I castagni di Averara

Invidio un poco i castagni di Averara (Alta Val Brembana) che con la loro inamovibilità secolare han visto attraversare le strade del tempo dagli eventi che ne han segnato il tratto.

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A me passante fuggevole non rimane altro che immaginare facciate ricche di affreschi, portici brulicanti di genti e merci, mentre intorno bruciavano le fascine per ricavare calce dai sassi della valle.

 

E quelle strane scale che si arrampicano ad intreccio sulla facciata esterna di un palazzo, rimandano a dei vicini estinti da un pezzo e non graditi. Chissà se erano solo orsi quelli che si voleva tenere lontani, un sistema di scale così concepito serviva di certo per proteggere il sonno dai predatori umani.

 

(cliccare sulle slide per ingrandire e scorrere le immagini).

Angelo Antronaco: un pittore fotografico

Quando si vedono delle foto emozionanti e profondamente belle, per chi si diletta come me a far fotografie, verrebbe voglia di appendere al chiodo la macchina fotografica e dedicarsi ad altro. Cosa dire delle opere di Angelo Antronaco? Di sicuro un gran bene. Sino ad oggi le sue foto le avevo viste solo su  delle riviste, vederle dal vivo ogni immagine nelle sue elaborazioni trasmette con il cuore ed il cervello sprigionando emozioni paragonabili solo a quelle che certi quadri sanno dare. Per capire o avere un’idea di cosa parlo basta cliccare sul suo nome e visitare il suo sito. Le sue fotografie sono dei dipinti fotografici. Mi avevano catturato già le poche immagini pubbicate in un post da Loredana Celano (altra pittrice fotografica di cui avevo parlato qui) e quelle viste sul sito di Angelo Antronaco, ma il vederle esposte nella dimensione ideale  è stata davvero un’impressionante esperienza visiva.

Questa  la locandina dell’esposizione: 17626387_10211792033503682_2587387574682991678_nE queste sono due immagini scaricate da un post di Loredana Celano, in cui l’autore è insieme ad alcune sue opere (cliccandoci sopra si aprono in slide)

Per chi vive nelle vicinanze di Milano o vi si troverà a passare, segnalo anche la mostra che si terrà dal 4 maggio al 17 maggio al Fine Art Lab di Viale Toscana 13 a Milano in cui Angelo e Loredana esporrano le immagini di un loro reportage all’Accademia di Belle Arti di Venezia.

La colpa degli innocenti

Mi sono imbattuto nei due libri di cui parlo in questo post, nell’estate appena trascorsa. Mi sono stati offerti da un vicino di casa nonchè marito dell’autrice. Non sapevo che la signora Leba scrivesse, e per giunta bene. Avevo accettato i libri malgrado non fossi sicuro di  leggerli, ne avevo con me altri che, avendo tempo libero a disposizione, avrei voluto finire. La curiosità però ha avuto il sopravvento e visto che zodiacalmente sono un felino ho cominciato a sbirciare “Verginità rapite”. L’appassionata narrazione mi ha catturato, le vicissitudini della giovane protagonista Mira, una ragazza quindicenne costretta a nascondere nel silenzio le violenze subite ad opera di un rappresentante politico  che sfrutta per i suoi beceri fini il regime dittatoriale in voga nell’Albania di Hoxha, mi ha appassionato. Mi ha riportato un pò alle pagine dei “Mille splendidi soli” di K.Hosseini, ma questa volta la voce narrante è di donna, la razionale emotività femminile domina ed è composta di silenzi pensanti, come quello che Mira sceglie per proteggere se e la sua povera famiglia da ritorsioni, instillando nel lettore la domanda che la confonde, ovvero se il diritto sia veramente una tutela, specie quando questo diritto è l’onda lunga delle antiche regole del Kanun, che vede la donna soggetto sociale passivo e secondario. Codice che torna ancora più marcato nel secondo libro che già nel titolo rivendica un diritto negato, “I bambini non hanno mai colpe” un triller sociale in cui è chiaro l’invito al sovvertimento dell’etica Kanun e del suo diritto di sangue, il cui mancato esercizio determina l’emarginazione sociale ma il suo esercizio ha costretto negli anni scorsi a vivere barricati tra le mura domestiche migliaia di bambini ed adulti, (una testimonianza è un bell’articolo di Ettore Mo di sei anni fa), una piaga sociale che impediva ad una società di evolversi nella giusta maniera, nel momento in cui ai bambini veniva impedito anche di andare a scuola. In questa strenua lotta di vita e di morte a volte erano gli insegnanti che si recavano nelle case prigioni.

