Appunti di vacanze al tempo del covid 19 (1)

2-DSC_0049Ho deciso di cambiare titolo a questa sequela di cose sparpagliate di cui a volte ho preso nota. Scopro che malgrado i 1250 km percorsi, finito il viaggio la mia vacanza si può considerare di prossimità, gli spostamenti sono minimi evitando luoghi affollati. I dati incoraggianti dei tg non mi convincono, troppe discrepanze.

Oggi chiacchieravo con un signore 84enne in un bar di Alì Terme.

Erano le 14,30, da informazioni avute il bar  avrebbe riaperto alle 15,00 e noi non avevamo voglia di fiondarci in spiaggia con il pranzo da digerire. Visto che i tavolini erano  all’ombra di un tendone e la brezza marina dava un gran sollievo, ho proposto ai miei di attendere l’apertura comodamente seduti. Di li a poco è scoppiato un temporale. In spiaggia avevamo lasciato ombrelloni, sedie e asciugamani, tanto chi vuoi che li porti via. Una cosa più viene protetta e più attira l’attenzione. Ormai nessuno lascia qualcosa di incustodito, può sempre essere una trappola. Abbiamo atteso che il temporale finisse e che il bar riaprisse per avere un agognato caffè. Nell’attesa ho cominciato a parlare con un simpatico signore 84enne che ha l’hobby dell’agricoltura. Si sposta con un piccolo fuoristrada tra Alì Superiore, dove c’è il suo piccolo apprezzamento di terreno e Alì Terme. Ex camionista e, vista l’età, ex carrettiere.

Che fine han fatto i carrettieri? Mi chiedevo in un post mai pubblicato. Ecco lui è uno di loro, già a 13 anni (1949) trasportava di tutto tra la contrada superiore e quella inferiore, su e giù più volte al giorno. In salita dava anche una mano alla mula che non ce la faceva a tirare il carro. Con l’avvento del motore divenne camionista trasportando quanto produceva il cementificio di Villafranca Tirrena e destinato al sud di Messina che si ricostruiva, si asfaltava e urbanizzava cancellando le piantagioni di gelsomini che da Galati arrivavano sino a Giampilieri.

Nelle mattine d’estate vedevo le donne del mio quartiere tornare a casa quando mia madre usciva per andare al lavoro. Loro raccoglievano gelsomini nel tempo che precede l’alba e tra le 8 e le 9 del mattino smettevano. Negli anni 70 han smesso del tutto e la riviera è diventata zona turistica residenziale. Qualche tratto di terreno abbandonato c’è, questioni di eredità contese, strascichi legali e anche assenza dello Stato che non si appropria di quanto è lasciato all’incuria totale.

Si il posto negli ultimi 15 anni è migliorato molto e Alì Terme quest’anno è stata insignita con la Bandiera Blu. Belle spiagge con tanto di passerelle e docce, la passeggiata a mare è ben curata e il tentativo di mantenere pulito è da apprezzare. Manca un’organizzazione turistica capillare, i ristoratori sembrano impreparati alla nuova stagione.1-DSC_0048

Sensazioni di viaggio con il covid 19 (3)

Messina è una città in attesa perenne, che comincia a svegliarsi quando i galli smettono di cantare al sole nuovo.

Non sono ancora le 6 quando mi alzo. Un’ora silenziosa. Non ricordavo così questo villaggio dell’hinterland messinese. La SS 114 anni fa mi svegliava con i suoi rumori, adesso alle 7 passa solo qualche rara automobile e si sentono i cinguettii degli uccelli. Penso che tra qualche giorno i migratori si sentiranno molto di più. Abbandonano il nord in questi giorni, le prime avanguardie dovrebbero arrivare verso dalla fine di questa settimana. L’apertura della caccia ricordo che era fissata per la fine di agosto, il 21 anche se l’uccello più ambito era il falco pecchiaiolo. Negli anni 80 qui ci fu una Greta ante litteram, una giovanissima ragazza che intraprese una crociata contro la barbara usanza di abbatttere i falchi che attraversavano lo Stretto. Anna Giordano credo si chiamasse. Si laureò in scienza legate all’avifauna, subì attacchi incivili qui in città. Io ero già lontano ma le sue vicissitudini le seguivo su Airone, che allora era un serio mensile naturalistico. Il divieto di cacciare il falco grazie a Lei e chi l’affiancò fu attuato. Dovrò fare una ricerca anche sulla Giordano (1).

