Coralli di ghiaccio

Il grande freddo di questi giorni ha riportato la galaverna (o calaverna) con i suoi ricami di ghiaccio. Giorni fa, durante un’escursione al Monte Palanzone, collocato tra Como e Lecco, più che il panorama ho fotografato la gelata bianca che copriva ogni cosa. Avrei quasi la tentazione di trasformare in bianco e nero alcune foto, ma credo siano suggestive già così, anche perchè si distingue meglio l’assenza di neve.                                 monte-palanzone-11-gennaio-2017

Chi desidera vedere le 60 sfumature di ghiacchio a dimensione normale, basta che clicchi su questo link ed accede alla cartella  https://goo.gl/photos/sBHLcsDahF4StyPA9

VACCINAZIONI

Quel mattino di 55 anni fa avevo la tremarella, era la mia prima vaccinazione. Avevo notato da tempo che sulla spalla destra dei grandi c’era un disegno sferico che sembrava un sole con tanto di raggi, a quasi tutti avevo chiesto cosa fosse, era il segno della vaccinazione contro il vaiolo. Ricordo uno zio con la faccia tutta butterara da crateri, aveva avuto il vaiolo da piccolo, era lo zio che mi faceva più ridere con le sue battute. Mi chiedevo se il vaiolo fosse veramente qualcosa di grave visto che  le persone che lo avevano contratto erano allegre.

Ma che quel mattino nell’ambulatorio medico io avevo mal di pancia. Di li a poco sarei andato a scuola, lo ricordo bene, le mie gambe e le braccia avevavo la pelle rattrappita di brividi, la pancia doleva di crampi ma non dovevo andare in bagno e quando il dottore, con un pennino, mi fece l’incisione sulla spalla, girai la testa dalla parte opposta strizzando gli occhi. Poi per giorni l’incisione fu coperta da un cerotto, non potevo fare il bagno al mare e quando il cerotto fu tolto c’era una piccola traccia rosea, era piccina piccina, non come quella degli zii o di pà e mà: chissa se sarebbe stata efficace lo stesso.

Qualche anno dopo a scuola fui vaccinato contro la poliomelite, non dovetti togliere il grembiule e tantomeno la maglietta, niente mal di pancia, il vaccino antipolio veniva somministrato su una zolletta di zucchero dove disegnava un piccolo alone rosa. Sangue di scimmia diceva qualcuno, ma Salvatore e Pippo non fecero la vaccinazione, zoppicavano entrambi e uno,  credo Pippo, portava gli apparecchi e si muoveva a scatti. Gli apparecchi più avanti avrei saputo che si chiamano tutori.

Tra una vacanza scolastica e l’altra, in quei primi anni di scuola, capitava anche di andare a trovare a casa qualche bimbo che aveva contratto la rosolia, la varicella o il morbillo. Non era una visita di cortesia vera e propria, serviva per evitare di perdere giorni di scuola: meglio contrarre le malattie esantematiche e immunizzarsi  durante le vacanze che non a ottobre o novembre.

Queste ultime erano delle arcaiche vaccinazioni, una pratica delle campagne dove si allevano le mucche, difatti il termine vaccino deriva proprio da vacca e fu il riconoscimento di Pasteur alle ricerche e agli studi del medico inglese Edward Jenner che focalizzò la relazione tra i contadini, che avevano contratto il vaiolo bovino durante la mungitura delle mucche, e il fatto che superata la malattia non si ammalavano della variante umana del vaiolo. Jenner  nel maggio del 1796 iniettò del materiale preso da una pustola di vaiolo bovino contratto da una giovane donna, ad un ragazzo di 8 anni. Dopo alcuni mesi il ragazzo venne nuovamente inoculato quest’ultima volta con il vaiolo umano, ma non successe nulla. Jenner giunse alla conclusione che qualcosa nel corpo del ragazzo lo preservasse dal contagio, anche se non seppe identificare cosa, con precisione. Da notare che già Tucidide nel 429 a.C. aveva notato come la peste non colpiva una seconda volta chi ne fosse guarito.

