Contest/azione

Ci sono parole prese a prestito agli anglosassoni che nella nostra radice linguistica significano un altra cosa, parole come contest, che perdono significato e detesto. Ma che cosa costerebbe dire gara, concorso o competizione? No si usa contest, forse ci si vergogna di dire che si fa a gara o che si compete? E allora io contesto, non mi piace gareggiare e tanto meno competere, ma contestare si che mi piace :) .

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Treviglio: Basilica di San Martino

Questa mattina trovandomi a passeggiare per le vie di Treviglio, vie arricchite dall’esposizione del mercatino mensile, in una giornata soleggiata, ho volto il primo sguardo alla basilica attraverso una visione diversa, quella di uno specchio esposto in una delle tante bancarelle. Uno sguardo che una volta a casa mi ha portato ad iniziare un’esplorazione portandomi a conoscere Bernardo e Bernardino (Zenale il primo e Butinone il secondo) due artisti che per vent’anni, tra il 1485 e il 1505 lavorarono insieme ad un’opera, un polittico, ovvero una pala d’altare in cui sono messi insieme singoli pannelli racchiusi in una cornice per dare all’insieme una struttura architettonica. Per saperne e vederne di più basta cliccare qui, c’è molto di più di quel che potrei dire io attraverso delle semplici immagini catturate nella basilica.

Buon ottomarzo

Ogni anno a questa giornata ho dedicato una pagina, quest’anno non può essere da meno. Finalmente ho scaricato le foto dalla macchina, immagini di boccioli in un anticipo di primavera. L’otto marzo è una data importante, segna il rapporto di convivenza tra due generi diversi due mondi diversi quello maschile e quello femminile, me ne accorgo ancora di più in questi giorni che mi vedono ad impacchettare 35 anni di oggetti che hanno condito la vita di coppia: cose mie inutili per lei, cose sue inutili per me, ognuna però con la peculiare proprietà di trasmettere all’altro un segno, un desiderio e un sogno.

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Fontaney nella luce di fine febbraio

E’ un mese che non pubblico nulla sul blog, se faccio il confronto con gli scorsi anni sono rimasto proprio improduttivo. Negli ultimi anni in febbraio ho sempre avuto modo di starmene al calduccio a casa per smaltire qualche influenza, quest’anno niente, si vede che stare spesso all’aria aperta fa bene. Così facendo ho poco tempo da dedicare al blog per eccesso di attività vuoi lavorativa ma anche di impegni nel tempo libero, quindi mi limito a passare a trovare qualcuno dei blog amici e per non far impensierire nessuno, lascio una foto dell’ultima escursione in ambiente invernale. Una scelta frettolosa ma doverosa. Cliccando sulla foto si apre il link all’album su skydrive.1-DSC_0131

Con le ciaspole nel buio

Non appena ho visto il volantino che annunciava un’escursione serale sulla neve sotto la luna piena, ho preso la decisione di partecipare. Era una cosa da fare, una piccola avventura da vivere. C’è sempre una prima volta nelle cose, ed in genere è anche quella più emozionante. Ho cullato l’attesa della serata per due settimane, preparativi mentali per le cose da fare e quelle che avrei potuto fare.1-DSC_0103

Luna piena, in montagna, un dislivello di 600 metri da affrontare, cosa desiderare di meglio?. Le previsioni meteo sino ad una settimana fa segnalavano cielo sereno, quindi luna e firmamento puntellato di stelle. Ma si sa, le previsioni sono solo previsioni, poi madre natura segue le sue strade.

