Sceneggiata padana

La Lega annuncia che che presenterà una mozione. Dove non si sa, io penso in Parlamento. Spero non quello di Pontida.

Mister B. dice che non ci son problemi, la coalizione non corre rischi, tutto rientrerà nella routine quotidiana. Quale? Quella delle Ruby e scappa?

Intanto per tre volte, almeno ha ripetuto, così dicono i giornali, che ha sbagliato a non consultare l’altro mister B. Chissà quando meriteremo la A e lo scudetto.

E a me chi lo dice che sia tutto vero? Io immagino un incontro davanti ad un brodino di gallina, e un dialogo, tra un gorgoglio e l’altro, di questo tipo:

B.: senti Umberto i tornado che pattugliano il mediterraneo han bisogno di carburante, io li mando in  Libia a lanciare qualcuno di quei cosi sequestrati a Napoli a Natale, così fanno il pieno a gratis e si allenano pure, così se dobbiamo attaccare la Francia  che non vuole i tunisini abbiamo il serbatoio pieno.

B.: Silvio non mi sta bene, anche se Lavezzi sempre bombe sono. Voglio qualcosa in cambio.

B.: non ti basta il federalismo condominiale?

B.: no, voglio quello di quartiere.

B.: e va bene.

B.: però per non deludere i miei valligiani tu fa l’annuncio, poi io faccio un po’ di casino di facciata, lo sai son bravo, mi voleva pure la De Filippi in tv, ma ci mando mio figlio, ha imparato bene.

B.: affare fatto.

E sollevando un bicchiere di amarone brindano al patto. Si alza il sipario e la sceneggiata comincia.

Intanto il tg1 aqnnuncia che nella notte a Lampedusa son sbarcati in mille. Non avevano le camicie rosse, peccato. Paganini non ripete.

Ritorno a casa

Una delle occasioni che danno le feste è quella di ritrovarsi in convivio con la famiglia allargata, zii,suoceri, nipoti, cugini ecc., magari seduti intorno a un tavolo in casa e non di un  ristorante estraneo.

Un luogo, quello di casa, dove spesso l’eterogeneità generazionale la fa da padrona nei confronti del modo di vivere la vita.

Mi son trovato a dire a un mio consanguineo trentenne “vedi, sarà per un fatto fisico, o per un fatto psichico o per entrambi, ma  noi uomini quando arriviamo ai cinquanta anni,   partendo dal presupposto di aver vissuto abbastanza e che in ogni fase abbiamo sempre analizzato ogni aspetto di qualsiasi ragionamento,  ci ritroviamo talmente radicati nelle nostre idee che diventiamo come una radio che trasmette sempre, non dico lo stesso programma, ma lo stesso palinsesto. Il cambiamento in alcuni di noi è possibile solo cambiando a piccole dosi la programmazione”.

Naturalmente il discorso partiva dal rapporto col padre.

Non so se ha capito o preso per buono il mio ragionamento. Ma una cosa è certa, che un buon modo per non far cambiar canale a chi ci sta intorno, non è solo quello di accettare la visuale delle cose di quelli che percorrono la vita oggi a passi svelti, ma anche di mostrargli quando noi facevamo la corsa ad ostacoli, e non aver paura di dire in quanti inciampi siamo finiti.

Certo quelli che come me han superato i cinquanta, sono l’ultima o penultima generazione che ha avuto la forza e la voglia di staccarsi dalla famiglia, spesso anche con atti che per certi versi son sembrati di rifiuto, e che col tempo si sono dimostrati un collante inaspettato. Abbiamo addosso la sensazione che la generazione mille euro,  non riesca a staccarsi dalla famiglia di origine soffrendo di senilità sociale precoce, e non ci rendiamo conto di esser iperprotettivi.Troppe certezze e garanzie fanno crescere le paure sia nei genitori quanto nei figli.

Finisce che mille euro non bastano, però neanche duemila o tremila bastano, se non si analizza quello che è veramente necessario.