Noto che le vecchie case intorno all’abitazione dei miei genitori sono state quasi tutte ristrutturate. Erano casupole vecchie e malandate, ora mostrano segni di recente ristrutturazione. La regola che la prima generazione costruisce, la seconda sfrutta, la terza depaupera e la quarta ricostruisce sulle macerie, è più che mai tangibile.

L’autostrada Messina Palermo è un cantiere con pedaggio (gli umarell sono avvisati). E’ la più scassata che abbia mai visto, molto peggio della ridotta e affollata A14. Segnaletica orizzontale sbiadita con linee gialle e bianche che si confondono, riduzioni di carreggiata continue, cartelli nascosti da piante, gallerie poco illuminate, catarifrangenti opachi di sporcizia, manto stradale da campo minato. Ieri sera rientrando da Capo d’Orlando ho percorso il tratto che tange Messina con una deviazione che mi ha portato quasi in centro città per poi ritornare all’autostrada. Ci deve essere una gran carenza di ingegneri da queste parti, una situazione stradale lasciata in balia di capi cantiere che non sanno nemmeno dove far piazzare i cartelli indicatori. Di sicuro le corsie che vanno verso Palermo seguono un tragitto diverso da quelle che arrivano, al mattino il percorso mi era sembrato quasi normale (2). Mi chiedo quanti siano gli studi tecnici che stanno “modernizzando” la tangenziale e se si parlano tra di loro. Forse sarebbe stato il caso di inviare un anno fa, ingegneri e tecnici ad un corso di formazione a Genova, o meglio visto che il ponte a Genova è già stato ultimato invitare qui le maestranze liguri.

Ma no, qui in Sicilia si sogna Rambo e Nembo Kid, e con i liguri ci si eccita solo quando attraversano lo Stretto a nuoto.

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PS:

(1) fatta la ricerca su Anna Giordano, noto che ho buona memoria 😉 ; (2) ripercorsa successivamente noto che un minuscolo cartello indicatore ad una rotonda indica come riprendere l’autostrada.

 

Sensazioni di viaggio con il covid 19 (2)

Tornare in Sicilia, nei luoghi che ho frequentato e vissuto da giovane fa un certo effetto. Prima di decidere il viaggio ho riflettuto su dove andare durante quest’estate funesta. Ho ripensato ripercorrendo a ritroso i luoghi degli ultimi trentanni. Così sono approdato a Santa Margherita Marina, dove dagli anni 70 vivevano i miei genitori e dove tornavo sempre nei fine settimana durante il servizio militare e quasi tutti gli anni sino al 2005 per le ferie agostane. E’ per me un luogo particolare, al confine con Galati Marina, dove nel 1970 scoprivo il blues e il rock di buona fattura.

Il bar della piazzetta di Galati era un punto nevralgico per incontrarsi. Erano belle le ragazze di Galati  e non se la tiravano, erano normali e rockettare, almeno quelle che conoscevo.

Non ne ho mai incontrata nessuna dopo quel periodo, in compenso devo dire che dopo quindici anni di assenza, i saluti di bentornato e ben ritrovato con il gestore del bar, con il macellaio e quant’altri sono sopravvissuti al tempo, sono stati un’onda che ha riempito il vuoto temporale.

Il vecchio barbiere non c’è più, ricordo bene il salone in cui anche lo specchio era stanco di specchiare facce che invecchiavano come lui. C’è ancora l’ottico e il fotografo ma manca la cara focacceria Zimbaro che aveva rivoluzionato la focaccia messinese.

La focaccia messinese è un prodotto locale inimitabile. Il Vecchio Zimbaro trasformò la teglia rettangolare che tradizionalmente ospitava la focaccia, in una striscia di circa due metri e larga 20 cm. Fece il botto conquistando i palati prima della città vicina, dove piazzò un punto vendita e poi di Galati M.. Il sig. Zimbaro negli anni ’60 faceva il panettiere, non aveva il forno a Galati M., era una garzone e tutte le mattine caricava il furgoncino Fiat 900 di panini e pagnotte e le consegnava in città, a botteghe e a privati, porta a porta. Pane e latte si mangiavano sempre freschi grazie all’opera di chi faceva queste povere consegne. Con l’intraprendenza del tempo aprì la focacceria a Messina e poi qui a Galati con tanto di tavoli e sedie.

