Chiari di Luna inquinati

Chiunque transiti sull’A4 (Milano-Venezia) passando sul ponte dell’Adda non può non ritrovare nella gola che sta sotto, lo sfondo della Gioconda di Leonardo. Ho la fortuna di abitare a soli venti chilometri da quell’ansa che fa il fiume, così ieri sera volendo sfruttare la luna piena mi sono armato di tutto punto per delle foto in notturna. Il cielo era sgombro ma l’inquinamento luminoso in pianura non consente di fare le foto che si vorrebbe, più si allunga il tempo di esposizione più il cielo diventa chiaro, peccato, l’effetto che volevo ottenere con delle esposizioni con tempi lunghi anche 15″ non c’è stato. Alla fine ho girato l’obiettivo sulla centrale elettrica e sulla vicina torre del Castello di Trezzo, o di quel che rimane della costruzione voluta da Barnabò Visconti (1370);  in passato le sue pietre sono state prelevate ed utilizzate per la costruzione dell’arena di Milano.

Grazie!

Un grazie a tutti per gli auguri, per essere passati e di aver lasciato parole o anche una semplice traccia, rende più solido il mondo liquido. Io ieri me ne sono andato a spasso per le montagne con un gruppo di amici, il modo che reputo migliore per festeggiare un compleanno.

Nella Valle del Goglio (un affluente del Serio) è un bosco di faggi e larici nella località Bortolotto di Valgoglio, a dare il benvenuto a me e ai miei amici. Dopo la ripida ascesa nel bosco è l’aspro terreno orobico a dettar legge in un susseguirsi di laghetti alpini di cui il lago Cernello è il primo che incontriamo. Inizialmente doveva essere la meta dell’escursione, ma non si è ancora stanchi, non si viene quassù tutti i giorni quindi proseguiamo il cammino lungo un percorso di sentieri, gradoni e passaggi vari in alta quota, accompagnati dal fischio delle marmotte e dal crepitio delle cascatelle. Dopo circa un’ora arriviamo al lago Nero. Nel tragitto abbiamosuperato il Lago Sucotto e il Resentino. Quest’ultimo è stato occasione della sosta per il pasto. I laghi sono a quote diverse e sono gestiti dall’ENEL attraverso delle dighe e delle condotte forzate. Nelle foto  si vedono poco, amo la montagna e ogni manufatto umano mi infastidisce, sia esso diga o pilone, anche se in questo caso regolare le riserve idriche è una cosa molto importante. Ad ogni modo dopo cinque ore e mezza si cammino effettivo tra i 1400 mt e i 2100 mt, mi sento in grado di affrontare il prossimo decennio. Grazie anche per la sopportazione 😉

DSC_0146(Cliccando sulla foto si accede alla galleria delle immagini)

Oggi è l’ultimo giorno …

DSC_0105Ebbene si, oggi è l’ultimo giorno.

Ultimo giorno da cinquantenne. Da domani dovrò dire numeri che cominciano con sess… e mentre lo scrivo sento una vibrazione di vita.

Condivido un pensiero intimo in una realtà liquida come quella virtuale, che più liquida non si può. Qui ti scegli gli amici, elimini i nemici e ti credi di essere padrone della situazione. Ma non importa, la vita è fatta di tante cose e ogni cosa ha il tempo effimero che le è concesso. Anche le idee hanno il loro tempo, e quando sono elaborate dal cervello neuronico, accettano  di essere trasformate secondo i dettami del vivere comune, scelgono loro per te e tu pensi di aver scelto per loro..

Come ci si sente a sessantanni? Visto il preludio mi sembra di essere alla vigilia del primo giorno di scuola, ci arrivo vivo, (scusa Marina se parafraso un tuo titolo) e quasi intero (e non è poco).  Negli anni mi hanno aggiunto qualcosa qui e là e tolto qualche dente. Mi han messo degli stent ad alcune coronarie, una piastrina e delle viti ad una caviglia e tanti divieti (disattesi), ma questo non mi impedisce di correre lontano con la testa e con passo costante di inerpicarmi sui monti. E li in alto la testa i pensieri girano, molto di più che non con il sedere appoggiato ad una sedia.

Sarà così che festeggerò il superamento dei cinquantanni e l’ingresso nei sessanta, sui monti e tra un gruppo di amici amanti dei sassi fermi, delle nuvole volanti, dei silenzi roboanti, dei pensieri che si incollano alle foglie del bosco e che prima di cadere silenti fanno un rumore frusciante e con le immagini di fuochi d’artificio d’altri tempi.