Ho rispolverato un reperto archeologico, che altro non è che un vecchio libro mastro del 1980. Un milione di lire in due. Per tre mesi abbiamo segnato tutto quello che si spendeva, senza tralasciare di comprare niente che ci sembrasse superfluo. Dopo tre mesi abbiamo fatto un’analisi individuando le spese che si potevano contenere senza fatica,  eliminare senza sacrificio, o sostituire con altre che fossero meno dispendiose e più soddisfacenti. Risultato, con un’inflazione galoppante intorno al 18%, siamo riusciti a vivere con metà delle entrate, divertendoci un mondo in maniera alternativa al comune vivere o pensare, e realizzare un desiderio o sogno in poco tempo.

E’ questo il meccanismo che si chiama budget. Individuare il superfluo e razionalizzalo.

Bel ragionamento non ti pare?

Peccato che calcolando gli indici di rivalutazione di allora, un milione di lire corrisponda a circa 2.600 €.

E allora ecco che il welfare familiare entra in soccorso, quantomeno restando nel nido si risparmia su bollette e affitto.

Alla fine anche se ho la sensazione che oggi i giovani non si creino il problema di verificare le proprie spese e di individuare quelle che soddisfano i bisogni reali, resta la domanda su chi si stia intascando il surplus di lavoro prodotto in considerazione che la vita lavorativa si è allungata di sei anni per chi è lavoratore dipendente, che il netto in tasca si sia ridotto del 30% e il ricambio generazionale nei luoghi di lavoro è quasi nullo.

Distrazione di massa

 (trame di rami)

L’avevo detto che la lettura de “Il cimitero di Praga” mi avrebbe lasciato degli strascichi. Una dimostrazione? Tre notizie, apparentemente scollegate che se messe in fila diventano una trama.

La prima è quella di un certo Mario Mantovani che organizza la claqhe settimanale davanti al tribunale di Milano. Resta in sospeso la domanda su certa gente che non ha niente da fare e perché non si dedica al giardinaggio o non vada a Lourdes a fare uno shampoo miracoloso.
La seconda è quella di quel Roberto Lassini, candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale, che ha fatto tappezzare Milano di manifesti su cui aveva fatto stampare ‘Fuori le Br dalle procure’. Poverino si sarà eccitato per la frequentazione delle manifestazioni organizzate dal coordinatore del pdl. Ha chiesto scusa, ma candidato e lista restano in corsa. I manifesti non si sa che fine abbiano fatto e chissà se verranno dedotti dalle spese elettorali. Avrà pagato anche l’imposta sulle affissioni pubbliche?

La terza notizia è ancora più esaltante, un ex BR Paolo Maurizio Ferrari, 65 anni, si è arrampicato su una torretta alta una decina di metri, all’interno della piscina Caimi, sempre a Milano. Mi colpisce l’età del Tarzan meneghino e gli faccio i complimenti per il fisico.

Mi chiedo e mi domando come Totò, non è che l’azione aveva lo scopo di dare peso e spessore agli altri due fatti accaduti prima? Vale a dire ricordare alla gente che il mostro è vivo?

Che mi venissero i crampi alle dita, ma perché nessuno ha messo questi elementi in relazione tra loro? Paura di denunciare la continua distrazione di massa e la manipolazione delle opinioni in atto?

No, è che sono riuscito a portare a termine la lettura del libro di Eco, e come dicevo all’inizio, mi ha lasciato lo strascico dei complotti dietro ad ogni fatto normale.

La distrazione di massa è diventata un fatto normale.

Narcisismo politico

Mi è tornato in mente stamattina E.Fromm e il suo “Anatomia della distruttività umana” (1975 , Mondadori editore SpA) in particolare quando analizza il narcisismo politico.

Scriveva Fromm “L’idea di essere eccezionale, infallibile si basa essenzialmente sulla sua mania narcisistica di grandezza, non sui risultati raggiunti come essere umano…”.

