Il borgo medievale di Olera

Qualche settimana fa, son capitato su un blog che parla delle bellezze della terra bergamasca. La pubblicazione che ha attirato la mia attenzione riguarda un piccolo borgo, quello di Olera che non conoscevo malgrado disti pochi chilometri da casa mia. La descrizione che ne fa Silvia (l’autrice del blog) è molto bella e sintetica e dopo aver visitato Olera ho deciso di rebloggare il suo post e limitarmi ad inserire qui il link alle foto che ho scattato domenica scorsa.
https://goo.gl/photos/hmqFmdEdY1nmLKrb7

Su e giù per la bergamasca...non c'è discesa senza salita

particolare-lanterna-ad-olera-blog-scendiesali Particolare di lanterne appese nel borgo

Olera: un borgo storico a pochi chilometri da Bergamo

Questa volta vorrei accompagnarvi in un piccolo borgo storico di origine medievale, collocato in una valletta laterale nei pressi di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo. Poco conosciuto ma merita sicuramente una visita se siete nelle vicinanze.

Mi ha piacevolmente colpita per la magia dei suoi viottoli stretti, le scalette di legno, i portali e i muri a secco, la quiete dell’assenza di auto e di traffico e – da buona “gattara” – perché è un vero e proprio paradiso per gatti.

Cenni storici su Olera

Si pensa che il nome Olera derivi da “luogo delle öle”, infatti così venivano chiamati i recipienti utilizzati per cucinare fatti di pietra ollare – ricavata proprio dalla montagna di Olera .

Famosa per il Polittico di Cima da Conegliano, un vero tesoro inserito nella

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Sconsiderazioni

Risultati immagini per tarkusMettendo da parte tutte le nostre piccole e grandi tribolazioni, se guardiamo il pianeta Terra con gli occhi di un Dio, o con quelle dei potenti riuniti a Davos nelle scorse settimane, possiamo dire che esso oggi conosce una distribuzione della ricchezza, o un’aspettativa di distribuzione della ricchezza, superiore ad ogni epoca storica?

Certamente, ma per affermarlo non bisogna considerare le guerre, il terrorismo, le migrazioni umane o il depauperamento del pianeta come ad  eventi negativi ed evitabili, ma come normali azioni dell’essere umano. Le calamità naturali, per quanto prevedibili e il loro impatto riducibile, rientrano in qualcos’altro, come anche le furberie truffaldine.

Stando alla pura ricchezza planetaria e capovolgendo la visuale, o mettendo le fette di salame sugli occhi, le guerre possono essere viste come atto necessario per la conquista di quel che non si ha, un investimento di risorse umane ed economiche mirate alla conquista attraverso l’omicidio, che è legittimato dallo stato di guerra, il cui scopo ultimo è quello di migliorare le condizioni generali del vincitore. Se non ci fosse nulla da conquistare o da difendere, la guerra sarebbe di per se inutile. Già Guardalaluna, il primate di Odissea 2001, non si sarebbe armato con un osso per il possesso di una pozzanghera.

In quest’ottica capovolta anche il terrorismo religioso manifesta l’aumento della ricchezza globale in quanto assume il ruolo di monito e mezzo necessario per riportare sulla retta via l’umanità ed utilizza mezzi poveri (ma non troppo) con il folle scopo di incitare i popoli, in nome di un Dio a propria immagine e somiglianza, al rifiuto del falso benessere conquistato. In definitiva, combattendolo, questo tipo di terrorismo ammette che il benessere c’è e vuole sostituirlo con un suo ordine morale.

Le migrazioni umane, sempre in questa visione distorta, sono il frutto della mobilità umana che è disposta ad investire tutto quel che possiede, compresa la vita, per raggiumgere un traguardo che altrimenti vedrebbe precluso. I viaggi dei migranti non sono gratuiti e i soldi da qualche parte saltano fuori.

