Romano di Lombardia

Con i tempi che corrono e sulla scia delle vicende poco pulite a Roma e dell’Expò a Milano il titolo potrebbe sembrare un ironico ossimoro. Non è così, Romano di Lombardia è il nome di una cittadina della bassa pianura bergamasca. Per anni ne ho sentito il nome attraverso l’annuncio degli altoparlanti della stazione ferroviaria “treno locale per Brescia parte dal binario 5, da Romano a Brescia ferma in tutte le stazioni”,  naturalmente non era il mio treno, immancabilmente il mio veniva annunciato dopo e con qualche minuto di ritardo, o così ricordo, oltre il verde dell’erba del vicino anche il treno del vicino è più puntuale. Oggi dopo tanti anni di vicinato ho deciso di andare a Romano di Lombardia scoprendo una cittadina dall’architettura rinascimentale con profonde radici medievali. Il nome poi ha una diversa lettura. Il termine Romano non sta per facente parte del Sacro Romano Impero,  in dialetto e nella  dicitura medievale viene citato come Rumano,  dalla radice indoeuropea RU da cui derivano ruscello e rio, è chiaro il significato di borgo edificato in zona ricca d’acqua corrente, con riferimento al limitrofo fiume Serio, i canali che si irradiano dentro e fuori la città fanno il resto.

Fondato come borgo autonomo nel X secolo, per la caratteristica di essere in terra di confine ebbe la prerogativa di porto franco sino alla fine del 1700. Con questa caratteristica si prestò ad essere punto di riferimento dei contrabbandieri; c’era un mercato trisettimanale dove nottetempo arrivavano merci provenienti da Milano, Bergamo, Brescia e Venezia, gli scambi non soggetti a dazio e gabelle varie fiorivano, ciò che entrava di notte per vie nascoste, usciva al mattino perfettamente a norma con le leggi vigenti al tempo. Commercio ed artigianato erano fiorenti, restano a conferma l’insieme di colonnati che danno vita ai portici sotto le cui volte si svolgeva buona parte dell’attività lavorativa.DSC_0077(cliccando sulla foto si accede alla raccolta di immagini)

Da Recco a Camogli

Dopo quasi un anno son tornato tra Recco e Camogli. Lo scorso anno avevo voglia di mare e mi son fermato sulla costa a gustare la spiaggia e la città con le sue facciate trompe l’oeil. (Cliccare qui per le foto e il post dello scorso anno). Quest’anno invece il percorso tra le due città l’ho effettuato lungo un sentiero che si inerpica con centinaia di gradini e gradoni (761) aggirando il monte Ampola si giunge al monte Caravaggio sormontato da un santuario. CSC_0096

(cliccando sulla foto si accede alla galleria)

Trovare sulla cima di un monte ligure con il toponimo di Caravaggio un Santuario dedicato alla Madonna omonima, è stata una sorpresa. Lo si trova sulla cima, dove nel 1645 fu innalzata prima una grande croce e successivamente una cappella poi ampliata e ultimata nel 1727. Eventi vari videro rovinare la cappella e solo dopo il periodo napoleonico la popolazione del luogo ricostruì il santuario (1838). Al termine della seconda guerra mondiale fu fatto oggetto di diversi atti vandalici ma nel 1985 è stato riportato alla forma attuale. Vi si giunge solo per mulattiera e gradini, ma sono presenti due piattaforme per l’elicottero, visto che una volta all’anno viene celebrata una messa solenne ad opera del Vescovo. 

Digerire anche i chiodi? Pare sia possibile

Milano  murales che decora un cortile privatoDa circa due mesi abbiamo realizzato l’inserimento  della madre di mia moglie nella mia famiglia. Due i motivi che hanno determinato la scelta: l’età con tutti i suoi correlati e il rifiuto di ricorrere all’opera di uno ospizio o, detto in modo elegante, casa di riposo. Subito dopo l’iniziale luna di miele tutta rose e fiori in una nuova abitazione con spazi adeguati, è arrivata la presa di coscienza di una libertà menomata, in cui abitudini consolidate dal tempo vengono meno.