Il comportamento non è patologico di per se, lo è rispetto allo stato depressivo che nasconde.  Il narcisismo politico, quando diventa di gruppo “…facilita la manipolazione, proprio facendo leva sui pregiudizi narcisistici.”

L’Europa si sta ammalando dentro i confini del suo orto, proprio di questo.

E dire che scherzando, Indro Montanelli diceva che se avessimo dichiarato guerra alla Finlandia sarebbe stata una fortuna, avremmo perso la guerra, ma avremmo trovato dei buoni governati.

La guerra non l’abbiam fatta, abbiamo importato telefonini ed esportato populismo narcisistico.

Processo breve, mini processo o processo per finta?

Domenica, poco dopo l’ora di pranzo, ho visto dei capelli passare oltre il davanzale. C’era qualcuno in giardino. Erano quelli di due bimbetti. I capelli che avevo notato eran di quello più alto. Un cagnolino era entrato dal cancello aperto e loro lo avevano seguito.

– Ciao,  ho detto – Ciao, non vuol venire, mi ha risposto il bambino più grande. Stavo per tornare in casa a prendere un biscotto per cani, ma sento la mamma dei bambini chiamarli e poi chiedermi scusa per l’intrusione. – Ma si figuri, non è nulla, il cancello era aperto, li lasci giocare . Mi ha salutato,  aggiungendo rivolta ai piccoli – Non si entra nella casa degli altri senza bussare .

Son rientrato in casa sorridendo tra me e me, ripensando ancora alla scena.

La premura della mamma nel riportare fuori i bimbi a cosa era dovuta? Tra le tante ipotesi, ne scelgo una, il timore di avere infranto una regola, quella della violazione della proprietà privata. Ma cosa ne sa un piccoletto delle regole dei grandi. Crescerà, l’ego gli ha già fatto sentire il corpo come qulacosa di proprio, poi crescendo imparerà tutte le altre estensioni, sia fisiche che sociali, e le azioni che le regolano.

Il primo impulso dei genitori è quello nutrire i figli, il secondo è quello di metterli al corrente delle regole del mondo di fuori casa. Devono accettarle, che piacciano o no. Poi crescendo potranno contestarle, e se il dissenso diventerà opinione comune potranno anche essere cambiate. Ma sempre rispettando quelle fondamentali, riconducibili ai sette comandamenti sociali, o all’unico comandamento, non rubare, con tutte le sue estensioni,  di cui ho già scritto nel post “Politica casta”, in questo blog, su cui evito di dilungarmi.

Di fatto tutta la nostra esistenza è pervasa di regole. In famiglia in genere non ci sono regole scritte. Si passano per via orale dai genitori ai figli, e sono soggette a mutamenti, specie di umore.

Ma appena ci si affaccia al mondo, che è oltre la porta di casa, le regole sono scritte e assumono il titolo di leggi, per avere uno spessore rispettabile e riconosciuto.

Sfogliando un codice civile si scoprono regole o articoli di tutti i tipi, e su tutti gli argomenti della vita sociale. Tutte dettate da un apparente buon senso.

E’ stata regolamentata anche l’acqua piovana, che casca dove vuole il cielo, ma una gronda non può convogliare la pioggia che cade sul proprio tetto, nel terreno del vicino. Ognuno deve tenersi la razione d’acqua che il cielo manda,  al massimo può farla confluire negli scarichi comuni. In ogni caso visti gli aumenti del metro cubo, meglio disporre di un bel contenitore per uso irriguo.

Se il legislatore ha ritenuto necessario occuparsi di quasi tutte le piccole e grandi cose, una ragione c’è sempre. Una volta fatte, non essendo scolpite nel marmo sono emendabili, riscrivibili, abrogabili. Gli uomini lo sanno, e uno in particolare meglio degli altri.

Prendiamo l’adulterio. Sino a una trentina d’anni fa era punito con l’arresto, ora al massimo con l’espulsione dal campo di casa.

Cosa fa in questi giorni il legislatore? Si occupa del cosidetto processo breve, già.