La sera prima lo zaino era già pronto, poche cose indispensabili: un ricambio di biancheria, una camicia di pile, frutta secca, cioccolato, acqua e poi due pesi rivelatisi inutili: macchina fotografica e cavalletto tripode. La sera prima della partenza ho avuto quella febbre che si ha quando si è ragazzini e si parte per avventurose escursioni studiate sulla carta, ho preso sonno pregustando la serata del giorno dopo, tanta era la voglia di avventura. Al mattino nel bagagliaio dell’auto c’era già tutto: zaino, bastoncini e scarponi, in una borsa tutto il ricambio per la serata, perchè non avrei avuto il tempo per passare da casa a cambiarmi per poi andare all’appuntamento, tanto meno potevo andare al lavoro con gli abiti della festa: salopette impermeabile, camicia e giubbino di pile, giacca a vento e guanti, quindi cambio d’abito prima di uscire da lavoro. Fuori tanta neve, in pianura ne viene giù parecchia ma ormai l’idea di andare su sino a Spiazzi di Gromo è più radicata della neve che cade. Poco più di un’ora d’auto e le ciaspole vengono fissate ai piedi. La macchina fotografica con tutti i suoi automatismi risponde male. Qualsiasi impostazione adottata non consente uno scatto equilibrato: manca la luce ed io detesto il flash, la leggera nebbia presente crea un riverbero che offusca i fiocchi che cadono, i tempi di posa lunghi non consentono riprese stabili, 3200 ISO non bastano per ridurre i tempi sotto il secondo. Andrà peggio dopo l’arrivo al rifugio Vodala: la differenza di temperatura tra l’esterno (-10) e l’interno (22 e oltre) fa appannare le lenti dell’obiettivo: ecco l’inutilità di portare l’armamentario appresso. Ma la serata resta indimenticabile. Salire lungo la pista è stato per me faticoso, vuoi l’altezza (tra i 1200 e i 1800 mt), vuoi la ripidita della salita e anche una giornata di lavoro alle spalle, dopo un’ora di marcia ho cominciato a contare i passi. ogni 20/25 passi 15/20 secondi di sosta, anche dopo, una volta dentro il bosco di conifere, il sentiero con i suoi tornantini taglia gambe ha mi ha mantenuto il passo rallentato. Poi una volta su al Vodala, il caldo, il cibo, l’ambiente umano han fatto dimenticare in fretta la fatica. Ambiente umano che dopo la salita affronta la discesa con mezzi diversi: dallo sci (a cui vengono staccate le pelli utili in salita) allo slittino e snowbord portati a spalla, oltre a chi come me è saluto e torna giù con i racchettoni ai piedi.

Un unico rammarico non aver portato una macchina fotografica più duttile, che si adattasse bene al clima non subendo l’effetto delle temperature sulle lenti e sugli specchi: ma ci sarà una ptrossima volta, è stato troppo bello per non ricominciare.

Engadina, caro paradiso del fondo

Se c’è un posto che ho frequentato più di altri negli ultimi quindici anni è stata l’Engadina,  Alpi elvetiche in una conca rinomata a 1800 metri d’altitudine, prezzi abbordabili grazie alla forza dell’€uro, sino a tre anni fa con 25 € da dicembre a marzo ci si garantiva il diritto di fruire delle piste di fondo di tutto il rinomato comprensorio, adesso, complice il cambio 1 a 1 si è passati a 70 €, un piatto di spaghetti con tomato ne costa 15 e mezzo ed il pieno costa l’8% in più che non in Italia. Ma oggi avevo voglia di neve, così sveglia alle 4,30 e via senza nessuna preparazione ginnica mirata ma con una voglia matta di scivolare sul candido manto che manca alle montagne lombarde. Ho battuto il record degli sfaticati: si e no 10 km in due ore, in compenso ho portato a casa qualche immagine che riempirà la settimana.

Ci sono sentieri che portano lontano stando bassi.

Ci sono sentieri che non portano in alto ma tra le loro pieghe hanno del bello.  Sono quelli che d’estate vengono scartati perché brevi o troppo vicini. D’inverno è tutta un’altra storia. L’inverno può essere utile per rimettersi in forma tra sassi e rocce che luccicano in un’improvvisa giornata di sole. Uno di questi sentieri si snoda intorno e sopra il monte Magnodeno, una crestina appena sotto il Resegone che troneggia con le sue guglie sullo sfondo,  1360 mt appena appena impervi ma giusti per tornare a casa ristorati.

 

più appuntite di prima in nome della libertà

Originally posted on Disegni & Ritratti:

lpiù appuntita di primaschizzo a matita

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Vigilantite acuta

Jobactismo si titolava il mio post di qualche giorno fa, considerazioni  sconsiderate, tipiche di chi son 40 anni che lavora e vorrebbe lasciare il posto a chi ha più forza. Un post quello del 31 in cui mi sono imposto di non rispondere ai commenti perché il dibattito sarebbe stato doloroso, come muovere un coltello nella piaga. Ma manco a farlo apposta la notizia della vigilantite mi offre una possibilità di replica non mirata.

