Sconsiderazioni

Risultati immagini per tarkusMettendo da parte tutte le nostre piccole e grandi tribolazioni, se guardiamo il pianeta Terra con gli occhi di un Dio, o con quelle dei potenti riuniti a Davos nelle scorse settimane, possiamo dire che esso oggi conosce una distribuzione della ricchezza, o un’aspettativa di distribuzione della ricchezza, superiore ad ogni epoca storica?

Certamente, ma per affermarlo non bisogna considerare le guerre, il terrorismo, le migrazioni umane o il depauperamento del pianeta come ad  eventi negativi ed evitabili, ma come normali azioni dell’essere umano. Le calamità naturali, per quanto prevedibili e il loro impatto riducibile, rientrano in qualcos’altro, come anche le furberie truffaldine.

Stando alla pura ricchezza planetaria e capovolgendo la visuale, o mettendo le fette di salame sugli occhi, le guerre possono essere viste come atto necessario per la conquista di quel che non si ha, un investimento di risorse umane ed economiche mirate alla conquista attraverso l’omicidio, che è legittimato dallo stato di guerra, il cui scopo ultimo è quello di migliorare le condizioni generali del vincitore. Se non ci fosse nulla da conquistare o da difendere, la guerra sarebbe di per se inutile. Già Guardalaluna, il primate di Odissea 2001, non si sarebbe armato con un osso per il possesso di una pozzanghera.

In quest’ottica capovolta anche il terrorismo religioso manifesta l’aumento della ricchezza globale in quanto assume il ruolo di monito e mezzo necessario per riportare sulla retta via l’umanità ed utilizza mezzi poveri (ma non troppo) con il folle scopo di incitare i popoli, in nome di un Dio a propria immagine e somiglianza, al rifiuto del falso benessere conquistato. In definitiva, combattendolo, questo tipo di terrorismo ammette che il benessere c’è e vuole sostituirlo con un suo ordine morale.

Le migrazioni umane, sempre in questa visione distorta, sono il frutto della mobilità umana che è disposta ad investire tutto quel che possiede, compresa la vita, per raggiumgere un traguardo che altrimenti vedrebbe precluso. I viaggi dei migranti non sono gratuiti e i soldi da qualche parte saltano fuori.

Il depauperameno del pianeta di cui tanto ci lamentiamo è solo un sintomo della diffusa ricchezza, consumare il pianeta è una necessita in quanto è il frutto delle aumentate bocche da sfamare e degli innumerevoli bisogni da soddisfare. Siamo usciti dall’età della pietra non per esaurimento delle pietre ma per l’utilizzo delle nuove tecnologie sviluppate grazie al dono di Prometeo, dalla fucina al reattore nucleare il passo è stato breve e usciremo dall’era del petrolio senza che questo venga esaurito.

Dov’è il problema?

Psiche sociale

Freud ebbe il grande merito di saper riconoscere la psiche umana. Altri ricercatori fissarono i termini di psiche sociale in quanto l’uomo è un essere sociale che entra in relazione con gli altri simili: empatie, simpatie, antipatie, odio, intolleranza e via dicendo, tutte manifestazioni individuali che si ritrovano anche nella vita sociale, vuoi per scacciare le paure, vuoi per difendersi o per offendere. In questo aspetto collettivo dell’individuo, si può ottenere anche una manipolazione psicosociale. Il così è se vi pare di Pirandello, nel mondo attuale viene utilizzato ampiamente.

Non ci sogneremmo mai di mettere a rischio le nostre esistenze e le nostre sicurezze se ci fossero solo delle beghe di confine tra israeliani e palestinesi, ma con una strategia giusta si riesce a far accettare a una buona fetta del pianeta l’idea che gli altri (non importa quali altri) siano dei carnefici, dei terroristi o degli aguzzini, e se gli altri non lo sono, o lo sono diventati grazie ad una manipolazione mirata, fanno di tutto per farli apparire tali, complice l’amplificazione della comunicazione di massa senza veli, in cui la coscienza si ribella ed affida ad internet la rabbia, dimenticando il problema della terra e dell’elemento acqua.