Ogni tanto girano notizie demonizzanti sulle vaccinazioni, come fossero basi di contagio e non di prevenzione, rimettere i piedi per terra e riconoscere alla medicina alcuni meriti sarebbe buona cosa, specie quando si tratta di prevenire le epidemie.

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L’inutile fatica di distruggere

Ogni cuore pulsa e distribuisce sangue a tutto il corpo. Se una coronaria interrompe il suo flusso, il cuore subisce un trauma che può essere letale se non si interviene in tempo, nella maggior parte dei casi basta uno stent, qualche anticogulante, ed il cuore continua a battere.
Come per il corpo, nella complessa società odierna ognuno di noi rappresenta un’arteria, una vena, una coronaria o un capillare. Un trombo può colpire senza dare traumi estremi al cuore del sistema. Se solo fosse consapevole di questo, un attentatore terrorista capirebbe l’inutilità del proprio gesto. E forse lo sa, perchè il fine ultimo per l’attentatore, giudice e carnefice, non è la vittoria finale ma l’illusione che la sua azione possa dare modo alle vittime di redimersi. C’è da chiedersi chi siano le vittime da redimere in un’azione terroristica: vittima è chi rimane ucciso o ferito o tutti i testimoni diretti e indiretti?. Se come si pensa dietro ci sia il dettame oppiaceo di una fede religiosa, le vittime non hanno possibilità di redimersi, invece i sopravvissuti secondo la follia terroristica ricevono una lezione, in fondo è la stessa caratteristica dei sistemi che applicano la pena di morte verso chi commette un reato, riassumible nel detto colpirne uno per educarne cento. Indubbiamente per il fantomatico Stato Islamico siamo tutti colpevoli e per i suoi accoliti dobbiamo essere redenti, attraverso le loro insane azioni ci offrono una possibilità attraverso la morte e la sofferenza collettiva. E’ veramente così? Forse anche no se in questi anni abbiamo rinunciato a pezzi di libertà (come l’identificazione nei luoghi affollati) e abbiamo anche accettato di sottoporci ai controlli radiologici dei metal detector, in nome della sicurezza e, cosa più importante, abbiamo rinunciato a risorse economiche altrimenti spendibili, per dirottarle nella difesa collettiva.
Oggi all’ora di pranzo il telegiornale snocciolava le cifre degli incidenti stradali del 2015 contando circa 1650 persone decedute, meno della metà del 2014 (furono 3381) ed un quarto rispetto al 2001 (7096), da sapere anche che la Francia ha più incidenti mortali di noi e la Germania ci segue a ruota nella classifica europea. Malgrado le vittime di terrorismo siano di gran lunga inferiori a quelle della strada, a queste ultime siamo meno sensibili. Sappiamo che le possibilità di essere coinvolti in un incidente stradale mortale sono molto alte, ma alla fine riusciamo comunque a metterci in coda per un pieno e ci incolonniamo per raggiungere una meta. Altrettanto realisticamnte però la nuova auto preferiamo abbia il sistema di frenata antibloccaggio (ABS), gli airbag sopra sotto e di lato, e perchè no, anche il radar anticollisione. Forse il terrorismo ha finito la sua spinta propulsiva, non è servito a nulla e diciamoglielo a questi fanatici bardati di nero, i loro attentati fanno meno morti di un’autostrada, è da poco passato il Natale e noi pensiamo già alla nostra prossima vacanza.
Ma lo scopo del terrorismo non è quello di redimere o punire, il vero scopo è la provocazione. Nei secoli scorsi le guerre sono state spesso provocate  da attentati terroristici, oggi sento soffiare lo stesso vento che c’è nei libri di storia. Analizzando il fenomeno dal punto di vista contingente è evidente un legame tra elezioni e azioni terroristiche (Francia e Germania) e comunque sempre la dove le forze di destra, sempre pronte ad imbracciar le armi (Turchia) sono più forti (Israele) o in ascesa, fomentando così il demone della paura il cui fine è uno stato di guerra.