Secondo me è frutto della concorrenzialità del libero mercato. Ovvero, fuori dai denti, una forma di amministrazione giustiziale del territorio, che garantisca rapidità del processo, garanzia della condanna, certezza della pena e relativa esecuzione, in concorrenza con quello mafioso. Ecco il legislatore per non sentire sul collo il fiato della concorrenza sta pensando bene di metter mano alla rapidità del processo. E non per fare un favore a qualcuno.

Tornando ai toni seri, la  colpa non è del numero di reati e delle controversie da disciplinare, è colpa delle regole che sono troppe e si prestano a troppe interpretazioni. Sarebbe così semplice emanare leggi senza riprendere quelle esistenti. Basterebbe iniziare le norme con un cappello “tutte le leggi in vigore e in contrasto con la presente sono abrogate”. Invece no, le nuove regole vanno ad aggrovigliarsi alle altre in vigore che a loro volta rimandano ad altre e così via. Alla fine uno non sa che pesci pigliare. Con una buona stuola di avvocati (meglio se pagati dalla collettività), chi è imputato viene assolto per  prescrizione dei termini. Se è parte lesa al danno aggiunge la beffa.

Di norma, quando una società giunge alla saturzione legislativa, intervengono le rivoluzioni a cancellare tutto il superfluo creato dagli arzigogoli che rimandano il rimandabile e dove i furbi di turno ci sguazzano. Di fatto le rivoluzioni servono ad una società molto più che i cataclismi, che colpiscono solo localmente. Ma le rivoluzioni devono essere condivise, ben gestite e organizzate, altrimenti finisce come in Libia, che ci si ammazza senza sapere perchè e per cosa.

Compagni di strada

Un paio di scarpe quando sono consumate, oppure  perchè han fatto il loro tempo, non le butto, le metto da parte per poi conferirle alla raccolta differenziata della Caritas. Per qualcun altro saranno ancora buone.

Gli scarponi da montagna invece li conservo con cura, non risentono dei capricci della moda, raccolgono dentro i tanti chilometri di strada fatti e chili di ricordi che non voglio cancellare in fretta. Però anche la mia scarpiera ha un limite, e per far spazio al nuovo, qualcosa prima o poi dovrò eliminare.

Visto il legame che ci unisce,  la fedeltà con cui mi son stati appresso, ne voglio conservare il ricordo qui nel blog, anche se il momento della separazione è lontano.

Il legame con loro comincia prima dell’acquisto, con una sorta di corteggiamento. La scelta è sempre ponderata, lo suggerisce il prezzo e l’uso che ne farò. Oltre a dover essere  comodi, devono essere leggeri di peso, interamente impermeabili, le suole devono possedere capacità antisdrucciolo, devono proteggere le caviglie e essere resistenti all’uso intenso. Le sofisticate tecniche odierne adattano le suole e le tomaie alle necessità. Il supporto dell’informatica nella progettazione la fa da padrona.

(Monte Resegone)

Delle tante paia che ho calzato ne son rimaste tre, che qui metto in bella mostra come fossero un trofeo. D’altronde l’alpinismo è sempre stata la più inutile delle avventure e delle conquiste. Il dire che sulla tal cima ci si è arrivati  serve solo per se stessi, non appartiene a nesun altro che non abbia condiviso quell’esperienza. Gli scarponcini che qui celebro, non ricordano nulla, sono solo testimoni ammaccati e silenziosi.

