfusa, gente che rinvia la festa o che spezza la festa. La loro fatica di vivere e lavorare è stata cancellata da questa bieca vicenda.

  2. Caro Paolone,
    da cittadino romano premetto una cosa: è esperienza comune, qui, in città, che quando trovi un ingorgo inestricabile per strada, stai certo che un vigile urbano sta dirigendo il traffico! Altrimenti, gli automobilisti, addomesticati dall’esperienza, qualche soluzione, da soli, sempre la trovano!
    E questo che dico è noto, qua in città, anche se spesso si fa finta di dimenticarselo per la nuova retorica lamentativa dei cuori romani, dediti, ormai, prevalentemente al mugugno, oltre che alla magagna.
    Nel merito del tema che hai toccato, tieni conto che dietro questa vicenda così sbandierata c’è una feroce lotta sindacale, nella quale si confondono le ragioni di ognuno: il sindaco, dalla sua ci mette tutta l’incapacità comunicativa di cui è dotato (in sommo grado!), oltre alle ragioni, sia buone sia cattive di (pessime quasi sempre) scelte dei vertici aziendali/comunali, eredità velenose d costose della vecchia giunta parafascista (avvelenatrice di pozzi), debiti nascosti lasciati dalle vecchie giunte rosse che si sono fatti pesanti come macigni e che richiedono continui salvataggi statali, problemi storici della città capitale che richiederebbero scelte, locali e centrali, di grande respiro (e invece, si sente solo il fischio dell’enfisema).
    Dal lato sindacale, il vecchiume ideologico/nostalgico/parassitario trova contraltare nelle pretese di ricondurre salari, stipendi ed indennità ad un peso finanziario più sostenibile per le casse disastrate del comune: ma, carissimo Paolo, chi di noi può ignorare che da molti anni, ormai, stipendi e contratti … mostrano solo un encefalogramma piatto?

    Permettimi di aprire una parentesi su un altro argomento che qui in città sta diventando molto pesante.
    Non mi riferisco al più prevedibile “mafiosismo carminiano” di cui i tiggi’ ci riempiono (a ragione e inquietantemente), ma alla sanità.
    In città siamo stati da sempre abituati all’eccellenza, certo costosa, ma anche patrimonio nazionale condiviso (l’eccellenza, spiritosi, non i debiti! Oddio, certo, anche quelli, ma almeno gli ospedali erano aperti a tutti).
    Ora, fra la follia federalista (colpevolmente ascrivibile alla sinistra del governo D’Alema quanto allo sfascio del leghismo/berlusconismo/fascismo/pretaiolo affaristico e parassitario), l’obbligo comunitario di pareggio dei bilanci, le ruberie di mille affarismi, locali, centrali, politici e cardinalizi, insomma, anche se se ne parla molto poco, qui a Roma, si comincia ad avere paura di andare in ospedale.
    Per un medico straordinario ce n’è almeno uno il cui cursus honorem ha origini baronale o commerciali.
    Per un ospedale ben fornito di infermeria e farmacia, ce n’è almeno uno dove non hanno nemmeno la garza e i cerotti.
    Per un reparto con tempi di interventi salvavita … tempestivi, ce n’è almeno un altro che ti prenota un posto direttamente in paradiso (che da qui, dalla sponda romana, sarà pure più vicino).
    Di questo si parla meno, ma credimi, mette paura, quanto e forse più della retorica con cui giornali, telegiornali e politici di ogni tacca e misura, si sono occupati dei vigili ammalati.
    Concludo con una doverosa notizia: il contagio, la notte del 31 dicembre, della vigilantite aveva toccato drammaticamente anche i conduttori della metro A, che si erano ammalati nelle stesse drammatiche percentuali dei poveri vigili inurbani.
    Ma per loro non c’è stata la stessa … Gloria.
    Secondo me, sarebbe utile rimediare.
    Tutti si meritano il quarto d’ora di notorietà che gli spetta!
    Un caro saluto da questa landa desolata,
    Piero