Il depauperameno del pianeta di cui tanto ci lamentiamo è solo un sintomo della diffusa ricchezza, consumare il pianeta è una necessita in quanto è il frutto delle aumentate bocche da sfamare e degli innumerevoli bisogni da soddisfare. Siamo usciti dall’età della pietra non per esaurimento delle pietre ma per l’utilizzo delle nuove tecnologie sviluppate grazie al dono di Prometeo, dalla fucina al reattore nucleare il passo è stato breve e usciremo dall’era del petrolio senza che questo venga esaurito.

Dov’è il problema?

La colpa degli innocenti

Mi sono imbattuto nei due libri di cui parlo in questo post, nell’estate appena trascorsa. Mi sono stati offerti da un vicino di casa nonchè marito dell’autrice. Non sapevo che la signora Leba scrivesse, e per giunta bene. Avevo accettato i libri malgrado non fossi sicuro di  leggerli, ne avevo con me altri che, avendo tempo libero a disposizione, avrei voluto finire. La curiosità però ha avuto il sopravvento e visto che zodiacalmente sono un felino ho cominciato a sbirciare “Verginità rapite”. L’appassionata narrazione mi ha catturato, le vicissitudini della giovane protagonista Mira, una ragazza quindicenne costretta a nascondere nel silenzio le violenze subite ad opera di un rappresentante politico  che sfrutta per i suoi beceri fini il regime dittatoriale in voga nell’Albania di Hoxha, mi ha appassionato. Mi ha riportato un pò alle pagine dei “Mille splendidi soli” di K.Hosseini, ma questa volta la voce narrante è di donna, la razionale emotività femminile domina ed è composta di silenzi pensanti, come quello che Mira sceglie per proteggere se e la sua povera famiglia da ritorsioni, instillando nel lettore la domanda che la confonde, ovvero se il diritto sia veramente una tutela, specie quando questo diritto è l’onda lunga delle antiche regole del Kanun, che vede la donna soggetto sociale passivo e secondario. Codice che torna ancora più marcato nel secondo libro che già nel titolo rivendica un diritto negato, “I bambini non hanno mai colpe” un triller sociale in cui è chiaro l’invito al sovvertimento dell’etica Kanun e del suo diritto di sangue, il cui mancato esercizio determina l’emarginazione sociale ma il suo esercizio ha costretto negli anni scorsi a vivere barricati tra le mura domestiche migliaia di bambini ed adulti, (una testimonianza è un bell’articolo di Ettore Mo di sei anni fa), una piaga sociale che impediva ad una società di evolversi nella giusta maniera, nel momento in cui ai bambini veniva impedito anche di andare a scuola. In questa strenua lotta di vita e di morte a volte erano gli insegnanti che si recavano nelle case prigioni.

Ismete Semalnaj Leba non vuole cancellare il passato, ha un futuro da costruire, lo ha fatto scrivendo due libri, entrambi con una trama ricca e sorprendente, in cui i suoi personaggi, tra i tormenti e le gioie della vita,  ci raccontano l’Albania dell’ultimo mezzo secolo, con il passaggio dal comunismo di Hoxha ai giorni nostri non dimenticando nulla, due narrazioni ai margini della storia con dentro l’emozione di chi la storia l’ha vissuta.

Coralli di ghiaccio

Il grande freddo di questi giorni ha riportato la galaverna (o calaverna) con i suoi ricami di ghiaccio. Giorni fa, durante un’escursione al Monte Palanzone, collocato tra Como e Lecco, più che il panorama ho fotografato la gelata bianca che copriva ogni cosa. Avrei quasi la tentazione di trasformare in bianco e nero alcune foto, ma credo siano suggestive già così, anche perchè si distingue meglio l’assenza di neve.                                 monte-palanzone-11-gennaio-2017

Chi desidera vedere le 60 sfumature di ghiacchio a dimensione normale, basta che clicchi su questo link ed accede alla cartella  https://goo.gl/photos/sBHLcsDahF4StyPA9