Il paio più vecchio, quello che ha macinato sentieri e carrarecce a non finire, è il primo sulla destra. Ottimo sulle rocce ma inappropriato alla neve o sul ghiacciato, dove è meglio indossare quelli al centro che van bene anche per il sottobosco. Invece i primi,  sono ideali per i salti sui sassi che scivolano sotto i piedi. Una tecnica che m’insegnò un vecchio alpinista ormai scomparso, che fiducioso dei miei ventanni, alla discesa del Resegone (si, quello descritto dal Manzoni),  mi fece lasciare il gruppo e il sentiero tracciato, per un percorso su una frana attiva dentro un canalone, detta ghiaione perchè tutta sassi, poco levigati dal tempo e dagli attriti. Come ci mettevo il piede rotolavano giù. Dovevo essere più svelto di loro, un po come danzare sui ritmi dei Rolling Stones, e chissà se è da un’esperienza simile che Jagger & C. presero il nome.  Facile a dirsi e pure a farsi, anche perchè indietro non si può tornare, sarebbe come attaccarsi all’aria. Dopo la prima, ogni volta mi sentivo come Keruac nei “Vagabondi del Dharma”, superata la paura di cadere, sembrava di volare. Lo si fa anche sulla neve, ma il rischio slavine lo sconsiglia.

L’esperienza l’ho ripetuta altre volte, sul friabile Gran Sasso, dove mio malgrado passai l’esperienza a un  ragazzino di 14 anni  che mi ha seguito in quel gioco in discesa tra sassolini e polvere, tagliando in normale le curve del sentiero che i villeggianti estivi, percorrono con i sandali da mare. A dire il vero anche all’ormai striminzito ghiacciaio, accoccolato dietro la vetta, arriva gente con i sandaletti da spiaggia. Li riconosci a distanza dai lamenti per l’improvvida scelta, e non sanno ancora cosa li aspetta in discesa. Per causa loro l’elisoccorso  svolazza costantemente in perlustrazione. Basterebbe mettere a fondo valle un bel cartello, come quello per l’obbligo delle catene in auto, con disegnato uno scarpone al posto della ruota.

Bell’esperienza anche quella  sui crinali dell’Etna, coperti di lava secca che sembra polistirolo. Ci affondi mezza gamba e devi darti una bella spinta se non vuoi trovarti i granellini della polvere che si solleva, sin dentro le mutande.  Ma mai andar da soli. Non conviene rischiare di dover restare ad aspettare che qualcuno ti venga a cercare se sloghi una caviglia.

Ma non sviamo, stavo parlando degli scarponcini, che porto con me anche quando vado al mare. La spiaggia con la sua monotonia di sole e sabbia estiva mi stanca. Per le villeggiature marine, scelgo sempre posti che  nelle vicinanze abbiano montagne in cui trovar sollievo. Una bella scarpinata ne cancella il tedio. Ne approfitto anche se a volte le delusioni son pesanti. Cerchi un sentiro che ricordavi e ti ritrovi un nastro asfaltato senza fine e non sai se hai sbagliato strada o sono i tuoi ricordi che si sono frullati.

Va bene, ho celebrato gli scarponi nel mio blog, mi sento in pace con me stesso? Perchè l’ho fatto? Forse perchè il blog, internet in generale, è quel mondo liquido,  senza forma stabile, di cui avverte Zygmunt Bauman?

Può darsi. Come può anche darsi che rappresentando gli scarponi il legame fisico con il mondo solido io li abbia evocati per ricordarmi che la facilità di legami, attivabili o cancellabili con un click, non appartiene al reale sin quando i contatti non si trasformano in quella conoscenza che supera la solitudine globale. Nei social network o in un blog, sei tu da solo, una tastiera e l’illusione di un mondo che ti leggerà a distanza, sia di tempo che di spazio. Una distanza rassicurante che fa mettere a nudo anche le parti intime, nell’illusione della non identificabilità.

Viceversa andando per carrarecce, i piedi indossano gli scarponi, e calze spesse coprono i polpacci. Quando succede che i piedi rimangono scoperti, come sul Gran Sasso di qualche riga fa, son guai e qualcun altro deve provvedere all’incolumità degli sprovveduti. Nei social network invece ci si mette a nudo, si sale in ciabatte e quando bisogna affrontare la discesa tutto fa sembrare che non ci siano dolori. Ma se il computer va in tilt e non hai segnato le password di accesso, ti senti defraudato di una parte di te, che solitaria giace nella cella di qualche server remoto.