Ismete Semalnaj Leba non vuole cancellare il passato, ha un futuro da costruire, lo ha fatto scrivendo due libri, entrambi con una trama ricca e sorprendente, in cui i suoi personaggi, tra i tormenti e le gioie della vita,  ci raccontano l’Albania dell’ultimo mezzo secolo, con il passaggio dal comunismo di Hoxha ai giorni nostri non dimenticando nulla, due narrazioni ai margini della storia con dentro l’emozione di chi la storia l’ha vissuta.

niggaRadio: il sud è sempre più blues

Cattura

Ieri mattina un avviso su fb annunciava la pubblicazione del nuovo album dei NiggaRadio. Da qualche tempo seguo il sound della band siciliana. Il titolo del disco “FolkBluesTecno’n’Roll…e altre musiche primitive per domani” sembra ammassare tanto materiale, ma appena inizia l’ascolto dei brani si sente la scossa di un’energica vibrata. è il background del luogo dove il gruppo opera, Catania, solidamente instabile.

Il primo brano, “U me dirittu” si annuncia con il suono archeologico industriale di una sirena che chiama al lavoro, suono che continua in sottofondo per tutto il brano mentre il canto ribadisce questo diritto negato (il lavoro per l’uomo) che quando c’è (il lavoro) nega il diritto di essere (uomo) per diventare macchina che produce reddito. Il secondo brano Messinregola) si richiama ancora al lavoro e alla precarietà che esercita, i suoni tecno vengono tenuti sotto controllo dalla voce della brava cantante. Il successivo Rema è un blues vogatore. Rema in dialetto è l’atto di remare ma al tempo stesso nel tratto di mare tra Messina e Catania è il flusso delle correnti di due mari che s’incontrano.
“U balcuni i l’cantu” l’ho percepita come una serenata tecnoblues  alla rovescia, dove la voce dal balcone insegue il lamento del cuore e della mente incarnati dal pianto della chitarra che, suonata sul ponte inferiore dell’attaccatura delle corde, produce un suono che profuma di deserti sahariani.
Può un maranzano sposarsi con il rock? Se è il suono distorno di una chitarra si. “Cantò” è un canto di liberazione, un ritmo cadenzato dalla ragion d’essere.
Piacevole brano “A fera”, la fiera di paese o il mercato di città in cui le voci si mescolano ai suoni restando distinte..
In conclusione, i generi sono ben miscelati  il suono va oltre la fusione dei quattro stili musicali. Non so quanto consapevolmente o meno, ragionato e studiato, l’insieme che si sviluppa è figlio delle diverse culture che si affacciano sul Lago Mediterraneo, dove le colonne d’Ercole filtrano i suoni prodotti oltreoceano. C’è un pizzico di Africa nelle geometrie ritmiche, c’è il blues delle piantagioni di cotone, c’è il rock metropolitano e la musica sintetica della tecno, ma sopratutto c’è la Sicilia che impresta una lingua dialettale che si mostra duttile. Lingua che parte dalle piazze e finisce nei quotidiani rimbotti etnei. E c’è tanto blues accarezzato dal suono della chitarra, ora distorta e all’occorrena chiocciante (l’amato effetto wha-wha). I testi sono delle grida, grida di riscatto da un ruolo assecondante lo status quo che vacilla.
I brani ascoltati li ho trovati all’indirizzo web Rock.it.
Il web è fatto di cose sintetiche, in senso di sintesi, percò non mi dilungo troppo, consiglio un buon ascolto di quest’album. Con dei doppiclick sui link interni del sito di Rock.it  si accede anche ad altre informazioni, oltre che ai testi con relativa traduzione.