VACCINAZIONI

Quel mattino di 55 anni fa avevo la tremarella, era la mia prima vaccinazione. Avevo notato da tempo che sulla spalla destra dei grandi c’era un disegno sferico che sembrava un sole con tanto di raggi, a quasi tutti avevo chiesto cosa fosse, era il segno della vaccinazione contro il vaiolo. Ricordo uno zio con la faccia tutta butterara da crateri, aveva avuto il vaiolo da piccolo, era lo zio che mi faceva più ridere con le sue battute. Mi chiedevo se il vaiolo fosse veramente qualcosa di grave visto che  le persone che lo avevano contratto erano allegre.

Ma che quel mattino nell’ambulatorio medico io avevo mal di pancia. Di li a poco sarei andato a scuola, lo ricordo bene, le mie gambe e le braccia avevavo la pelle rattrappita di brividi, la pancia doleva di crampi ma non dovevo andare in bagno e quando il dottore, con un pennino, mi fece l’incisione sulla spalla, girai la testa dalla parte opposta strizzando gli occhi. Poi per giorni l’incisione fu coperta da un cerotto, non potevo fare il bagno al mare e quando il cerotto fu tolto c’era una piccola traccia rosea, era piccina piccina, non come quella degli zii o di pà e mà: chissa se sarebbe stata efficace lo stesso.

Qualche anno dopo a scuola fui vaccinato contro la poliomelite, non dovetti togliere il grembiule e tantomeno la maglietta, niente mal di pancia, il vaccino antipolio veniva somministrato su una zolletta di zucchero dove disegnava un piccolo alone rosa. Sangue di scimmia diceva qualcuno, ma Salvatore e Pippo non fecero la vaccinazione, zoppicavano entrambi e uno,  credo Pippo, portava gli apparecchi e si muoveva a scatti. Gli apparecchi più avanti avrei saputo che si chiamano tutori.

Tra una vacanza scolastica e l’altra, in quei primi anni di scuola, capitava anche di andare a trovare a casa qualche bimbo che aveva contratto la rosolia, la varicella o il morbillo. Non era una visita di cortesia vera e propria, serviva per evitare di perdere giorni di scuola: meglio contrarre le malattie esantematiche e immunizzarsi  durante le vacanze che non a ottobre o novembre.

Queste ultime erano delle arcaiche vaccinazioni, una pratica delle campagne dove si allevano le mucche, difatti il termine vaccino deriva proprio da vacca e fu il riconoscimento di Pasteur alle ricerche e agli studi del medico inglese Edward Jenner che focalizzò la relazione tra i contadini, che avevano contratto il vaiolo bovino durante la mungitura delle mucche, e il fatto che superata la malattia non si ammalavano della variante umana del vaiolo. Jenner  nel maggio del 1796 iniettò del materiale preso da una pustola di vaiolo bovino contratto da una giovane donna, ad un ragazzo di 8 anni. Dopo alcuni mesi il ragazzo venne nuovamente inoculato quest’ultima volta con il vaiolo umano, ma non successe nulla. Jenner giunse alla conclusione che qualcosa nel corpo del ragazzo lo preservasse dal contagio, anche se non seppe identificare cosa, con precisione. Da notare che già Tucidide nel 429 a.C. aveva notato come la peste non colpiva una seconda volta chi ne fosse guarito.

Ogni tanto girano notizie demonizzanti sulle vaccinazioni, come fossero basi di contagio e non di prevenzione, rimettere i piedi per terra e riconoscere alla medicina alcuni meriti sarebbe buona cosa, specie quando si tratta di prevenire le epidemie.