Un Capodanno particolare (a Bergamo)

Chi pensa che i bergamaschi siano degli “orsi”  non ha che da vivere una festa di piazza in loro compagnia.

Quella del Capodanno appena trascorso ne è una prova anche se nelle immagini mancano i suoni, l’allegria che vi si respira è tangibile.

C’è da  dire che tutto è iniziato con una sprogrammazione del canonico veglione con cenone e abbondanti fette di noia annegata in calici frizzanti. Bhe c’è sempre una prima volta e visto il risultato non sarà l’utima.

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Buon 2017 a tutti gli amici del blog 🙂

 

IN NOME DEL POPOLO SOVRA-NO

“….La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. ” Queste sono le parole scolpite nel primo articolo della nostra Carta Costituzionale. Quello di cui non si rende conto il popolo sovrano, è che l’esercizio della sovranità comporta anche responsabilità, ma il popolo sovrano è anonimo, può essere anche causa di errore irresponsabile. E’ proprio confidando in questa sua capacità di errore senza responsabilità, che chi è legittimato a legiferare ogni tanto gli affida il compito decisionale.

In questi giorni è un bombardamento continuo di NO al referendum, manifestazioni oceaniche (a detta degli organizzatori) in cui sembra che il 75% dei parlamentari fosse geneticamente contrario alle Riforme Costituzionali. Ma dov’era quel 75% che oggi chiama all’adunata nelle piazze nei giorni del voto? Erano assenti? Erano distratti? O facevano i pesci in barile, in attesa che i tempi fossero maturi per trovare argomentazioni politiche e filosofiche per avallare il NO indecisionista?

Poi ci sono quelli che in Parlamento si sono espressi a favore e ora sono diventati contrari. Lo han fatto per istinto di sopravvivenza, a protezione di una qualche loro posizione di comodo allora e oggi si schierano per il NO cercando di mantenere le cadreghe? Certo che, senza i 365 posti a sedere del Senato, molte di quelle poltrone occupate alla Camera verrebbero contese dagli sfrattati.

Renzi non sarà simpatico, a me da anche un fastidio epidermico, ma fa senso sentire le argomentazioni di quella parte dello schieramento del NO, che al contempo dice peste e corna dei politici e poi è contro la soppressione del sistema bicamerale paritario (forte ridimensionamento del Senato), delle Provincie e del gerontocratico CNEL. Trovo sia da masochisti denunciare le sanità regionali malate, le infrastrutture regionali eterogenee e poi essere contrari a riportarne la centralità allo Stato.

Penso che con la vittoria del NO andrà a finire come è sempre avvenuto, ovvero tante chiacchiere e nessun cambiamento, così il giorno dopo tutti a sputare addosso ai costi delle macchina Istituzionale, al suo funzionamento intermittente e dispersivo, a lamentarci che in alcune Regioni si muore più di altre, a lagnarci delle infrastrutture vetuste (se esistenti) al sud e delle pale eoliche piazzate dove meglio aggrada ai governatori regionali di ogni latitudine, senza alcun vantaggio per il popolo sovrano (e piagnone).

(La foto sotto l’ho scattata qualche anno fa e già allora mi chiedevo cosa ci facesse una giostra sotto il Palazzaccio sede della Corte Costituzionale).           1-DSC_1196

Pontificare al tempo dei muri

La riva calabrese vista da Ganzirri appare vicina, molto vicina. Chissà se è stata una visione simile che, in questo tempo in cui l’€uropa costruisce muri, ha fatto tornare in auge la pontificazione dello dello Stretto. Certo non è la stessa vista che si godeva 50 anni fa, quando in quei lidi tentavo d’imparare a nuotare e l’Aspromonte appariva interamente coperto di alberi bruciati negli anni. Di ripiantumazione nemmeno si parla, un ponte potrebbe distogliere lo sguardo dai ricordi.