La stessa operazione può essere fatta per scelta, un clik e via, si ricomincia una nuova vita, si cambia ambiente ma “una volta che sei nato non puoi più nasconderti”. Devi rinascere su un’altro computer.

il figlio del Sole

“Il figlio del Sole” è il titolo di un racconto di fantascienza di parecchi anni fa (USA 1968, pubblicato in Italia nel 1972).

L’autore, P.J. Farmer, immagina che un’astronave torni sulla Terra dopo un viaggio di  800 anni. Naturale che per chi viaggia nell’iper spazio, in base alla legge della relatività, siano trascorsi pochi mesi. Al loro arrivo gli astronauti trovano una situazione in cui l’evoluzione umana si è spostata verso l’irrazionale. Un’esplosine di religiosità tribale e sensualità pagana.

Mi è tornato in mente questo racconto in quanto, tra le tante cose cambiate nel 2860, il gruppo di astronauti scopre che non esiste più il gioco del calcio. Difatti una delle cose che i nostrri pronipoti chiedono agli astronauti,  è di spiegare a cosa servissero quei reperti archeologici con tanti sedili intorno a un prato, quelli che noi chiamiamo stadi.

Visto che anche i figli delle stelle devono guadagnare per vivere, i nostri eroi pensano bene di riesumare il calcio, con tanto di regole e sponsor.

Una delle cause del successo dell’iniziativa è che le regole del calcio sono poche, semplici e di facile assimilazione. Con altrettanta facilità tiene inchiodati milioni di spettatori davanti a uno schermo o dentro uno stadio. Regole semplici su cui ci si accapiglia e che alla bisogna si cambiano. Mi ricorda qualcosa di attuale, che malgrado sia più serio come argomento, viene trattato alla stessa stregua (Costituzione e riforma della Giustizia in primis).

Vi ricordate quando c’era un solo arbitro e due guardalinee? Ora c’è anche il quarto uomo, che serve a metter daccordo le panchine, ben presto arriveranno anche il quinto e il sesto a controllare il fondocampo, perchè non è sempre certa l’entrata in rete della palla o il superamento della linea di fondo (separazione delle carriere dei giudici).

Sino a qualche anno fa, a chi vinceva una partita venivano assegnati due punti, ora tre (questa mi sembra da riforma elettorale). Poi c’è la regola del fuorigioco che è cambiata a non finire (eleggibilità degli imputati, sic!). Alla fine a decidere è una moviola, ma inutilmente,  una partita finisce con il doppio fischio dell’arbritro (attribuzione giuridica). Si aggiungano le interpretazioni delle regole, che dal tavolino dei bar finiscono in federcalcio (processo breve e prescrizione).

Ci si poteva aspettare di meglio da un ex presidente del Milan, che trova ispirazione nel regolamento del gioco del calcio per governare il paese?

Pasta & broccoli

dsc_00611Quanto ho detestato la pasta e broccoli che riempiva il piatto ed impestava l’aria, solo il piatto può dirlo. Ditaloni e millerighe, altrimenti detti maccheroni o tortiglioni, nuotavano nel piatto in cui gocciolava qualche lacrima, perchè non volevo ingoiare pasta e verdura.

– Vedrai che quando vai a militare mangi anche i sassi – diceva la mamma. – Io a militare? A far che a mangiare i sassi? Mica son scemo?  No, non voglio fare il militare! – E per non mangiarli li avrei anche tirati,  sia i sassi che i broccoli, e  l’ho fatto almeno coi sassi, ma solo in mezzo alle onde del mare e  per giocare al salto nell’acqua e contarne anche 12 o più, prima che prendessero il fondo. 12 come i mesi del soldato.

Ma i broccoli erano e li, e ogni tanto tornano.

Però nel tempo del militare la cucina s’era arricchita e ogni sugo era diventato una cosa diversa, sposandosi alla panna.