https://youtu.be/Xnm4-0c16HE

La musica del circo sale sul palco con i Figli di Madre Ignota

Una tiepida sera d’estate da riempire con un poco di musica. Scartati richiami altisonanti come Morgan (chi?) al Filagosto, e il Power Sound Festival dell’orobico Ubiale, in cui due sere fa ho vissuto il tripudio di un enorme successo agli autoctoni Folk Stone, approdo al Parco Rock di Ghisalba (altra cittadina della bassa pianura bergamasca). Poca gente. Tanti son partiti per le ferie mettendosi in coda all’aeroporto, o visti i richiami del circondario, hanno scelto altri lidi musicali. Ma gli artisti sul palco suonano e sanno suonare.  Già il nome Figli di Madre Ignota, annunciato sui manifesti con l’acronimo FDMI (e una grafica che ricorda Rino Gaetano), richiama alla mente un’allegra comitiva, cosa confermata dal sound. Una loro piccola autobiografia riporta:  “La musica che facciamo assomiglia sciaguratamente alla musica che ci piace: le atmosfere retro’, lo swing e le canzoni rumbate, la musica balcanica, il klezmer e la musica con tanti ottoni dentro. Non sappiamo deciderci, e allora buttiamo tutto dentro un pentolone mischiando tutto a base di surf, ska e, potendo, anche rocksteady. Il nostro live show è una miscela di musica per ballare, show da guardare, …….. è tutto uno spasso.”

La mia prima sensazione è stata quella di ritrovare su un palco la musica del circo, quella eseguita daI clown pluristrumentisti d’altri tempi, gente girovaga che dal Mare Mediterraneo pescava la musica più allegra che fioriva sulle sue sponde, a cui si è unito il ricordo di quella che si improvvisava per strada nel breve periodo in cui ho suonato in banda. Ecco questi sono i FDMI, dei bravi musici che fondono i ritmi balcanici con altre melodie in cui gli ottoni predominano, che invitano il pubblico, anche se sparuto, a partecipare al divertimento usando la testa, perché i versi delle loro canzoni miscelano con l’ironia la vita quotidiana, generando un sound che ricorda una ricetta presa a prestito dalla cucina, in cui gli strumenti sostituiscono gli ingredienti,  il fuoco si alimenta con la voglia di suonare sciogliendo il sale della vita.  

Volti dallo “Spirito del Pianeta”

Come ogni anno si rinnova l’appuntamento a Chiuduno (BG) dove prende vita “Lo Spirito del Pianeta“, una festa della Terra, dei suoi suoni, dei suoi sapori, dei suoi colori che ho cercato di catturare attraverso alcuni dei volti di chi la festa la vive ogni giorno

La magia dell’handpan

Di strumenti musicali ne ho visti e toccati tanti, ho sentito tanti artisti suonarli avvolti nella magia dei suoni. Stasera ho scoperto l’handpan, uno strumento a mano dal suono che ricorda l’arpa. Pare sia stato inventato appena 7 anni fa in Svizzera e gli abbiano dato il semplice nome di Hang, che significa mano.

A farmi scoprire questo strumento è stato  Enz Percus (il suo sito lo si raggiunge cliccando sul nome) un artista di strada che estrae suoni accattivanti da questa pentola a forma di disco volante (52 cm di diametro e 24 cm d’altezza) che a vederla non gli si attribuirebbe un soldo di valore e che racchiude una grande ricchezza di suoni.

Provate a cliccare il video per capire di cosa parlo 

 

La Lotta

L’amico Diego ha raccolto una testimonianza del passato partecipandola al popolo del web, una storia semplice che si legge d’un fiato e lascia attimi di riflessione lunghi come un respiro dopo un’apnea.

 

appunti, semplicemente appunti

frontewebweb

Realizzerò una privata versione cartacea, ma per chi s’attarda in queste mie irrilevanti pagine sul web, è disponibile, ovviamente gratis, scaricabile da qui.

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La grande bellezza di un brutto film

Se un film non ti cattura alle prime immagini, ci puoi mettere il cappello che vuoi per nascondere il grigiore, è inutile quello prima o poi viene fuori.  Vincere un Oscar è la  grande ambizione di attori e registi, specie se si tratta di un premio assegnato nella patria del cinema, fiera delle vanità.