Non ritrovare la focacceria Zimbaro mi è dispiaciuto, ho verificato che il punto vendita in città esiste ancora, i figli dovrebbero avere circa la mia età e i nipoti quella di mio figlio, un’azienda ben avviata non è giusto che si disperda. Andrò a fargli visita nei prossimi giorni.

focaccia messinese 1

 

Sensazioni di viaggio con il covid 19 (1)

A fine giugno appena finto il lookdown ho compiuto un viaggio al mare, in Abruzzo. La prima vacanza dopo la chiusura, il primo soggiorno fuori dai confini regionali lombardi, un’opportunità per mettere a confronto i diversi approcci regionali per la prevenzione del contagio da covid 19.

In Lombardia, seppur con ritardo, il distanziamento sociale alla riapertura è stato subito organizzato in maniera esemplare, più per merito dei vari responsabili della sicurezza che non per le direttive regionali che non hanno modificato una virgola di quanto disposto dal Governo nei vari DPCM (almeno nella pilatesca Lombardia).

Regole tutto sommato semplici: accesso ai supermercati contingentato e guidato, misurazione della temperatura, igienizzazione delle mani, guanti e mascherina. In Emilia Romagna ho potuto constatare un comportamento simile, così anche nelle Marche. Leggermente più permissivi in Abruzzo, dove non ho trovato un posto dove misurassero la temperatura, nemmeno in hotel dove è stata sufficiente un’autocertificazione, mascherine solo nei luoghi chiusi o affollati, niente guanti. Dal 15 giugno anche le altre regioni citate hanno abolito i guanti.

La sorpresa è stata il Lazio di qualche giorno fa. A Roma si respira un’aria strana, la città è semivuota, i varchi alla Zona a Traffico Limitato non sono attivi e non lo saranno sino alla fine di agosto. Come se la città fosse chiusa per ferie. In Trastevere i locali sono desolatamente vuoti. La tanto simpatica ed economica trattoria Trattoria Carlo Menta dove di solito i clienti aspettavano il loro turno in strada, alle 14 aveva avuto solo 10 clienti compresi i 4 del mio gruppo familiare.

Parlando con la gente la domanda che sempre mi son sentito porre è stata “ma è stato così tremendo a Bergamo? E’ vero quel che hanno raccontato giornali e TV?”. Non ho mai avuto tanti interlocutori e tutti con la stessa domanda.

Ebbene si, a Bergamo e provincia è stato terribile, forse anche più di quanto è stato raccontato. La gente prendeva la strada dell’ospedale e se ne perdevano le tracce.

Ma a Bergamo e provincia metà della popolazione era assistita dall’altra metà di popolazione che lavorava per loro, anche in maniera volontaristica. Bergamo non versa acqua sotto forma di lacrime ma di sudore, e più si suda più si è contenti. Non potendo lavorare in tanti si sono scoperti volontari. I famosi ragazzi senz’arte ne parte si son scoperti fattorini tuttofare, accanto a padri, madri, zii e nonni. Si tutti si son dati da fare in una regola silente di buon vicinato. Se l’intensità della pandemia riscontrata a Bergamo fosse avvenuta a Roma, sono propenso a pensare che metà della popolazione avrebbe sbranato l’altra metà.

Se al nord un caffè ora costa 10 centesimi in più, a Roma l’ho pagato 2 €, non in via Veneto ma in un quartiere popolare come Trastevere, frequentato da pensionati. Un modo subdolo per salutare il turista con un addio e non un arrivederci. Se uno mi fa pagare il 10% in più un caffè è certo che settimanalmente da me incasserà il 18% in meno di prima della chiusura, domanda ed offerta devono incontrarsi su una base di reciproca soddisfazione, o addio fiducia. Se me lo fa pagare il doppio uso Facebook e TripAdvisor e WordPress per avvisare gli amici circa i locali da evitare.