    1. E se il tutto risponde ad un preciso disegno? Son sempre portato a pensare una cosa e il suo contrario. L’effetto che ci fanno certe notizie che urtano contro il buon senso è da ritenersi anche scontato. Stasera sentivo del sindaco di Bari che per salvare l’azienda dei trasporti cittadina ha dirottato duemilioni di euro dall’attivo di un’altra municipalizzata per ricapitalizzare quella in crisi e che necessita di ben seimilioni di euro di investimenti: l’alternativa è privatizzarla. Nel periodo natalizio ha contato un tasso di morbilità del 26,1%. Non piace un futuro con la privatizzazione della polizia municipale (in Croazia ho trovato anche questo però) o qualsiasi dei servizi pubblici, ma sono molto forti delle spinte a privatizzare tutti quei servizi erogati dallo Stato. La sanità è un fatto emblematico. Sino ad un certo punto della storia ad occuparsi e garantire la salute dei cittadini è stato lo Stato. Avevamo, ed in parte abbiamo, ancora un ottimo servizio sanitario. Non avrei mai fatto negli anni scorsi un’assicurazione privata eppure ad un certo punto mi sono accorto di avere ben tre forme assicurative private sulla salute, e nessuna utile per i malanni seri. Di oggi la notizia che le polizze vita han fatto un balzo del 51% nel 2014, che le formule a capitalizzazione incontrano i maggiori favori: più aumenta l’incertezza più aumentano le variabili di scelta, non solo la salute ci sono polizze che assicurano anche il reddito da lavoro se questo viene meno per motivi di salute. Ho l’impressione che siamo all’inizio di una qualche svolta.

  3. Non all’inizio, Paolone, ma ben dentro a quella svolta, un tornante di cui non si vede la fine, sai, di quelle curve a gomito chiuso…
    In realtà, molte attività sono già state privatizzate, o, come si dice, date in outsourcing, no?
    Infermieri, gestioni di interi archivi, servizi telematici, portinerie o… reception, che con l’anglicismo sembrano meno private…
    Per alcuni (begli) anni, ho lavorato in sedi territoriali del mio Istituto, e mi sono dovuto occupare, per esempio, una volta, di come regolarsi di fronte ai servizi degli easy rider, ti ricordi?, i motociclisti che portavano i pacchi in città, se si trattava di rapporti di lavoro autonomo, come dichiaravano l’azienda ed i lavoratori (questi ultimi più o, forse, meno d’accordo), oppure se era un’intermediazione di manodopera, una specie di “caporalato”, in altre parole, che – più o meno – schiavizzava i… braccianti delle motorette…
    Non ti parlo di cose di venti o trenta anni fa, ma solo di una decina o poco più. Ma oggi, mi rendo conto, non sarebbe più in discussione la cosa.
    No?
    Ovviamente, il caporalato è stato cancellato dalla memoria, forse lasciato in qualche codicillo per santificare le coscienze nei giorni più bui, quando quelle, le coscienze corrono a rifugiarsi in qualche conventicola…

    Però, sai, non sono contrario alla privatizzazione; il problema non è nella forma del contratto di lavoro, quanto nelle regole che lo … deregolano.
    Ormai anche i dipendenti pubblici sono percepiti quasi come dei criminali nullafacenti, a torto o a ragione, nella bocca di Renzi fanno eco le parole di Brunetta e, per esempio, senza che abbiano mai letto il mio fascicolo personale, mi sento e mi sono sentito chiamare (o accostare a) FANNULLONE. Magari pure lo sarò, chissà, ma loro che ne sanno? E se non è vera quell’accusa infamante?
    Intanto, la società ci guarda con crescente disgusto, quasi stessimo rubando il pane in salumeria…
    Ma il problema non è la forma del rapporto di lavoro.
    Pubblico no?
    Allora privato!
    Bene.
    Già c’è.
    Pensa, lessi, anni fa, questa volta davvero molti, una ventina o più, che nel comune di Brescello (si, quello di Peppone e Don Camillo), dal sempre repubblicano retto da una giunta comunista (del PCI, si, quello delle bandiere rosse e della falce e martello), era stata affidata la gestione dell’anagrafe comunale (il cuore dell’attività di un comune, dove risiedono i cromosomi della funzione pubblica, dove si decide dell’esistenza o meno di un essere umano), si era stata affidata ad una società privata. Chissà, forse una coop rossa, certo, ma di diritto privato.

    E poi, anche in questo scandalo di mafia capitale, che per caso la natura del contratto di lavoro ha evitato ai carminati/buzzi del caso di riscuotere le meritate tangenti?