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►Greek Mythology: “The Pleiades”.

Ogni tanto mi capita di rebloggare qualcosa, le volte che è è avvenuto è stato per ideali percepiti simili ai miei, in questo caso no, lo faccio per segnalare un blog che ha nella ricerca condivisa la sua forza vitale. L’autrice sta dall’altra parte del mondo, non so come sia capitata sul mio blog o io non ricordo come sia capitato sul suo, ma non importa, questo post (ma, come ho detto prima sarebbe meglio parlare di ricerca condivisa) è proprio fantastico.

⚡️La Audacia de Aquiles⚡️

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“The Pleiades” by Elihu Vedder (1885).

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The Pleiades were seven sisters: Maia, Electra, Alcyone, Taygete, Asterope, Celaeno and Merope.

Their parents were Atlas, a Titan who held up the sky, and the Oceanid Pleione, the protectress of sailing.

They were the sisters of the Hyades (a sisterhood of Nymphs that bring rain) and they were all together known as Atlantides . 

As it was already said, they were seven in number, six of whom are described as visible, and the seventh as invisible.

Some call the seventh Merope and relate that she became invisible from shame, because she alone among her sisters had had intercourse with a mortal man; Sisyphus, the King of Corinth.

Another explanation for the ‘lost’ star related to the myth of the Electra, an ancestress of the royal house of Troy. After the Trojan War and the destruction of…

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Migrazioni umane (2)

I castelli, le fortezze, i muri intorno alle città, hanno rappresentato per secoli un sistema di difesa della sicurezza acquisita, conquistata o acquistata. Sono stati un muro per impedire che chi era indesiderato invadesse il piccolo paradiso in cui si viveva.

Paradiso? Non proprio, visto che la pena a cui siamo condannati è conquistarsi il pane con il sudore della fronte, sin dalla notte dei tempi, comunque ognuno nei secoli passati come oggi, ritiene che quanto possiede lo debba difendere dalle invasioni, sia che avvenga da parte di gente pacifica in fuga da un inferno in guerra o da una vita infernale di stenti, non ha importanza, l’importante è che non gli tocchi la tavola e il letto, dove ognuno vorrebbe morire accudito da mani pietose che lo curino, magari dopo un pranzo indigesto. Letto e tavola, luoghi di gioia, di sollazzo e di ritempramento. Quest’ultimo vale tanto più per i vecchi che vedono l’orizzonte vicino che per i giovani, questi, specie se devono procurarsi da vivere con un lavoro che li vede in costante competizione con gli altri, trovano nello straniero una concorrenza imprevista alla loro scalata sociale e alla loro autonomia. Più ampia è la platea dei concorrenti più è acerrima la lotta. Alla base della piramide sociale c’è sovraffollamento.

I gradini della  piramide sociale sono sempre stati ripidi, non abbiamo mai avuto principi o re che abbiano spostato massi o impastato cemento per erigere muri, abbiamo avuto principi e re che han dato ordini a generali di guidare eserciti, i re rare volte han guidato gli eserciti di persona, fare in modo che crescesse l’odio per lo straniero al fine di aumentare il loro potere economico attraverso quello militare, era ed è il loro compito, distribuito a cascata su vassalli e cortigiani.

Oggi, anno 2015 d.C., uomini e donne provenienti da zone infestate dalla guerra, dalla fame, da dittature e iatture, insomma da paesi senza prospettiva di una vita migliore, fuggono via da un inferno terreno per realizzare quello che il più avanzato sistema politico sociale ha impresso nel proprio ordinamento: il vivere felicemente.

Felicità impressa sulla carta e stampata in faccia ai governanti, una carota di felicità che nasconde il bastone in ogni andito quotidiano. Felicità effimera, come la vita d’altronde, carota che agitata nel giusto modo può contribuire al raggiungimento dell’obiettivo, carota vestita da temporanea ricchezza.

La temporanea ricchezza, la paura di perderla o il desiderio di conquistarla, portano gli uomini non solo ai più efferati delitti, li portano anche ai più efferati pensieri, quelli che convivono con noi in ogni attimo di vita.