(da appunti del 29/07/2020)

Cronache Padane (da Burgonzia)

Quattro anni fa ho preso abitazione nel Ducato di Burgonzia, nel cuore della della Repubblica del Nord (o Padania). Il primo approccio con le Istituzioni indigene è stato con l’anagrafe municipale: un salto nel vuoto. Alla mia richiesta d’informazioni sulle modalità per presentare la comunicazione di residenza, mi veniva risposto che avrei dovuto prendere un appuntamento. Pensai che la persona con cui parlavo non avesse capito, e ripetei la domanda, aggiungendo che ero italiano. Mi fu fornito un elenco di documenti da presentare a corredo e, vista la loro quantità e la necessità di verifica, per la presentazione della comunicazione era necessario un appuntamento. Alla faccia della legge sull’autocertificazione voluta da Bersani.

Il Castello di kafkiana memoria riaffiorò alla mente e mi sentii come l’agrimensore errante.

I giorni successivi furono una sorpresa continua, peggio della Sicilia degli anni ’70, i diritti del cittadino annullati. A Burgonzia da ventanni regnava la Lega Nord che reinterpretava in chiave localistica le leggi dello Stato.

A quel punto mi misi di piglio per trovare una sponda per poter chiedere il commissariamento del comune.

La trovari ai Servizi Sociali che erano gestiti alla stregua di un’Agenzia Turistica, fornivano solo informazioni sui servizi presenti nel territorio. Il villico ne poteva fruire a sue spese per poi fare domanda di rimborso all’Eccellentissimo Regente (il Sindaco). Leggi come la 328/2000 erano completamente disattese.

Malgrado queste premesse ho notato che da ventanni a Burgonzia non c’era stata alcuna rivolta, nemmeno quando un’azienda di quasi 1000 dipendenti aveva chiuso i battenti nel silenzio assoluto. Perchè?

Mi è bastato poco per capire che per sopperire alla sfrontata gestione comunale, buona parte dei cittadini si era organizzata in una rete di volontariato per scavalcare le lungaggini burocratiche comunali. Volontari organizzati in decine di Associazioni per il mutuo soccorso.

Probabilmente l’esempio di Burgonzia, dove tra l’altro vive …. (omissis), è stato sufficiente affinchè il partito, una volta giunto al governo del paese con l’appoggio di uno sprovveduto gruppo di incapaci, ne abbia approfittato per sanare i conti con il mondo del volontariato attraverso il raddoppio dell’IRES a carico delle organizzazioni non lucrative. Un aggravio di costi di quasi 120 milioni di €uro .

Penso che niente venga fatto per caso. Se è fatto per errore è prova di incapacità, se è un atto preordinato, è da criminali.

Aiutiamoli a crescere

Il  titolo  della pagina  de LaRepubblica, che ho incollato sopra,  mi riporta a  una riflessione personale di qualche giorno fa, ovvero che nelle nostre scuole stiamo allevando la prossima generazione di braccia da lavoro da sfruttare.

Ho constatato, dopo poche settimane diattività nel doposcuola per bambini figli di stranieri, che il lavoro di chi opera nella scuola primaria per coltivare il nostro futuro, è un lavoro in salita. Irto di difficoltà. 

I figli degli stranieri, benchè parlino perfettamente italiano, spesso non hanno quel supporto familiare che aiuta a migliorare il loro apprendimento scolastico.

La lingua di casa raramente coincide con quella parlata a scuola. Finite le lezioni la vita linguistica parentale ed amicale dei genitori spesso è solo quella dei loro paesi di origine, le parabole satellitari consentono di seguire letrasmissioni dei paesi di provenienza nella lingua dei padri, e ilcerchio si chiude.

Alla lunga questi bambini saranno anchein grado di parlare due lingue, ma la maggior parte di loro le conoscerà a livello elementare.

Diceva il dotto che il padrone conosce1000 parole, l’operaio 100, chi resta fregato è sempre il secondo, a meno che non impari 1000 parole. Questa è la formula che ad uncerto punto, forse ancora bambino, ho adottato. Restare seduto a studiare e non correre a tirare calci a un pallone era faticoso, ma conoscere le parole ed il loro significato era una caccia al tesoro. Spesso ero incerto, ancora oggi lo sono, cerco nel dizionario laloro radice e le comunanze.