Non penseremmo mai di schierarci per gli ucraini o i russi se non ci fossero mostrati i soprusi che quelli della parte opposta compiono (da che parte non importa) dimenticando il gas ed il petrolio, e non ci ci schiereremmo mai dalla parte del popolo libico, 5 o 6 milioni in un territorio immenso imbevuto di petrolio e tribù,  se non sapessimo dei bombardamenti nelle città e delle proteste sedate nel sangue e di quelli che fuggono via mare e che bussano alla porta di casa.

Così dimentichiamo i monaci tibetani, dimentichiamo la guerra tra Somalia ed Eritrea e tutte quelle che la manipolazione di massa non ci fa vedere, manipolazione tanto più forte quanto più forte è la libertà di parola, come fosse un verbo divino, che trova linfa vitale nel proprio essere, nel proprio pensiero. Verbo e pensiero  che si diffondono senza paura di sbagliare o di essere stati manipolati, riportando per sentito dire, diffondendo immagini dolorose e raccapriccianti in cui qualcuno ha immortalato quello che qualcun altro ha commesso e un altro ha subito.

Qual è la risposta più giusta che posso darmi dopo aver ascoltato tutto quello che il mio pensiero può formulare? Non lo saprò mai sin tanto che accetterò che il mio pensiero sia il frutto del massimo sforzo che posso fare, Umilmente dubito, ergo sum.

equilibrio instabile
equilibrio instabile

… e continuiamo a contare i morti

Nel nostro vivere, nei comportamenti del nostro vivere, come durante e dopo una guerra, commettiamo un errore perpetuo: continuiamo a contare i morti piuttosto che i vivi. Se dopo ogni tragedia voluta dall’homo sapiens  non vedessimo il bicchiere un po’ più vuoto, il nostro rancore di sicuro diminuirebbe. I morti in una guerra alla fin fine servono solo ad alimentare odio, nient’altro, perché pensiamo di essere eterni, ci illudiamo di essere eterni pensando che tutto sia scritto in spermatozoi, ovuli, dna e bibbie varie, non riusciamo a cogliere l’essenza del semplice fatto di vivere.

Oh se contassimo i vivi come sarebbe diverso, rideremmo in faccia a carnefici ed aguzzini: sappiamo sin dalla nascita di dover morire, perché non gioire di essere vivi?  Invece no piangiamo i morti e ne cerchiamo vendetta. I morti in guerra sono necessari per alimentare la guerra successiva, per garantire che altri uomini ubbidiscano all’ordine di imbracciare le armi o di premere un bottone. 

Quando i morti mancano e l’odio diminuisce nel tentativo di scatenare la pace, entrano in ballo i folli, quelli che procurano un dolore nella parte avversa, e anche i folli che se li procurano per risvegliare l’odio della propria parte verso il nemico. Gli arei cominciano a volare basso e a sganciare bombe, perché i saggi e i giusti sanno come vendicarsi, sanno che dall’altra parte conteranno i morti e non i vivi.

Ai morti in guerra si erigono monumenti con tanto di elenco, come se l’anima di chi è stato ammazzato  passasse tutta l’eternità crogiolandosi  a leggere il proprio nome su una lapide. Invece no, ci passano i vivi alimentando il dolore, l’astio e il rancore, e se non si sa di chi siano i resti mortali  trovati in un campo di battaglia, per placare il dolore dei vivi si è inventato il milite ignoto: ignoto a chi, ai vivi o ai morti? Ai vivi, per ricordargli che quello che posseggono lo devono al sacrificio vitale di altri, perciò devono proteggere quel che possiedono.

Eppure basterebbe che ogni monumento ai caduti avesse altri numeri quello dei rimasti in vita e che vogliono continuare a vivere e possibilmente invecchiare, un monumento ai rimasti in vita e che non cadranno nel tranello dell’odio, dell’amor patrio, della terra natia da proteggere, della pancia gonfia e della bocca piena da mantenere sazie.sicilia di febbraio 116