Sapere di uomini  e donne, adulti e bambini che ogni giorno cercano di valicare la frontiera che li separa dal paradiso terrestre, e che ogni giorno muoiono con l’illusione nel cuore, stenta quasi a darci pensiero a farci pena. I giornali li riempiono gli strilli dei pescecani salvinici che fomentano l’odio verso chi arriva da oltre il muro, perché anche l’acqua è un muro, un muro vivo in cui si sono disciolti i nostri antenati e tutti gli esseri del pianeta che ci hanno preceduto. Se ogni molecola dell’acqua che compone i mari ha il ricordo di quel che è stato, questi uomini galleggiano su pensieri e vita comuni alle nostre, galleggiano sui nostri avi e potrebbero essere silenziosamente guidati da loro. Ma spesso finiscono per essere inghiottiti dal muro d’acqua e noi che sopravviviamo alla vita ne abbiamo paura, e non perché anche lo straniero inghiottito dal mare prima o poi finirà nel nostro bicchiere e potrebbe farci fare brutti sogni, la nostra paura è di non riuscire a lavare la coscienza con quella stessa acqua.

Nella Valle dell’Orco

Il fascino delle Alpi sta tutto nella loro emanazione di forza potente che si spinge in alto. Ogni volta che mi capita di poter effettuare un’escursione in una delle tante valli alpine è sempre un’emozione particolare, perchè camminare circondati da quelle vette che superano i 3000 metri è sempre una sensazione vibrante, e queste ancora di più, perchè spesso raccontate dai Camosci Bianchi che speravo  d’incontrare al Rifugio Jervis.

Il sentiero che parte da Ceresole Reale, comune a 1586 metri s.l.m., inizia incuneandosi tra i grandi massi rocciosi di chissà quale glaciazione, poi s’insinua in un bosco di larici e dopo due ore di cammino sui molti dolci tornanti, sbuca nella piana alluvionale lasciata dal ghiaccio di Nel di cui rimangono solo alcuni lunghi baffi sui fianchi delle Levanne.

Alcuni testimoni oculari mi confermano che appena 40 anni fa, ovvero nel 1975, le lingue del ghiacciaio sfioravano il Rifugio Jervis che sorge nella piana a 2250 mt d’altitudine. Il ghiacciaio sciogliendosi ha lasciato scoperte le ampie pareti granitiche della catena delle Levanne e le sue tre cime, ben oltre i 3000 metri, oggi non mostrano nessuna striatura di bianco, ci siamo bevuti anche i dinosauri. 

Il Castello di Malpaga

Un altro castello nella bassa pianura bergamasca. Se ci si passa vicino non lo si nota nemmeno, le pareti delle abitazioni rurali che lo circondano lo nascondono a chi arriva dalla strada. Il castello è ben descritto su wikipedia a cui rimando per gli approfondimenti, ma per avere un’idea di come sia la sua composizione occorre passare per google earth o sorvolarlo in elicottero. Ad ogni buon conto ho inserito l’immagine di cattura tra quelle di questa pagina.

Sentieri d’agosto (Rifugio Rosalba)

Per mordere una mela i denti devono essere buoni, più passa il tempo più i denti fan male e più la mela diventa pappina  immangiabile. Però bisogna portare pazienza, specie in montagna, anche se rinunciare ad una meta è cosa difficile da accettare occorre conservarsi per un’altra possibilità piuttosto che non averne alcuna. Il Rifugio Rosalba l’ho conosciuto sulla carta nell’aprile del 1977, quasi quarantanni fa, in quei giorni cadde tanta neve ed il sentiero era a rischio ghiaccio malgrado la bassa quota (tra i 1150  e il 1800). Nel marzo di dodici anni dopo una nuova possibilità mi fu data durante il periodo Pasquale: nevicò anche allora. Per il Rosalba sembrava finita li. Negli anni altre mete hanno richiamato la mia attenzione pur avendo il medesimo punto di partenza dai Piani dei Resinelli, ai piedi del Gruppo delle Grigne. Un gran numero di sentieri e percorsi di varia difficoltà solcano la piccola catena, per il Rosalba il sentiero è uno soltanto: quello delle Foppe, da cui a metà percorso si dirama il Sentiero dei Morti, nome macabro ma purtroppo realistico visto l’alto numero di incidenti accaduti tra quelle rocce. Poco prima di accedere al rifugio i due sentieri si ricongiungono. Nei vari giri su internet ho trovato anche questo diario di viaggio (cliccare per il collegamento).  In effetti è un percorso pesante, ma non così duro come si racconta. In tanti anni osservando le Grigne, non ho mai potuto fare a meno di pensare che la progettazione del Duomo di Milano sia stata ispirata proprio da queste montagne, le guglie, i capitelli,  le colonne, i pinnacoli non sono altro che un frutto della mano ruvida del tempo che sgretola e modella.