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L’inutile fatica di distruggere

Ogni cuore pulsa e distribuisce sangue a tutto il corpo. Se una coronaria interrompe il suo flusso, il cuore subisce un trauma che può essere letale se non si interviene in tempo, nella maggior parte dei casi basta uno stent, qualche anticogulante, ed il cuore continua a battere.
Come per il corpo, nella complessa società odierna ognuno di noi rappresenta un’arteria, una vena, una coronaria o un capillare. Un trombo può colpire senza dare traumi estremi al cuore del sistema. Se solo fosse consapevole di questo, un attentatore terrorista capirebbe l’inutilità del proprio gesto. E forse lo sa, perchè il fine ultimo per l’attentatore, giudice e carnefice, non è la vittoria finale ma l’illusione che la sua azione possa dare modo alle vittime di redimersi. C’è da chiedersi chi siano le vittime da redimere in un’azione terroristica: vittima è chi rimane ucciso o ferito o tutti i testimoni diretti e indiretti?. Se come si pensa dietro ci sia il dettame oppiaceo di una fede religiosa, le vittime non hanno possibilità di redimersi, invece i sopravvissuti secondo la follia terroristica ricevono una lezione, in fondo è la stessa caratteristica dei sistemi che applicano la pena di morte verso chi commette un reato, riassumible nel detto colpirne uno per educarne cento. Indubbiamente per il fantomatico Stato Islamico siamo tutti colpevoli e per i suoi accoliti dobbiamo essere redenti, attraverso le loro insane azioni ci offrono una possibilità attraverso la morte e la sofferenza collettiva. E’ veramente così? Forse anche no se in questi anni abbiamo rinunciato a pezzi di libertà (come l’identificazione nei luoghi affollati) e abbiamo anche accettato di sottoporci ai controlli radiologici dei metal detector, in nome della sicurezza e, cosa più importante, abbiamo rinunciato a risorse economiche altrimenti spendibili, per dirottarle nella difesa collettiva.
Oggi all’ora di pranzo il telegiornale snocciolava le cifre degli incidenti stradali del 2015 contando circa 1650 persone decedute, meno della metà del 2014 (furono 3381) ed un quarto rispetto al 2001 (7096), da sapere anche che la Francia ha più incidenti mortali di noi e la Germania ci segue a ruota nella classifica europea. Malgrado le vittime di terrorismo siano di gran lunga inferiori a quelle della strada, a queste ultime siamo meno sensibili. Sappiamo che le possibilità di essere coinvolti in un incidente stradale mortale sono molto alte, ma alla fine riusciamo comunque a metterci in coda per un pieno e ci incolonniamo per raggiungere una meta. Altrettanto realisticamnte però la nuova auto preferiamo abbia il sistema di frenata antibloccaggio (ABS), gli airbag sopra sotto e di lato, e perchè no, anche il radar anticollisione. Forse il terrorismo ha finito la sua spinta propulsiva, non è servito a nulla e diciamoglielo a questi fanatici bardati di nero, i loro attentati fanno meno morti di un’autostrada, è da poco passato il Natale e noi pensiamo già alla nostra prossima vacanza.
Ma lo scopo del terrorismo non è quello di redimere o punire, il vero scopo è la provocazione. Nei secoli scorsi le guerre sono state spesso provocate  da attentati terroristici, oggi sento soffiare lo stesso vento che c’è nei libri di storia. Analizzando il fenomeno dal punto di vista contingente è evidente un legame tra elezioni e azioni terroristiche (Francia e Germania) e comunque sempre la dove le forze di destra, sempre pronte ad imbracciar le armi (Turchia) sono più forti (Israele) o in ascesa, fomentando così il demone della paura il cui fine è uno stato di guerra.

Un Capodanno particolare (a Bergamo)

Chi pensa che i bergamaschi siano degli “orsi”  non ha che da vivere una festa di piazza in loro compagnia.

Quella del Capodanno appena trascorso ne è una prova anche se nelle immagini mancano i suoni, l’allegria che vi si respira è tangibile.

C’è da  dire che tutto è iniziato con una sprogrammazione del canonico veglione con cenone e abbondanti fette di noia annegata in calici frizzanti. Bhe c’è sempre una prima volta e visto il risultato non sarà l’utima.

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Buon 2017 a tutti gli amici del blog 🙂