San Marco d’Alunzio

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(Cliccando su questo link: https://goo.gl/photos/HKpq3J7xS4pwytzF8 , si accede alla cartella)

L’antico paese di San Marco d’Alunzio in provincia di Messina, collocato su una delle colline dei Nebrodi a 548 slm, accoglie il viaggiatore su una terrazza: una delle sue piazze che accarezza la vista con le Isole Eolie e della sinuosa costa tirrenica siciliana, da Capo d’Orlando a fin dove il confine provinciale sfuma.

Invitante per la frescura che promette nelle sere d’estate, si annuncia a chi lo visita con un bassorilievo che mostra la sua antica essenza. Tra i suoi vicoli stretti collegati da scalette, i suoi 2100 abitanti (che eran 3500 negli anni ’60) dispongono di ben ventidue chiese, quattro musei, quattro biblioteche, un tempio greco del IV secolo a.C. dedicato ad Ercole e trasformato dai normanni in chiesa cristiana, un monastero Benedettino, un convento dei Frati Cappuccini e i ruderi del castello normanno. Su ogni pietra antica, o recuperata all’uopo, predomina il rosso delle pietre di marmo autoctono.

Anni fa un’anziana donna mi cantò una canzone dialettale che esaltava i profumi e i colori del borgo, con ogni probabilità cantava le rime di quei versi a tutti i turisti che passavano da quei vicoli strappati alla storia e che allora venivano ricuperati pietra dopo pietra. Quell’anziana donna, magari considerata stramba, era una guida tattile olfattiva che ormai s’è persa nel tempo che riaffiora, cullato dalle onde del vento che trasporta gli aromi dal mare ai monti, dove i pastori curavan le greggi.

“Ignavi raggiri”*

Sulla scia degli strilli di cronaca riguardanti la precaria giunta comunale di Roma, stamattina mi è tornato in mente il fatto che nel giugno del 1993 s’insediò a Milano, che quanto a dimensioni può reggere il confronto con Roma, la giunta leghista di Marco Formentini. Il confronto mi appare naturale per molti punti di paragone, primo fra tutti il fatto che era la prima volta che la Lega conquistava un comune di grandi dimensioni. La Lega allora era alle prime armi come oggi il M5S, la differenza era che moli suoi uomini masticavano il politichese, e qualche idea di governo l’avevano. A Milano l’ondata di “mani pulite” nella tangentopoli del ’91 faceva ancora sentire i suoi effetti, allora come l’altro ieri a Roma per “mafia capitale” e sempre oggi a Roma come allora a Milano milioni di elettori han fatto confluire i propri voti in una lista che annunciava dei cambiamenti. La Milano di quel periodo la ricordo come una città spenta, senza entusiasmo. L’amministrazione della Lega tenne in stallo per anni gli investimenti e forse la Lega ha avuto pochi indagati (riferendosi a quell’evento e a quel periodo) perchè tenne stretti i cordoni della borsa e furono pochi i rifacimenti infrastrutturali a cui han fatto eco pochi effetti collaterali.

Formentini non si trovò nelle difficoltà che incontra oggi la sindaco Raggi per il semplice fatto che il M5S non ha nessuna capacità di gestire la politica, non riconosce alla politica il peso che ha, vi si contrappone in forma totalmente anarchica, mentre la politica è fatta di alleanze, anche impossibili. Tanto più grande è il mare da navigare tanto maggiori le difficoltà che avranno le piccole barchette in cerca di una guida. Una cosa è attraversare lo Stretto di Messina a nuoto, un’altra governare un transatlantico. Si possono fare pure i saltelli e gli inchini che si vuole, ma se non si ha una profonda conoscenza del rischio e del fondale, anche la Concordia affonda. Se proprio Grillo & C dovevano fare una prova di galleggiamento dovevano cominciare a valutare le onde di un lago e non quelle dell’oceano.

*: il titolo è un anagramma trovato/ideato da Franco Muzzioli.