Mettavamo panna dappertutto, era un modo per cancellare i piatti mangiati con il cucchiaio di legno che inseguiva il culo. Tagliatelle funghi  e panna che, con l’aggiunta dei piselli diventavan boscaiola, torlellini alla panna, tagliolini al ragù e panna. Proteine aut of zuc (fuori di testa). Dopo ci volevan tre ore di corsa campestre per essere eliminate, e per anni portarne le tracce appresso, sia della panna, col doppio mento e il colesterolo a 200, sia della corsa, che è rimasta nelle gambe insieme all’abitudine a camminare sodo.

La panna in fin dei conti, non era altro che  una mano di biacca sulla fame atavica dei nonni. Era lo strappo con la regola mai domata, che o ti mangi sta minetra o ti butti….

Ma torniamo alla pasta e broccoli, che col tempo s’è trasformata. Stasera cucino io, e allora via si mangia tosto. Uno spicchio d’aglio piacentino tagliato a cerchietti, peperoncino calabro, un pizzico, tre acciughe spagnole dissalate ad insaporire l’olio di Spoleto e giù i broccoletti emiliani tagliati a ciuffetti. Due salti nel padellone e un bicchiere di un bonarda dell’oltrepò pavese che è scampato al caldo del 2009 nascosto in un cantuccio. I broccoli s’appassiscono insaporendosi, ogni tanto una rimestata con il cucchiaio di legno che non m’insegue più e pian piano si consuma negli anni, mentre mischia i sughi.

Intanto che scrivo l’acqua bolle e prima che la pasta cuocia (torciglioni molisani), la scolo e la verso a mantecare con l’aggiunta di provolone lodigiano ed emmenthal svizzero.

M’accorgo daver attraversato quasi un quarto dell’emisfero nord della nostra latitudine, dal Mediterraneo alle Alpi, nel preparare un piatto. Quasi quasi mi ci butto dentro a ritrovar me stesso. O forse meglio di me lo stan facendo i tunisini, i senegalesi, gli eritrei, i somali e i livoriani che cercano d’attraversare questo lago salato per riempir la pancia e sfuggire alla guerra.

Le verità, le verità differite e le bugie.

La ragazza dietro al banco non mescolava birra chiara e sevenup, e io non ero in un piccolo autogrill, ma in uno dei bar vicino casa.

Non ticchettavo indù di latta su una scatola di tè. Quello che si sentiva era il campanaccio del mio cordone ombelicale. Aumentando di volume, interrompeva l’azione dello zucchero che stavo aggiungendo alla tazzina di caffè.

“Pronto?” Rispondo a mia moglie, e al suo “dove sei?” aggiungo che sono in farmacia, se sono fuori da quasi un’ora è perchè prima ero passato dall’ottico, dieci mminuti e sarei tornato a casa.

La ragazza, con fossette e denti come da pubblicità, mi guarda e mi dice “però, non lo avrei creduto, lei le sa raccontare bene le bugie! Le sembra la farmacia questa?”

Ma no, non è una bugia dico, è solo una verità differita nel tempo. Poco prima ero stato effettivamente dall’ottico e in farmacia, se avessi detto che ero al bar sarei passato per un perditempo, invece così, visto che non poteva vedermi, avevo solo spostato un’azione e un luogo nel tempo, per far contenta mia moglie.

Poi ho aggiunto “cosè in fondo la verità? è quella che si accetta come tale o quella che è reale?”.

Quante verità non accettiamo perchè non ci piacciono e invece altre, anche se inventate, solo perchè sono rispondenti al nostro modo di essere, vengono accettate senza batter ciglio, e se non ci convincono del tutto, un’alzata di spalle e via nel dimenticatoio.

“Ma una verità differita è una mezza verità” aggiunge la barista. Certo potrebbe anche aver ragione, ma ripeto la verità delle cose è quella reale o quella che ci fa piacere? Per chi ascolta è un conto, per chi parla un’altra. Solo quest’ultimo sa qual è quella vera, ma finisce anche per crederci e allora va bene per tutti.

E mentre esco mi dico che questo è uno degli effetti Eco di cui avevo paura nel post di tre giorni fa.