A cercar la Luna sul Monte Pora

Il Monte Pora (1880 mt) è un massiccio composto da un gruppo di cime che formano un insieme montuoso nelle Prealpi Bergamasche, collocato in Val Seriana e precisamente nella Val Borlezza, nella Conca della Presolana, ovvero nel cuore delle Prealpi Orobie. Appena sotto a questo monte c’è Castione della Presolana da dove parte una strada che in breve tempo porta alle Malghe di Pora. Una meta ideale per un’escursione di fine inverno con la Luna piena. Il freddo non è eccessivo, anzi ormai si è in fase di disgelo anche se la montagna è ancora abbondantemente innevata.

Inizialmente il percorso era previsto con l’uso delle ciaspole, ma considerando che queste rallentano il passo e la neve non è ghiacciata, ne abbiamo fatto a meno anche se per un breve tratto, dove le gambe affondavano sino all’inguine, sarebbero state utili. Scarpinare  in montagna  all’imbrunire mentre le vette sfumano accarezzate dagli ultimi raggi di sole e con la Luna che si alza all’orizzonte, ha tutto un fascino particolare, un appuntamento da non rinviare.

Ma siamo in marzo, a tre giorni di sole non ne segue uno altrettanto luminoso, c’è una leggera foscia e cirrostrati che tendono ad accumularsi. Con un poco di fortuna e il contributo di madre natura qualche discreta foto ci può scappare.

Cosi con il consolidato gruppo di amici del CAI, nel tardo pomeriggio di mercoledì ci si è incamminati costeggiando la pista da sci per proseguire su una strada sterrata ancora ammantata di neve. Dopo 45′ di cammino abbiamo raggiunto il rifugio Magnolini . Da qui si è proseguiti sino al Monte Alto (1723 mt) che raggiungiamo dopo mezz’ora. La visuale si è allargata a 360 °sulle Valli Camonica, Cavallina, Seriana e di Scalve.

Percorrendo le piste battute o con piacevoli percorsi fuori pista, abbiamo percorso a ritroso l’ultima salita raggiungendo il Rifugio Pian del Termen, dove ci attendeva la cena.

Ma ecco, poco prima di tornare a valle, la Luna che si fa spazio tra le nubi.

(cliccando sulle foto si attivano le slide)

PLIS delle Valli di Argon

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Il Parco Locale di Interesse Sovracomunale  delle valli di Argon si estende per 648,5 ettari unendo in se i territori di quattro comuni  ad est  di Bergamo. Dalle sue piccole propaggini (482 mt slm) si vede il capoluogo adagiato sui colli e sdraiato sulla pianura con una continuità urbana che si estende sino a Milano e oltre.

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Un susseguirsi di case e capannoni che tatua la pianura.

Intorno al parco restano attive aziende agricole ed enogastronomiche di pregio. Si coltiva il vitigno che produce il pregiato Moscato di Scanzo e a sorpresa vi sono ampie coltivazioni di ulivo.

Sulla sommità dei quattro colli, in un percorso di 11 km, 4 chiesette.

Cliccando QUI altre immagini del Parco

Buon 8 marzo

Marzo quando arriva cancella l’inverno e nell’ottavo giorno del mese, il primo dopo i sette giorni della creazione, si festeggia la donna, l’altra metà del cielo. Un cielo che non è una lavagna dove basta una passata di spugna per cancellare ogni cosa, un cielo dove nei restanti giorni dell’anno sono stati scritti centinaia di fatti tragici che han visto donne soccombere per mano di uomini incapaci di accettare un’idea diversa dalla propria, un modo di vita o un sogno (o un bisogno) diverso dal machistico e cieco autocompiacimento.

Stamattina attraversavo la città a piedi,  con passo lento. Tra me e me pensavo a come la città sia femmina per eccellenza. Le sue strade, su cui si affacciano case di età ed epoche diverse, ognuna con tracce lasciate dal tempo e dagli eventi. Case giovani con muri e finestre secondo lo stile corrente e case antiche, di architetture passate, da leggere con occhio attento. Case depauperate e abbandonate da tutti. Muti mattoni che raccontantano in silenzio.

Ogni casa è come fosse una donna. Dentro le mura, ogni casa, anche se all’apparenza sembra uguale a un’altra, ha stanze diverse, arredi diversi. Ognuna racchiude un mondo, è abitata da persone legate da collanti invisibili. Le pareti isolano, mentre le finestre che si affacciano alla strada e al mondo, come fossero occhi, esprimono nella loro trasparenza e nei decori, l’essenza di chi ci vive dentro. Quando sono spalancate rilasciano suoni, emozioni e profumi. Per tutto il resto ogni donna, ogni casa, è uno scrigno che custodisce le sue gioie, i suoi dolori, i suoi sogni e si presenta all’occhio di chi passa solo per quel poco o quel tanto che vuole mostrare. Dentro palpita la vita.

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LA FONTANA DEL GUERCIO

dsc_0223“Uscir nella brughiera di mattina presto/ dove non si vede ad un passo/ e ritrovar se stesso”

Nel 1970, non ancora quindicenne, le parole di Mogol cantate da Battisti, oltre che poetiche, per me che vivevo l’arsura siciliana, avevano anche un qualcosa di esotico. La brughiera non sapevo nemmeno cos’era, il vocabolario spiegava che era un terreno pianeggiante, argilloso, sabbioso, con scarso humus, con vegetazione di brugo e altre specie; la bonifica  difficile e costosa per la scarsa fertilità del terreno. Se ne erano accorti anche i brianzoli che quel terreno era solo fatica, meglio lavorare il legno, il ferro e combinare di chimica. La Brianza divenne negli anni ’50/’80 zona d’eccellenza nella produzione di mobili, motori, biciclette e saponette. Ma quando si produce qualcosa ci sono sempre degli avanzi e degli scarti. Dove gettarli?  Uno dei luoghi individuati fu tra Lecco e Como in quello che oggi è un PILS (Parco di Interesse Locale Sopracomunale), un’area di circa 27.000 metri quadrati al cui interno gorgogliano 11 fontanili (o risorgive), acqua proveniente dalle Alpi e che riaffiora in pianura, fontanili che tra l’altro sono gli unici della Brianza, mentre sono abbondanti a sud di Milano. In quest’area sino all’inizio del 1900 c’era una realtà agricola autosufficiente e fiorente. Dalle viti al gelso,  mais, frumento, tutto dava di che sostentarsi alle popolazioni locali. Poi l’abbandono, la fuga verso l’industria e le città. Una zona fiorente, anche se non ricca, abbandonata ed utilizzata come discarica industriale.

Nel frattempo qualcosa è cambiato. Dopo la tragedia legata all’ICMESA di  Seveso,  che ammorbò la zona (e non solo) di diossina, negli anni ’80 si è cominciato a ricuperare un territorio che sembrava irrecuperabile. Gruppi di volontari come quelli di Lega Ambiente supportati dalle amministrazioni dei comuni interessati, hanno consentito di riportare alla fruibilità delle persone quest’area. L’edificio della stazione ferroviaria di Brenna (che nel frattenpo è diventata una semplice fermata) è stato affidato a Lega Ambiente di Cantù che nel 1992  ha intrapreso un’opea di bonifica durata un decennio.

Questi sono alcuni degli scatti fatti durante una recente visita escursionistica con il gruppo Senior del Cai di Vaprio d’Adda, cliccando sulle immagini sono visibili a pieno schermo con ulteriori informazioni.