Ieri sera tornavo a casa da lavoro, niente ponte per scelta, percorrevo la strada più lunga ma scorrevole, lo speaker alla radio evidenziava come l’83% dei vigili di Roma (830 su 1000 chiamati in servizio), la notte di capodanno fosse impossibilitato a prestare la propria opera a causa di impedimenti di salute suoi o dei propri cari. Un’epidemia di vigilantite acuta,  una patologia molto utile, specie in momenti di crisi economica e sociale, un modo tacito di affermare “e chi se ne frega, siamo nel paese della cuccagna, poco lavoro e magna magna”.  

Che i vigili di Roma la notte di capodanno fossero realmente bisognosi di riposo è una verifica che esula dai compiti del cittadino, figurarsi del mio. Però ricordo che negli anni ’70 mi ero imbattuto nel termine morbilità che stava a definire il rapporto percentuale tra le giornate lavorative e quelle di assenza per malattia, un modo per cercare di dare un identikit all’assenteismo. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, nelle imprese private il tasso di morbilità è molto diminuito grazie anche alle politiche mirate, come il riconoscere indennità legate alle giornate effettive di lavoro, a turni disagiati o in giornate festive e non ultimo premi annui legate alla presenza. Anche nel pubblico, nelle categorie assoggettate a turnazione nei servizi essenziali, è stata seguita la stessa via, si vede che qualcuno la strada la fa a piedi e con il sovraffollamento che c’è se la prende comoda.

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JOBACTISMO QUOTIDIANO

Degli articoli di gossip politico quasi sempre leggo solo i titoli e gli occhielli, il pezzo il può delle volte è lo sviluppo di una frase detta da qualcuno che, dopo essere stata ingigantita nel titolo, viene spiluccata nel racconto orientando il lettore a trarne le conclusioni. Questo almeno è il mio comportamento di lettore della carta stampata. Nelle versioni on line invece dopo il titolo ad effetto che ha attirato la mia attenzione, salto a leggere i commenti: questi ultimi in genere sono condizionati dalla lettura del pezzo, molti sono un’eco corale, altri battibeccano, polemizzano, si inalberano: sono uno spettacolo simile a quello dei polli nel pollaio quando si butta il mangime. Spesso sono reazioni vere, non prezzolate, ragionate con la pancia più che con la testa.

Questo preambolo è necessario per capire che oggi leggendo alcuni titoli di quotidiani nazionali (sia su carta che web), e ascoltando le rassegne stampa alla TV e alla radio, il gossip giornalistico/politico si è concentrato sull’applicabilità ai dipendenti statali della riforma dell’art. 18 e dello Job Acts, che se usassero l’italiano per dire pane al pane sarebbe molto meglio, ma ormai viviamo di sensazioni e non di significati reali. Uno dei pericoli della società liquida è di annegare in una cultura liquida.Cattura3

Dicevo che la discussione sull’applicabilità dell’art. 18 e del Jobs act  ai dipendenti dello stato, è uno spreco di fiato, di parole, di tempo e di carta per non rendersi conto che entrambe le posizioni dicono il vero. Quello che non dicono, e che si comprende leggendo i vari commenti agli articoli comparsi oggi, è che sino ad oggi i dipendenti privati pensavano alla riforma dell’art. 18 come il mezzo che consentisse  al Sindaco di Locri di smettere di scrivere a Gesù Cristo per risolvere i problemi di basso rendimento dei dipendenti comunali, ovvero che la riforma delle regole del lavoro gli desse il mezzo per cominciare a scrivere direttamente agli interessati finendo la lettera con un addio. Viceversa i dipendenti pubblici, forti della conoscenza dei cavilli e laccioli della normativa, pensavano si rivolgesse soltanto ai dipendenti delle aziende private per risolvere i loro problemi di competitività produttiva. Sbagliavano entrambi.

Renzi e Poletti al momento dicono delle verità, per l’applicazione alle PA di una legge occorrono alcuni passaggi in più in quanto il contratto del pubblico impiego ha una diversa articolazione dei contratti delle imprese private, inoltre i dipendenti pubblici sono professionalmente eterogenei, e non ultimo ci sono sia quelli civili che quelli militari. Non si può dimenticare cosa avvenne dopo la minaccia di sciopero delle forze dell’ordine, quando fu annunciato il blocco contrattuale anche per il 2015, qualche giorno dopo fu commessa qualche leggerezza, poco professionale, con cariche pesanti.

Psiche Nessuno e Centomila

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