Ogni essere umano crede nella propria indipendenza e ne reclama il diritto d’esercizio, anche quando invecchia e non è più autosufficiente, reclama uno spazio vitale per esprimere i propri pensieri e i propri desideri. Non importa se per far questo ci si ritrova soli, ci si sente comunque in grado di poter gestire e quindi autodeterminare la propria vita, anche se si dipende dal telefono e dalla disponibilità di chi si troverà nel momento del bisogno all’altro capo del cavo.

La popolazione invecchia, invecchiano i genitori ed invecchiano i figli, se i primi hanno quasi 90 anni, i figli ne hanno si e no 30 di meno, non sono certo dei ragazzini e se le generazioni passate potevano contare su un numero cospicuo di figli che si potevano permettere una loro assistenza perpetua, i nuovi sessantenni si ritrovano in uno al massimo due a dover accudire una coppia di longevi genitori. Per assisterli adeguatamente i soli figli non bastano, i servizi Statali sono in ritirata e allora occorre inventarsi qualcosa.

Nel nostro caso un’intuizione e la sua verbalizzazione hanno risolto un problema che rischiava di diventare molto serio. La soluzione però ha generato un altro problema, quello di riuscire a non far sentire l’anziano alla pari di un bambino bisognoso di cure, attenzioni e guida. Ecco quest’ultima cosa è quella che non bisogna fare, non si deve tentare di essere una loro guida, se sono riusciti ad arrivare alla loro veneranda età conservandone la piena coscienza, non c’è nulla che li possa infastidire più di una guida. Se dimenticano di prendere dei farmaci o se abbondano con olio e sale, dopo un paio di volte tutto torna normale, o magari i nostri gusti si risvegliano e si adeguano. Oltretutto non è escluso che l’azione non venga fatta deliberatamente, giusto per saggiare il livello di accettazione che si va instaurando.

Ma che tempo che fa ….

Doveva essere ancche quella di domani una domenica all’aria aperta a macinare sassi e ad ascoltare il silenzio rotto dai fischi delle marmotte, invece no, temporali in vista e tutto viene rinviato, non resta che consolarsi con le immagini raccolte la settimana scorsa tra Schilpario e il Passo Campione.

CSC_0101(Cliccando sulla foto si accede all’album su One Drive)

Cugini di campagna

“Perché si chiamano Cugini di campagna?”. Quando la domanda arriva dalla bocca di un bambino, in una calda giornata d’estate africana non si può dire “ma che te ne frega? mangia e poi dormici su”. No, ai bambini una risposta bisogna darla.

Perché i cugini di campagna si battezzarono artisticamente così? Ecco posta così la domanda stimola di più, bisogna fare una breve cronistoria.  50 e passa anni fa ci fu la chiamata in città di chi faticava in campagna. Certo non tutti vennero via, ma una buona fetta di popolazione si mosse attirata da una vita meno grama (?), meglio retribuita (?), più soddisfacente (?) in città (omissis …)*. Quelli che erano arrivati in città erano molto giovani, erano maschi e femmine e cominciarono a … sposarsi. Dopo un poco nacquero dei bambini e quando arrivava l’estate e c’era un caldo boia come oggi, questi se ne andavano a caccia di fresco in campagna, carovane di 600 con madri, padri e figli, che invadevano le cascine dove erano rimasti i nonni, gli zii e i loro figli: cugini di quelli nati in città. Questi cugini ad un certo punto non avendo di meglio da fare cominciarono a suonare e formarono un’orchestrina che come dice il proverbio del contadino “scarpe grosse e cervello fino” pensarono bene di ricordare ai cugini di città che loro erano i cugini di campagna e che, per un obbligo di parentela, dovevano comprare i loro dischi, e ancora oggi ce li sorbiamo in tutte le salse.

“Ma adesso al posto della campagna ci sta un’autostrada …” Ehhh caro mio, mica possono cambiare il nome in cugini della BREBEMI’, quelli hanno il copyright, accontentati del pedaggio 😉

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