Randazzo

DSC_0403-001Da tempo desideravo fare una sosta a Randazzo. Il nome della città è rimbombato nelle nostre orecchie grazie a quel  Dott. Randazzo che investigava sullo stato di salute di Dante/Roberto Benigni nel film Jonny Stecchino (cliccando qui si visiona uno spezzone del film per chi non lo ha visto o non lo ricorda), ma anche per le varie volte che l’abitato di Randazzo è stato minacciato dalle colate laviche dell’Etna, difatti per poter raggiungere le pendici del vulcano provenendo dalla costa siciliana che si affaccia sul Mar Tirreno, bisogna passare per la città etnea. Calcolati per bene i tempi di percorrenza che si aggirano su una media di 40 km orari, vuoi per la tortuosità delle strade, vuoi per l’attraversamento di tante cittadine, partento alle 9,00 del mattino vi sarei giunto per l’ora di pranzo. Così è stato, 60 km in quasi 2 ore passando per Capo d’Orlando, Naso, Ucria, Floresta, Favoscuro, Santa Domenica Vittoria e infine Randazzo. Visto che anche il buon Dio al settimo giorno si riposò, io dopo aver attraversato 6 cittadine non potevo non sostare nella settima anche perchè erano le 11 passate e presto sarebbe stata ora di pranzo. Ma al sud non si pranza a mezzogiorno, di norma mai prima delle 13,00 e se proprio vuoi darti un tono prendi posto a tavola alle  14,00. Insomma ho trovato il tempo per scattare qualche foto alle belle architetture della città. Un’immagine in particolare mi ha colpito ed è stata l’ultima che ho scattato prima di proseguire per la mia meta e che ho messo a presentazione di questo post. E’ una vecchia costruzione in mezzo a tante altre più recenti. Finestre e porte non ci sono più, ad eccezione di una serie di tavole di legno che ne impediscono l’accesso. Sul palo a sinistra, che serve per trasportare le reti elettriche e telefoniche, c’è un aggeggio che sembra una telecamera che porta a pensare che oltre le pareti di facciata ci sia un cortile, la finestra senza infissi  non mostra un interno buio. Con questultima immagine, cliccando sulla quale si accede alla cartella, dopo un pranzo veloce a base di arancine e mozzarelle in carrozza, come solo in provincia di Catania e Messina sanno fare, ho proseguito il mio viaggio alle pendici dell’Etna. Peccato che la funivia fosse ferma, la prossima volta dovrò informarmi meglio per sapere se il servizio viene effettuato, ovvero conoscere quando ha inizio la stagione turistica con le attività relative.

 

 

 

Turbo-lenti Raggi di sole

Nei corsi di formazione dei menagement aziendali viene raccontata una storiella che quasi tutti ormai conoscono. E’ quella del professore che sale sulla cattedra, vi pone un vaso di vetro e poi lo riempie di sassi. Alla fine dell’operazione guarda l’aula e chiede agli studenti se il vaso è pieno. Alla risposta affermativa corale pone sul tavolo un sacchetto di sassi più piccoli e scuotendo il vaso li versa e chiede se a questo punto il vaso e peno. Ennesima corale risposta affermativa come la volta successiva in cui versa dei sassolini. Infine versa della sabbia che riempie tutti gli spazi. A questo punto il vaso è veramente pieno ed il professore chiede agli studenti quale sia la conclusione da trarre. Chiaramente non è quella esposta dai più e che nessuno osa formulare. La risposta viene fornita direttamente dal docente il quale spiega che per riempire adeguatamente ogni spazio avendo a disposizione soggetti diversi per forma e peso prima occorre far entrare i sassi più grossi e successivamnte quelli di più piccole dimensioni.

Se la Raggi avesse conosciuto questa storiella forse sarebbe in una situazione meno sgradevole. Le strade le puliscono i netturbini o operatori ecologici, ma se non ci sono le teste che decidono come quando e con chi fare le cose anche la semplice raccolta dei rifiuti va in tilt, figurarsi il resto. Ne sa qualcosa Masaniello.