Così ho presentato a un bambino svogliato, il vocabolario come il libro del segreto delle parole, di tutte le parole, perchè le parole giocano a fare le misteriose ed hanno bisogno di essere scovate. Stimolare la curiosità, risvegliare l’istinto sano della caccia avvicina a nuove scoperte e arricchisce con i suoi frutti. Perchè la viola è un fiore, se l’indosso diventa colore, se la suono diventa strumento, può essere coniugazione verbale e anche nome proprio di persona.

Carri infuocati e Acquedolci

Carnevale è una festa, una recita collettiva che parte dal basso, e chi è più in basso dei bambini nella catena sociale? Il carnevale, con i suoi colori e allegorie, coinvolge anche gli adulti che per un giorno non debbono nascondere l’anima da Peter Pan. Un gioco in maschera che chiunque voglia può vivere a modo suo una volta all’anno per dimenticare le quotidianità o per fare uno sberleffo.

 

Non sempre è così, purtroppo, a volte il fato, o forse una mano ignota, cercano di fermare la giostra. Così ad Acquedolci (ME), piccola cittadina di circa 5.600 abitanti, il 50º Carnevale cittadino è stato funestato da un incendio che, pochi giorni prima della sfilata, ha danneggiato i carri allegorici allestiti con tanta cura. La comunità ha reagito con generosa caparbietà e i bravi mastri carristi in poco tempo ne hanno ripristinati alcuni  che orgogliosamente hanno percorso il vialone che attraversa la città. Un mare di gente in festa, con forze dell’ordine e un’allegorica banda musicale a formare un lungo serpentone di luci e suoni.

 

(Per visionare le foto a tutta pagina cliccare in un punto qualsiasi delle composizioni)

Cronache naspanti.

Ieri ho telefonato al call center dell’INPS per sapere come mai dopo 3 mesi dalla mia domanda di pensione, ancora non mi sia giunta alcuna risposta. Con l’inizio dell’anno nuovo ho visitato il sito dell’Istituto quasi tutti i giorni e ieri, che doveva essere il giorno del primo accredito in C.C., ho contattato il numero verde nazionale per i servizi al Cittadino. Dopo le opportune verifiche (data di nascita, residenza e codice fiscale) l’operatore mi chiarisce che il sottoscritto non può subire la metamorfosi sociale da naspato a pensionato con un colpo di bacchetta magica. Prima della pensione debbo esaurire il periodo di NASPI.

Visto che oltre che naspato sono anche uno sfigmomanometro vivente ho sentito il cuore pulsare alle tempie e con un fil di voce fantozziano ho chiesto (senza offesa) dove stava scritta una cosa del genere. Chiarito che all’indennità NASPI non si ha diritto se si percepisce una pensione, mi suggerisce di inviare per via telematica il modello NASPICOM.

Ma io non percepisco ancora una pensione, quello che voglio sapere è se la mia domanda avrà un esito positivo. Indubbiamente parto dall’erroneo presupposto che chi analizza una domanda di pensione e propone l’autorizzazione al suo pagamento verifichi che non vi siano in corso erogazioni di altre indennità che dovrebbero cessare automaticamente.

Ovvio non siamo più nell’era delle scartoffie, ora siamo tutti bip&byte, basta avere il programmino giusto con una stringa if=NASPI=0 e si accende una lucetta rossa per procedere. Ovvio che al programmatore dell’INPS non l’abbiano detto, quindi deve essere il naspato a segnalare la cosa, e mi accingo a farlo.

Nel compilare il modulo giungo alla riga che mi riguarda: “dichiaro che durante il periodo indennizzabile ho presentato domanda di pensione il 02/11/2017 (giorno dei morti ndr)” e qui mi si accende il led in fronte: l’indennità NASPI viene erogata dopo la fruizione, viceversa la pensione viene erogata all’inizio del periodo di diritto, pertanto mi automedico rinviando il momento della mia comunicazione a prima che possa essere indennizzato il mese corrente, maturando così degli arretrati con i relativi interessi di Legge.

Sconsolato capisco anche che il controllo incrociato da parte dell’INPS tra chi percepisce un’indennità che non può sommarsi alla pensione, avvenga già e non manca la stringa condizionante nel programma.

Resta il dubbio sul perché debba essere io a dovere comunicare all’INPS qualcosa che l’Istituto sa già, e da cosa derivi la scelta di non bloccare l’indennità al posto della pensione.