Quando  dopo i primi fotogrammi un film non affascina non vale la pena che si sprechi tempo a stargli davanti. La vista e l’udito ne soffrono, come pure il cervello che è una seconda pancia ed ha bisogno di soddisfacente nutrimento. Ho la sensazione che gli americani, padroni di casa a Hollywood ogni tanto si facciano beffa dell’arte altrui assegnando il loro premio a un film vacuo, inutile e stereotipato. Certo avrà contribuito al suo successo il titolo, nato dalla reminiscenza  della Dolce vita che è diventata la Vita è bella per finire in Grande Bellezza senza passare dal Paradiso. 

Ho abbandonato la visione alla prima pubblicità della Mediaset che, intervenuta dopo circa 30 minuti, non ha spezzato nessuna magia perché non c’era magia. Non credo di perdermi niente a stare a scrivere anziché vedere come va avanti. Di Servillo ho visto film migliori ed emozionanti, sarebbe stato più dignitoso assegnargli il premio alla carriera e non a questo lungometraggio in cui le immagini minimaliste e al tempo stesso colorate fanno a pugni con musiche che cozzano tra di loro su un pentagramma cacofonico. Non c’è un disegno sonoro organico che catturi l’udito, i dialoghi si perdono nel nulla.

Forse come film vuole essere solo una provocazione, era proprio necessaria? Veniamo da vent’anni di accozzaglie sociali che ci hanno sprofondato in un limbo. Di questa grande bellezza ne avrei fatto a meno.

Narcisimo sociale

Lo scorso agosto ero in vacanza in Istria. Anche la Croazia sta vivendo la sua crisi mediterranea in vista dell’adesione all’Euro.

Municipio di Porec
Municipio di Porec

In comune con gli altri paesi del lago Mediterraneo ha il problema del debito pubblico, anche lì innalzeranno pian piano l’età della pensione e limeranno i servizi. In quei giorni di vacanza, mentre voi venivate sculacciati a suon di silviettate (non ricordate più chi è nonno B alla presa con giudici e avvocati?), io leggevo Il giornale locale, La Voce, che riportava poco della vicina Italia (alleluja). I fatti economici salienti anche in Istria erano due: i dati sulla disoccupazione e i propositi della riforma pensionistica; quest’ultima senza i ritmi forneriani a noi imposti sul finire del 2011, mentre la disoccupazione non raggiungeva i livelli parossistici del nostro sud e isole.

Intanto notavo che nel villaggio in cui soggiornavo, gli operatori dei vari servizi erano giovani e tutti croati, lo stesso nei ristoranti e bar in cui mi son fermato, così come gli autisti dei furgoni delle merci e gli operatori ecologici . Insomma una nazione non condizionata dal narcisismo sociale, quello che da noi sta facendo in modo che un’intera generazione venga interdetta al lavoro. Avevo notato la cosa già nelle altre occasioni che ero stato nella regione, questa terza volta (e poi ne è seguita una quarta) ne ho avuto la conferma.

Quando dico narcisismo sociale qui mi riferisco a quello che abbiamo generato noi nati tra il 1948 e il 1960, ovvero abbiamo messo al mondo figli in cui ci si specchia e, a furia di ripetergli “quanto sei bello quanto sei bravo”, i nostri cuccioli stanno ancora in casa a fare lo slalom tra le faccende domestiche di pà e mà, magari claudicanti. La mia generazione ha ucciso il padre (conflitto di edipo) e poi si è a specchiata nei figli (Narciso) sino ad convincerli che tutto gli è dovuto.

Ma oltre il figlio narciso della nostra epoca, esiste un al di la?

A parte Massimo Recalcati, in quanti han pensato al Complesso di Telemaco? Ecco le mie recensioni sono molto anomale, butto un sasso nello stagno lo so. Per saperne di più sul libro, basta cliccare sui collegamenti, se poi vi sta a cuore la visione del vostro futuro, approfondire attraverso il libro non fa male.Catturar