    No, il fatto è che il marcio sta nella società italiana, i cui valori si sono degradati fino all’inverosimile.
    Te la dico con un esempio concreto.
    Parliamo della fila, del modo (e lo prendiamo come un esempio che vale per tutti) con cui si regolano i rapporti fra i cittadini, dove si tratta dell’uguaglianza fra i cittadini e del rispetto delle più elementari regole di convivenza.
    Ebbene.
    Ieri sera, al teatro, ho cercato i cessi.
    Doveroso ricovero prima dello spettacolo, avendo percorso quasi un’ora di macchina, anche più, e compiuto planate da avvoltoio per trovare un parcheggio (il mix è molto diuretico, se ci aggiungi anche il freddo della serata di tramontana e la camminata per arrivare, dalla macchina al teatro).
    Insomma, ecco.
    La fila al cesso.
    Una decina di femminucce, anche più, e qualche maschietto, un paio.
    Ma quelle, qualcuna più sveglietta, che fa?
    Si, hai capito, salta la fila.
    Tanto per accelerare ti passa davanti, senza neanche chiedere permesso.
    Con tutta naturalezza ti frega il posto e va.
    Fa.
    E senza neanche dire grazie, quando ha finito, se ne va.
    Visto?
    No, nessuno scandalo per la promiscuità, non è quello (mi chiedo da tempo, infatti, a che serva quella separazione; non certo all’igiene. Forse solo un retaggio di falso moralismo).
    Ma, perbacco, e che ci vuole a chiedere permesso?
    O, meglio ancora, a mettersi in fila ed attendere il proprio turno?
    Credi fosse una questione di urgenza?
    Io no.
    Solo maleducazione strafottente.
    Ecco, se questa è la regola per le cose semplici, cosa pensare per le regole delle cose complesse?

    Infine, non ci credo al caso di una comunicazione preordinata, di un complott(in)o contro questo o quello.
    No.
    Troppo sgangherati i meccanismi.
    Semmai, si tratta del risultato del modo di pensare, del grado di civiltà, se vuoi metterlo in termini alti.
    Come se… per la fila di ieri sera ci fosse una … premeditazione…
    Nooh!!
    Non ci credo neanche se la Cassazione lo dimostrasse con una sentenza capitale!

    Un abbraccio,
    Piero

    1. Eh già nel pubblico l’appalto di servizi non legati all’attività principale è di fatto una privatizzazione. In questi anni ho assistito all’esternalizzazione prima dei servizi di pulizia, poi di cucina, di manutenzioni ordinarie, di portierato e l’inumano “ufficio del personale” ha cambiato dicitura in “risorse umane” che, a seconda da come lo si guardi può essere un miglioramento o una mercificazione del lavoro.

      A proposito delle regole che deregolano ieri ho sentito una frase attribuita a Bismarck ” Con cattive leggi e buoni funzionari si può pur sempre governare. Ma con cattivi funzionari le buone leggi non servono a niente.”

  4. Sto pensando un fuori tema, ma anche no: un tempo le maestre si assentavano e si chiamavano i giovani supplenti che così lavoravano un pochetto e facevano punteggio. A volte si recavano a casa della maestra malata per chiedere la cortesia di continuare ad assentarsi per qualche altro giorno, anche se guarita. Qualcuna accettava di aiutare così le giovani leve. Ora questo non c’è più. Se l’insegnante si assenta per meno di 10 giorni non si chiama nessun supplente, suppliscono i colleghi presenti, a ore e senza soldi in più o si sparpagliano gli alunni nelle altre classi.
    Lo scorso anno mi sono assentata due giorni, febbre alta e non ho ricevuto nessuna visita fiscale. Seppi poi che l’eventuale visita fiscale avrebbe dovuto pagarla la scuola.
    Evidentemente il meccanismo non va bene.

    1. Mi pareva che le amministrazioni pubbliche avessero l’obbligo di sottoporre a visita di controllo d’ufficio già al primo giorno di malattia quando questo precede o segue un giorno festivo, magari ti sarai assentata di martedì. Certo che le visite hanno un costo per le aziende, tranne che non le effettui l’INPS direttamente (ad estrazione), ma il numero dei medici che effettuano le visite non è infinito, nel caso di un’epidemia come a Roma gli organici non bastano.

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