Giustizia fai da te

CSC_0069Vedendo il cartello attaccato all’ingresso di quella casa dall’apparenza rispettabile, i pensieri che sono affiorati nella mia testa sono stati tanti. La prima considerazione è stata che i poveretti che abitano in quella casa devono averne subite così tante  da scegliere di dotarsi di cani feroci e fucili a ripetizione, come quelli abbozzati nel cartello della foto. Non è da escludere che ci sia anche un sistema di allarme, perchè i cani non hanno un senso del tempo scandito dagli orologi: mangiano e dormono senza rispettare turni, se mangia uno mangiano tutti e se dorme uno gli altri lo seguono, e i padroni non possono coprire le 24 ore per 365 giorni all’anno. Il sistema d’allarme sarà collegato con il centralino di un istituto di guardie private o confidano nel fatto che chi sente l’allarme solidarizzi con i padroni di casa e chiami le forze dell’ordine? I dubbi suscitati sono più di uno. Il primo è che uno che non si fida del prossimo non può affidarsi alla sua collaborazione, il secondo è che l’avviso possa essere rivolto proprio contro le forze dell’ordine, come ad esempio la Guardia di Finanza, e non solo per proteggere i propri beni ma anche il malaffare, da chi supera i confini catastali.

Intanto in Parlamento si sta discutendo una legge che dovrebbe consentire l’uccisione degli intrusi se ci si sente in pericolo, e qualcun’altro sta raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare di peggior tenore. Mi chiedo a questo punto se sia normale che una persona possa uccidere senza subire un processo. Perchè il punto non è tanto la difesa personale che è un diritto già sancito dalle leggi, ma il diritto d’offesa da esercitare impunemente, regolato solo dal livello di colesterolo (e d’idiozia) presente nel sangue.

Ma la pena di morte non era stata eliminata dal nostro ordinamento giuridico?

La concorrenza dei Centri Commerciali

DSC_0119Sono tanti i negozi che han chiuso negli ultimi anni. Erano luoghi d’incontro per la domanda e l’offerta di beni, hanno spento le luci delle vetrine come fossero stelle che svaniscono al sopraggiungere del giorno. La differenza è che le stelle riemergono e con l’avanzare del buio tornano a splendere, invece le vetrine una volta staccata la corrente non si illumineranno più e non cancelleranno lo squallore dei marciapiedi.

Tutto sembra si sia traferito nei Centri Commerciali, un “non luogo” per eccellenza, posti senza storia, dove le persone non s’incontrano ma si sfiorano scansandosi a vicenda, anonime le une alle altre,  selvaggina per i cacciatori di clienti che a loro volta si sentono cacciatori d’affari. Si aggirano in corridoi di finto marmo respirando odori da bar e cibo di strada (o corridoio). Aromi ripuliti e ricicla dagli impianti aeraulici che puliscono l’aria (si spera) e mantengono la temperatura costante.

I centri commerciali hanno preso il posto dei negozi di strada attirando una clientela che può, che vuole o che pensa di poter spendere, che considera la moneta un bene fuggevole e gli oggetti, le cose, l’unico bene tangibile. Nell’impoverimento generale ci si scopre cacciatori alla ricerca di tane. Tane ricche di selvaggina e facili da raggiungere, che non richiedono un grande dispendio di tempo e tanto meno gli effetti collaterali delle frustazioni.

Il centro commerciale è una foresta con le vetritane e i prezzi della selvaggina a vista. Il braccio dei clienti cacciatori-raccoglitori non si sposta lungo il calcio di un fucile, la mano non tende la corda di un arco,  scorre mentalmente verso la tasca posteriore dei pantaloni, al petto della giacca o alla borsetta e calcola quante cartucce o cartamoneta potrà spendere o trasferire dal proprio conto a quello di un fantasma vestito in srl o in spa, i nuovi tessuti sociali in cui si insaccano carta colorata, carte di debito con PIN e carte di credito con firma.

Che squallore la foresta del Centro Commerciale, e quanta nostalgia del negoziante che  accoglieva nel bosco cittadino di negozi senza musica distraente e con l’odore tipico delle merci in vendita.

 Nota: nel 1973 i Genesis pubblicarono Selling Englan by the pound (“Vendendo l’Inghilterra per un pound”) denunciando attraverso una metafora come i centri storici si andassero svuotando di abitazioni e persone, riempendoli di uffici e sportelli bancari.