Chi ha la febbre da art. 18?

bretagna 2008 (67)

Ogni tanto ritorna. Dopo Sacconi ci prova Fornero. Ma in effetti cosa c’è dietro l’art. 18 della legge 300/1970, altrimenti nota come Statuto dei Lavoratori?

Fermo restando che i licenziamenti individuali per giusta causa o giustificato motivo sono disciplinati dalla legge 604/1966  e dai contratti di lavoro, il problema nasce quando il licenziamento viene giudicato illegittimo dal giudice e quindi entra in ballo l’art. 18 della L. 300, che gestisce il reintegro del lavoratore licenziato senza il rispetto delle regole civili.

Allo stato attuale il datore di lavoro che non vuole reintegrare il lavoratore, gli offre un’indennità e, fuori dai denti, se il lavoratore non è scemo, accetta i soldi e si cerca un altro posto di lavoro, anche perché sa che l’ambiente di lavoro, qualora fosse effettivamente reintegrato, gli sarebbe ostile. A meno che non si tratti di licenziamento discriminatorio o comunque per una motivazione che coinvolge solidaristicamente gli altri lavoratori dell’azienda. In molti casi i colleghi di lavoro per ribadire un principio sacrosanto, ricorrono anche all’arma estrema dello sciopero.

Questo è quello che accade nel settore privato. Il discorso cambia nell’ambito del settore pubblico, dove il lavoratore in genere viene reintegrato non per un immotivato licenziamento, bensì per vizi di forma. Così accade che mentre il cosiddetto fannullone dell’impresa privata incassa l’indennità e va per la sua strada, l’assenteista, il nulla facente, il perdigiorno alle dipendenze dello Stato, torna al suo posto per accumulare giorni di malattia, a lasciare che le pratiche si accatastino, e mettendo in atto tutti quei piccoli comportamenti degenerati, che fanno tanto angustiare noi fruitori di pubblici servizi. Si aggiunga a queste considerazioni il fatto che il percorso giudiziale in genere è lungo. La rapidità dei processi non è il nostro forte.

Queste cose certamente il ministero non può dirle, sarebbe indelicato, ma le conosciamo tutti. Se su questo siamo un po’ tutti d’accordo, dove le cose non quadrano è sulla necessità di allargare la casistica dei licenziamenti individuali a tutte quelle condizioni che comportano un mutamento della produzione, in soldoni quando un lavoratore non serve più perché è finita la stagione delle angurie, si vuole legittimare che lo si possa mettere alla porta senza aspettare la stagione delle arance (anche se tra una raccolta e l’altra ci stanno l’uva e le olive). Bene allora è chiaro che non va riformato l’art. 18, l’obiettivo è un altro, è la legge 604, ovvero il suo connubio con la legge 300.

Chissà se i nostri parlamentari sanno quello di cui stanno discutendo nelle stanze ministeriali. Di sicuro i giornali ci stanno sguazzando, complice l’ignoranza in materia dei nostri eletti.

Liquidità solida

La notizia di questi giorni, quella che a Cortina da un pezzo si erodano le tasse, oltre al vergognoso schifo comincia a procurarmi qualche ilarità.

E’ bastato che qualche finanziere facesse qualche piccola verifica nel purgatorio fiscale, che gli incassi e il fatturato di qualche negozio e ristorante, schizzassero alle stelle (pazientate, il post sul boom economico del 2012 è in gestazione). Perfezionando un consiglio che ho già espresso in alcuni commenti, per avere una crescita stabile e remunerativa, basterebbe che i ristommercianti  facessero indossare a uno dei commessi o camerieri, un cappellino o una mostrina della Guardia di Finanza, anche finta, tanto tra poco è carnevale..

Per quanto riguarda le auto di lusso, sono un obbligo, non si può andare a Cortina con una Fiat 850 (però Special) se non ci si chiama Popof (bellissimo giro Maniago-Longarone-Cortina-Tramonti-Maniago, 250 km e tutti in un giorno di primavera del 1979).

Ma quante ne ho sentite e lette in questi giorni. Dalle grida d’allarme di sindaci che vedono il pericolo della militarizzazione e criminalizzazione di amene località turistiche, a quelle di giornalisti illustri che chiedono di non demonizzare la ricchezza e la sua esposizione, confondendo il diritto di guadagnare e il dovere di pagare, con il privilegio di pochi autoesonerati. A queste si sono aggiunte le scempiaggini ascoltate in quel programma che viene dopo il TG1 delle 13,00 della domenica, che si chiama Arena, dove un tizio (giornalista? attore? figurante?) affermava che l’evasione delle tasse di chi possiede una Ferrari, serve a mantenere il posto di lavoro agli operai che lavorano nelle fabbriche. Comincia a venirmi il dubbio che queste azioni possano servire anche per dare, a noi costanti contribuenti, un contentino, come per dire “vedi noi li cerchiamo anche nei giorni di festa i parassiti” (gli spot pubblicitari sono a misura d’evasore).

Diceva uno “Mai fisto una cofa fimile a covtina, è disvghustofo”. Mi chiedo se hanno mai visto una retata in periferia e se ne sono rimasti disgustati allo stesso modo. M’è tornata in mente una ballata di Claudio Lolli, provate a seguire il testo, non è affatto anacronistico.

A me francamente domani non viene voglia di andare a lavorare, mi sento oppresso, ho un peso sullo stomaco. Cinque anni di straordinario per arrivare alla pensione.  La mia corporazione non ha voce, non ha fiato, non esiste nemmeno, è quella dei lavoratori dipendenti che pagano tutto. Non è potente come quella dei farmacisti che alza le barricate, anzi minaccia di abbassare le saracinesche, contro la vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie, mentre le farmacie vendono indumenti e calzature. Magari saranno anche taumaturgici, ma di certo non farmaci. Ma una legge dello stato lo prevede e va bene.

O come quella dei benzinai che si oppongono alla riduzione delle pompe, per far diminuire i costi di distribuzione. O  quella dei tassisti che non vuole la liberalizzazione delle licenze. Gliene daranno una omaggio da vendere al mercato nero.  Tutti uniti con una solidità tipicamente corporativa.

Dall’altra tutti a spingere per liquefare i beni dello stato, per liberalizzare tutto quello che fa gola. Poi i risultati con la privatizzazione del gas, delle ferrovie, delle autostrade e degli acquedotti son sotto i nostri occhi.